Le liste di attesa non sono un problema tecnico, né una questione amministrativa, ma sono lo specchio di un sistema sanitario che questo governo sta lentamente, ma sistematicamente smantellando. I numeri parlano chiaro: nel 2025, 5,8 milioni di persone sono state costrette a rinunciare a cure o esami, un cittadino su 10. Non stiamo parlando di piccoli disagi, ma di diritti negati, di malattie non diagnosticate, di cure impossibili. Chi può si rivolge al privato pagando, chi non può aspetta per l’eternità o rinuncia alle cure.
Le attese medie sono di 105 giorni, per una tac fino a 360 giorni, visite specialistiche 500 giorni, colonscopia 720 giorni. A questa situazione emergenziale il governo ha scelto di rispondere con la solita propaganda, anziché con i fatti. La mozione della maggioranza è piena di desiderata e di proposte ipotetiche, senza alcun obiettivo concreto.
Il cosiddetto decreto liste d'attesa, approvato nel giugno del 2024 a cinque giorni dalle elezioni europee, è stato presentato come una svolta storica. Ma era solo uno spot elettorale. A quasi due anni dall'approvazione, dopo 660 giorni, mancano ancora decreti attuativi fondamentali. Non ci sono piani straordinari di assunzioni. Non c'è un euro aggiuntivo strutturale per il personale. L'Organismo nazionale di verifica e controllo sulle liste d'attesa, istituito nel 2024 con oltre un milione e mezzo di euro di dotazione, non è ancora operativo. Un sistema opaco, garantito dalla totale assenza di controllo. Questo non è governare la sanità: è nascondere il problema sotto il tappeto.
La situazione è chiara. Lo certifica lo stesso Ufficio Parlamentare di Bilancio: il sistema sanitario italiano rallenta, sotto un costante sottofinanziamento, il privato cresce e i fondi sanitari sono in forte espansione. Così le disuguaglianze aumentano e si mina il principio costituzionale di universalità delle cure.
Per il Partito democratico la difesa del sistema sanitario nazionale è una priorità, e dovrebbe esserlo per qualsiasi governo, perché su questo ci giochiamo la democrazia di un paese e l'uguaglianza dei cittadini.
Le nostre proposte sono semplici e nette: portare il finanziamento pubblico al 7,5% del PIL, la media europea, in un percorso pluriennale credibile; superare i tetti di spesa per il personale e avviare un piano straordinario di assunzioni, perché mancano quarantamila tra medici e infermieri e la situazione peggiora ogni anno, adeguando le retribuzioni e prevedendo incentivi economici per chi opera nelle aree interne o disagiate; rendere la Piattaforma nazionale delle liste d'attesa pienamente trasparente, con dati leggibili per regione e per struttura; rendere finalmente operativo l'Organismo di verifica e controllo; vietare la chiusura delle agende e garantire il pieno rispetto della normativa su intramoenia, quando il pubblico non riesce a rispettare i tempi, evitando che il costo ricada sui cittadini; rafforzare la medicina territoriale e l'investimento in prevenzione.
Sono proposte che il Partito Democratico porta avanti da anni, a partire dalla legge Schlein che la maggioranza ha bocciato con la solita arroganza. Una emergenza seria merita una risposta vera. Per questo continueremo a batterci, perché la salute degli italiani non diventi una variabile dipendente dall'indifferenza di chi ci governa”. Lo ha detto in aula Ilenia Malavasi capogruppo Pd in commissione affari sociali della camera, dichiarando il voto favorevole alla mozione del Pd e contrario a quella di maggioranza.
Niente, quattordici milioni di NO e come se non fosse successo niente. Oggi la maggioranza ancora stonata dalla clamorosa sconfitta al referendum, forza la mano e impone l’esame della legge elettorale.
Ignorano le priorità del paese che sono state cause della loro debacle: dal caro benzina alle folli guerre di Trump, dai salari più bassi d’Europa alle liste d’attesa nella sanità che si allungano ogni giorno: fischiettano come i pappagallini del giardino nel video della Meloni.
La ragione richiederebbe prudenza, l’arroganza li porta a forzature. Non gli consentiremo di stravolgere le regole del gioco senza consenso parlamentare e solo per farsi una legge “su misura”.
Così in una nota Chiara Braga, Capogruppo Pd alla Camera dei Deputati.
“Gimbe ancora una volta certifica che la sanità italiana è al collasso. Gli italiani sono completamente abbandonati a loro stessi, non possono accedere alle cure perché le liste di attesa sono interminabili e mancano i medici di famiglia in tutte le Regioni. Un disastro annunciato che rende ancora più grave il continuo NO del governo alle nostre proposte per potenziare il ssn e mettere in campo un piano straordinario di assunzioni di nuovi medici”. Lo dichiara Gian Antonio Girelli, deputato Pd e vicepresidente della commissione parlamentare di inchiesta sul COVID.
“Il problema delle liste di attesa è un’emergenza nazionale ed è uno dei principali fattori di disuguaglianza nell’accesso alle cure”. Lo ha detto il deputato Pd Andrea Casu intervenendo in Aula alla Camera sulle mozioni per la riduzione delle liste di attesa nell'ambito del Servizio Sanitario Nazionale. Secondo Casu “il decreto del Governo sulle liste di attesa è stato presentato come una riforma risolutiva, ma se guardiamo alla realtà dei fatti dobbiamo dire con grande chiarezza che quel provvedimento, ad oggi, non ha prodotto i risultati annunciati: siamo davanti a uno dei più grandi fallimenti del governo. Del resto – ha aggiunto Casu - le liste di attesa non si riducono per decreto: si riducono se ci sono più medici, più infermieri, più tecnici sanitari e più strutture in grado di erogare prestazioni. Tutti aspetti su cui il governo non sta facendo nulla”. Per il parlamentare dem il nodo resta quello delle risorse: “La questione del finanziamento della sanità pubblica non è un tema tecnico, è una scelta politica. Senza investimenti strutturali - ha avvertito Casu - sarà molto difficile affrontare davvero i problemi del sistema sanitario. Secondo le principali analisi nazionali – ha sottolineato Casu - oltre il 50 per cento delle prestazioni specialistiche non viene erogato nei tempi previsti dalle classi di priorità del sistema sanitario. In molte realtà territoriali le attese per esami diagnostici fondamentali superano i tre o quattro mesi e per alcune visite specialistiche si arriva anche oltre i sei mesi. Dietro questi numeri ci sono persone reali. E quando una persona rinuncia a una visita medica perché deve aspettare troppo tempo o perché non può permettersi una prestazione privata – ha concluso Casu – non è solo un problema sanitario, è una ferita nel principio di uguaglianza su cui si fonda la nostra Repubblica, è un vero e proprio tradimento ai principi costituzionali”.
“Sulle infinite liste d'attesa, la risposta del ministro Schillaci è scontata e prevedibile: sostiene che 'la partita si gioca nei territori', e continua a fare da un scaricabarile, evitando, come al solito, di assumersi delle responsabilità. Il governo Meloni è sempre alla ricerca di un capro espiatorio, troppo facile. Dopo 4 anni di propaganda non è arrivato nessun beneficio per i cittadini, 5,8 milioni di italiani non hanno più la capacità di curarsi e altri spendono 41,3 miliardi di tasca propria per farlo. Le liste d'attesa crescono e sono interminabili. Il governo ha varato con decreto la Piattaforma nazionale liste attesa che ancora oggi non funziona e non consente di capire dove si concentrano i ritardi, quali prestazioni riguardano, senza alcuna distinzione regionale o provinciale. Il tetto del personale non è ancora stato eliminato, perché il decreto è ancora fermo al palo”. Lo dichiara la deputata e capogruppo PD, Ilenia Malavasi in replica al ministro Schillaci durante il Queston time alla Camera.
“Senza personale e investimenti consistenti, senza una riforma seria della sanità, senza un rilancio della medicina territoriale, è impossibile abbattere le liste d'attesa. Il ruolo del PD sarà sempre quello di impedire al governo Meloni di continuare a definanziare il SSN, smantellare un sistema eccellente, perché, a differenza di quello che fa questo esecutivo, il diritto alla salute continui ad essere garantito a tutti e tutte", conclude Malavasi.
“Le liste d'attesa sono una realtà drammatica, una distorsione strutturale che sta svuotando di fatto il diritto alla salute. Un'inchiesta del Corriere della Sera ha documentato come ai tempi lunghi proposti dai CUP, corrisponda un accesso rapido alle stesse prestazioni, pagando. Così si induce milioni di cittadini a rinunciare alle cure o a pagare per curarsi”. Lo dichiara il deputato Pd-Idp e segretario di Demos, Paolo Ciani durante il Question Time con il ministro Schillaci.
“Il governo Meloni – sottolinea il parlamentare dem - è intervenuto con un decreto annunciando un cambio di passo, cosa che non è avvenuta perché, in realtà, c'è stato solo un dirottamento di risorse dal pubblico al privato, senza alcun beneficio per i cittadini. Mancano ancora i decreti attuativi e la Piattaforma nazionale da poco varata, restituisce dati che non mostrano dove e perché le liste s'inceppano”. “Senza atti concreti e controlli effettivi, il decreto resta un annuncio, le liste d'attesa restano infinite e il diritto alla salute continua a dipendere dal reddito delle persone”, conclude Ciani.
“I dati sui tempi d'attesa nel Servizio sanitario nazionale sono imbarazzanti, ritardi infiniti che inducono un numero crescente di cittadini a ricorrere a prestazioni sanitarie a pagamento, spesso all'interno delle stesse strutture pubbliche, mediante la libera professione intramuraria. Tale fenomeno comporta una spesa sanitaria privata stimata in circa 10 miliardi di euro annui e produce una compressione del diritto alla salute, con un marcato aumento delle disuguaglianze sociali e territoriali nell'accesso alle cure. Nonostante l'entrata in vigore del decreto-legge n. 73 del 2024 e l'avvio del Piano nazionale di governo delle liste d'attesa 2025-2027, la situazione non risulta sostanzialmente mutata, con decreti attuativi tuttora mancanti e nessun investimento strutturale sul personale e un ricorso alla libera professione”. Così si legge nell'interrogazione del Partito Democratico che verrà discussa oggi alla Camera durante il Question Time con il ministro Schillaci, per sapere quali iniziative il Ministro intenda adottare per garantire il rispetto uniforme dei tempi massimi di attesa, assicurare una reale separazione tra attività istituzionale e libera professione intramuraria e ristabilire il principio di universalità ed equità del Servizio sanitario nazionale.
“I dati del Rapporto Crea descrivono una situazione preoccupante: milioni di italiane e italiani rinunciano alle cure per motivi economici e cresce il numero di chi è costretto a rivolgersi al privato a causa delle difficoltà di accesso al Servizio sanitario nazionale. La spesa sanitaria a carico delle famiglie continua ad aumentare e pesa soprattutto sui nuclei meno abbienti, con conseguenze particolarmente gravi nel Mezzogiorno, dove le disuguaglianze territoriali sono più marcate.
Questa emergenza è il frutto delle scelte del governo Meloni, che dal 2022 sta sottofinanziando il ssn: si tratta di scelte che iniziano con i governi di impronta berlusconiana, avallate a suo tempo da una giovane Giorgia Meloni, che hanno favorito nel tempo una progressiva privatizzazione del sistema sanitario. Oggi la destra continua sulla stessa strada, aggravando ulteriormente una situazione già critica.
Di fronte a numeri così chiari serve un cambio di passo immediato: più risorse al Servizio sanitario nazionale, più personale per superare la criticità delle liste di attesa, meno disuguaglianze sociali e territoriali e un impegno concreto per garantire il diritto alla salute a tutte e a tutti, a partire dal Sud del Paese”. Così Ilenia Malavasi, Capogruppo PD in Commissione Affari Sociali della Camera dei deputati.
"L'indagine di Nomisma parla chiaro: sempre più persone ricorrono al privato per curarsi, per evitare liste d'attesa interminabili. L'accesso alle cure è sempre più difficile: chi può permetterselo cerca risposte nel privato, pagando, chi non può permetterselo, attende. Siamo ormai di fronte ad un sistema duale che vede cittadini di serie A e di serie B, aumentando le disuguaglianze e negando il diritto alla cura alle fasce più fragili. Per i cittadini la priorità è investire sul ssn per ridurre i tempi di attesa per ricoveri, visite e analisi. Il governo però sembra essere sordo a questi continui richiami". Lo dichiara Ilenia Malavasi, capogruppo Pd in commissione Affari sociali di Montecitorio.
“L’Istat parla chiaro: il problema delle liste d’attesa non è ancora stato risolto; i cittadini per evitare liste d’attesa interminabili sono costretti a ricorrere a strutture private che sono diventate costosissime. Non è giusto nei confronti di chi le strutture private non se le può permettere. Aumenta il divario fra Nord e Sud e fra le varie Regioni. La verità è che questo governo fa solo chiacchiere ma pochissimi fatti”. Lo dichiara Gian Antonio Girelli deputato Pd e vicepresidente della commissione d’inchiesta sul covid.
“Gli unici record del Governo sono l’ aumento dei prezzi dei generi alimentari, l’allungamento delle liste d’attesa e 6 milioni di italiani che rinunciano a curarsi. Questo è il Paese reale e questi sono i fallimenti di Giorgia Meloni. Noi continueremo a chiedere più soldi per la sanità e più tutele per lavoro, famiglie e imprese”. Così il deputato democratico Andrea Casu che sottolinea come “i dati Istat usciti oggi certificano il fallimento di Meloni e quanto il governo sia assente nel dare risposte alle emergenze carovita e sanità”.
“La manovra non affronta le emergenze del paese: non interviene sul caro vita né sulle liste d’attesa della sanità. Non promette crescita e non ha prospettive per il futuro. É il fallimento della ricetta economica di Giorgia Meloni: senza il PNRR, l’Italia sarebbe tecnicamente in recessione”. Così il capogruppo del Pd nella commissione bilancio della camera, Ubaldo Pagano.
Una Regione che chiede intercessioni di Governo per ottenere una deroga all’accantonamento obbligatorio delle somme destinate a coprire il deficit sanitario deve dare prova di tre qualità: capacità di programmazione nel tempo quale impegno al recupero di quel buco; parsimonia e oculatezza nella gestione delle spese collaterali; senso di responsabilità. L’Abruzzo del governo marsiliese, delle mance festivaliane, della sanità allegra, degli ospedali lasciati aperti ma senza medici e infermieri, dei serpenti notturni e dei voli dannunziani, degli annunci strutturali e delle opere incompiute, è arrivata al redde rationem: è purtroppo manchevole sotto tutti i punti di vista, ed è prevedibilmente costretta a elemosinare l’ennesimo rapporto amicale romano per evitare un commissariamento ormai non più rinviabile La verità, che oggi torna a rimbombare prepotente tra i corridoi mortificatamente silenziosi di via Conte di Ruvo, stava scritta chiara e inequivocabile nelle 156 pagine del verbale della riunione congiunta del Tavolo Tecnico al MEF per la verifica degli adempimenti regionali con il Comitato permanente per la verifica dei Livelli Essenziali di Assistenza-LEA che il 10 luglio ha bocciato la gestione della sanità regionale, ‘L’Abruzzo è l’unica Regione in piano di rientro (sanitario) in cui si registra una inversione di tendenza in senso peggiorativo dei risultati d’esercizio, con compromissione degli obiettivi del Piano di rientro’ si legge. Il disavanzo che nel 2024 si è chiuso a oltre 103milioni di euro salirà a 126milioni 800mila euro per il 2025, bloccando i conti di tutta la Regione, incapace di spendere un solo euro in più anche per comprare la carta per le fotocopie Bocciata la politica sanitaria degli screening; bocciato il piano di rientro delle liste d’attesa; bocciata l’organizzazione della rete ospedaliera che ha generato inutili doppioni non solo fra nosocomi pubblici, ma anche tra i privati accreditati; bocciato il piano di sviluppo degli hospice-cure palliative e, di conseguenza, l’ADI. Bocciata la gestione dell’emergenza urgenza: la Regione Abruzzo non riesce a rispettare i tempi massimi per nessuno dei codici di maggiore gravità, mettendo a rischio la vita dei pazienti. Interrogata la funzionalità di alcuni punti nascita, dove scendono i parti, così come dei reparti di emodinamica.
Ha provato il Governatore Marsilio, puntando sulla spiccata romanità del ‘volemose bene’, a mescolare le carte, a confondere le acque, ha dimostrato affanno nei viaggi romani, per ‘difendere l’Abruzzo’ ha raccontato lui, in realtà per cercare di mascherare una gestione affaticata dalla disattenzione amministrativa, interessata più ai cambi di poltrona dirigenziale che ai contenuti degli atti da firmare. Si è fatto concedere un presunto bonus da 6milioni di euro, una tachipirina che questa volta non farà scendere la febbre causata dal batterio dell’indolenza legislativa regionale Concedere una deroga all’accantonamento di quel debito, che rappresenta il biglietto d’ingresso per un Commissario straordinario non salverà l’Abruzzo e i suoi conti. Sarebbe funzionalmente utile solo per permettere al Governatore di intervenire senza fardelli ingombranti alle prossime amministrative a Chieti, di partecipare al dibattito che si aprirà su Pescara con la prossima sentenza del Consiglio di Stato, qualunque essa sia, dunque una pezza bagnata su una fronte che brucia. Ci rimettono gli abruzzesi, gli unici ad aver pagato i conti dell’emergenza pandemica e sismica, e che saranno chiamati a coprire anche quel buco. Ci rimettono gli abruzzesi residenti in una ‘Regione canaglia’, colpevoli di ‘curarsi troppo’ spendendo risorse pubbliche, eppure sono gli stessi che per fare una Tac, un’ecografia, una risonanza magnetica, devono aspettare due anni Io invece aspetto di leggere l’emendamento dei Senatori Liris-Sigismondi, attendo di verificare come intendono far passare quel cerotto legislativo che ha svelato quella verità che il Governatore Marsilio ha smentito per mesi. E attendo di vedere quale posizione assumerà il Governo meloniano del rigore e della correttezza amministrativa a fronte di una regione ‘amica’ ma burlona e troppo allegra che, ormai è certificato nero su bianco, ha gestito con la spensieratezza di mirandolina le casse pubbliche
“È arrivato il momento di scavare nei cassetti della sanità abruzzese per cercare le carte, quelle vere, che non potranno essere nascoste né mascherate. La sanità dell’Abruzzo è al collasso”. Lo dichiara in una nota il deputato Pd, Luciano D’Alfonso che cita le conclusioni del Tavolo Tecnico del MEF, protocollate il 5 novembre, secondo cui ‘l’Abruzzo è l’unica Regione in cui si registra una inversione di tendenza in senso peggiorativo dei risultati d’esercizio, con compromissione degli obiettivi del Piano di rientro sanitario’.
“Sulla sanità abruzzese incombe la minaccia di commissariamento", continua il parlamentare dem. "Come certificato dal Tavolo del MEF il Conto economico Consuntivo 2024 registra un disavanzo di 103 milioni di euro e lo squilibrio continua a peggiorare anche nel 2025 con un disavanzo nel primo trimestre di circa 25milioni di euro. Ma non solo: mancano i controlli normativi obbligatori sulle cartelle cliniche dei ricoveri, viene chiesta la chiusura dei punti nascita per assenza di parti, restano critiche le liste di attesa e i dati inerenti ai programmi di screening oncologici di prevenzione, la rete delle cure palliative è insufficiente, manca la governance della gestione della Rete Ospedaliera”. “La Regione Abruzzo non riesce a rispettare i tempi massimi per nessuno dei codici di maggiore gravità, mettendo a rischio la vita dei pazienti. È il momento di fare chiarezza e correre ai ripari”, conclude D’Alfonso.
“Il ministro Calderoli conferma in Aula che realizzerà l'Autonomia differenziata nonostante la sentenza della Corte Costituzionale che ha demolito la legge 86/2024. Ma il ministro vuole procedere ugualmente colpendo la sanità del Mezzogiorno, costringendo migliaia di persone di andarsi a curare al Nord allungando ulteriormente le liste d'attesa. Il ministro ci fa capire che trova normale che i docenti del Sud siano pagati di meno rispetto ai colleghi delle altre regioni e che non ha interesse dei 150mila giovani meridionali che ogni anno sono costretti ad emigrare altrove alla ricerca di opportunità che nella propria terra non hanno. Tutto questo è l'autonomia differenziata, un meccanismo di distruzione dell'unità d'Italia, che aumenta i divari e le diseguaglianze”. Lo dichiara il deputato e responsabile Pd per la coesione territoriale, Marco Sarracino intervenendo in replica al ministro Calderoli durante il Question time alla Camera.
“Calderoli dovrebbe recarsi al Sud a raccontare queste cose insieme alla premier Meloni. Ma cosa pensano di queste dichiarazioni i candidati Cirielli in Campania o Lobuono in Puglia? Sull'argomento i candidati della destra restano in silenzio perché sono complici di una riforma sbagliata e fuori dalla realtà. Il governo ci parla di Lep, ma li finanzia con zero euro perché sono il governo più antimeridionalista della storia repubblicana e noi glielo ricorderemo ogni giorno”, conclude Sarracino.