Le dichiarazioni di Ignazio La Russa sono gravi e inaccettabili, soprattutto perché arrivano dalla seconda carica dello Stato alla vigilia della Festa della Liberazione. Non esiste alcuna “pacificazione” possibile che passi per l’equiparazione tra partigiani e repubblichini. È una forzatura storica e morale che offende la memoria della Resistenza e tradisce i valori su cui si fonda la nostra Repubblica. I partigiani hanno combattuto per la libertà, la democrazia e la dignità del Paese; i militanti della Repubblica Sociale Italiana hanno scelto di stare dalla parte di un regime complice del nazismo e responsabile di persecuzioni, repressione e violenze, non spettatori, ma complici attivi nella persecuzione degli ebrei.
Mettere queste esperienze sullo stesso piano non è un gesto di riconciliazione: è un tentativo di riscrivere la storia e di indebolire il significato profondo del 25 aprile. Ed è tanto più grave se a farlo è chi dovrebbe rappresentare le istituzioni repubblicane nate proprio dalla sconfitta del fascismo.
La verità storica non è negoziabile: la Repubblica italiana nasce dalla Resistenza. Chi ricopre ruoli istituzionali ha il dovere di ricordarlo con rispetto e senza ambiguità.
Così in una nota Federico Fornaro, deputato Pd, Presidente della Giunta delle elezioni.
Trent’anni fa l’Italia voltava pagina. Con la vittoria dell’Ulivo guidato da Romano Prodi si apriva una stagione di speranza, di responsabilità e di riforme, fondata su un’idea chiara: unire le forze progressiste per modernizzare il Paese e rafforzarne la democrazia.
Quella vittoria non fu un incidente della storia: fu il frutto di un lavoro politico serio, di una coalizione che seppe mettere da parte le differenze per costruire qualcosa di più grande. Per parlare alla borghesia, ai cattolici democratici, ai riformisti di ogni provenienza, senza inseguire le posizioni più radicali ma senza nemmeno rinnegarle.
Ha lasciato un’eredità enorme: l’ingresso nell’eurozona, le riforme del welfare, una credibilità internazionale ritrovata. Trent’anni dopo, quella stagione non è nostalgia.
Quella esperienza ha dimostrato che quando il centrosinistra è capace di essere largo, credibile e radicato nella società, può guidare l’Italia con serietà e visione europea. Oggi, in un contesto profondamente cambiato, quello spirito resta una bussola: costruire unità, difendere i diritti, promuovere sviluppo sostenibile e giustizia sociale.
Ricordare l’Ulivo non è solo un esercizio di memoria, ma un impegno per il presente e per il futuro. Perché l’Italia ha ancora bisogno di una politica che unisca, che ascolti e che sappia guardare lontano.
Lo ha scritto sui social Chiara Braga, Capogruppo Pd alla Camera dei Deputati.
"Dal dicembre 2017, a seguito di una iniziativa che assunsi con altri colleghi, è istituito, presso il Ministero della Cultura un fondo per la tutela e la promozione del patrimonio morale, culturale, storico dei luoghi di Memoria della lotta al nazifascismo, della Resistenza e della Liberazione. Ci si riferisce alle istituzioni che sostengono le iniziative sulla memoria a Marzabotto, a Fossoli, al Museo Cervi, a Sant' Anna di Stazzema e alla Risiera di San Sabba. Il fondo era inizialmente di 2 milioni e mezzo di Euro, 500mila per ogni realtà. Risorse sempre scrupolosamente rendicontate e che hanno consentito interventi sui luoghi della memoria, sugli archivi, iniziative di ricerca storica, di coinvolgimento delle scuole. Il Governo in carica, dopo che nella legislatura precedente il contributo in oggetto era rimasto lo stesso, ha più volte ridotto il finanziamento, fino al taglio rilevante attuato nel decreto di marzo di quest' anno sulle disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi. Ora il contributo complessivo è di 1.819.738 euro, 363.947,60 euro per ogni ente. Un taglio che ha assunto proporzioni inaccettabili e che mette in discussione tanti progetti già avviati.
Non credo sia necessario ricordare, alla vigilia del 25 aprile, il valore della Memoria. Nel sacrifico delle vittime della barbarie nazifascista stanno le radici della nostra democrazia e della nostra Costituzione. Ho presentato una interpellanza parlamentare per chiedere il ripristino del finanziamento originale e l' attenzione del Governo sul valore dei luoghi della Memoria".
"Il governo taglia la memoria per fare cassa sulla benzina. È questo il senso politico, prima ancora che contabile, della scelta contenuta nel decreto carburanti di marzo: ridurre le accise finanziando l’intervento con tagli lineari e opachi, che colpiscono anche presìdi fondamentali della cultura democratica del paese. Tra questi, in modo grave e inaccettabile, il Parco nazionale della Pace di Sant’Anna di Stazzema, simbolo della memoria delle stragi nazifasciste, che si vede sottrarre circa 140 mila euro annui senza alcuna spiegazione. Una decisione che non è neutra né tecnica: è una scelta che colpisce un luogo dove si educano le nuove generazioni ai valori dell’antifascismo, della Costituzione e della convivenza civile". Lo dichiara il segretario del PD della Toscana Emiliano Fossi dopo aver depositato - insieme ai colleghi deputati dem Marco Simiani, Simona Bonafè, Federico Gianassi, Laura Boldrini, Marco Furfaro, Arturo Scotto e Christian Di Sanzo - una interrogazione parlamentare.
"Ridurre le risorse a Sant’Anna, mentre si registrano troppe assenze istituzionali nelle ricorrenze del 25 aprile e del 12 agosto, manda un segnale politico preciso e profondamente sbagliato: la memoria non è una priorità. Noi chiediamo al Ministro della Cultura di chiarire immediatamente e di intervenire per ripristinare integralmente i finanziamenti previsti dalla legge. Perché qui non si tratta solo di bilanci, ma della dignità della Repubblica e del rispetto dovuto alle vittime. Usare i luoghi della memoria come bancomat è una linea che va fermata: la memoria della Resistenza non si taglia, si difende", conclude Fossi.
“Ricordare Amendola nel centenario della morte significa in primo luogo non dimenticare che cosa è stato il fascismo, la sua natura violenta e autoritaria, altro che ‘Mussolini ha fatto anche cose buone’. Condurrà una battaglia senza quartiere sia in Parlamento sia delle colonne de ‘Il Mondo’, contro la violenza squadrista. Amendola, liberale intransigente, non si farà mai intimidire. Nonostante il 26 dicembre del 1923 fosse stato bastonato dai fascisti darà vita l’anno successivo all'Unione nazionale a cui aderiranno figure importanti e intellettuali dell'epoca tra cui Calamandrei e Rossi. Sarà tra i promotori dell'Aventino e forse dovremmo provare anche a riflettere meglio su quell'esperienza che oggi giudichiamo in maniera retrospettiva in modo negativo. Credo che la scelta legalitaria che fecero Amendola e Turati fosse una scelta giusta e in piena coerenza con quella di Giacomo Matteotti non rispondere alla violenza con la violenza. A loro venne a mancare l’apporto del capo dello Stato, il re, che tra la legalista e il fascismo scelse il secondo. In una lettera a Turati nel dicembre 1925 auspicava che ‘i figli e i nipoti benediranno la memoria di colori che non disperarono e che nel folto della notte più buia testimonieranno per l’esistenza del sole’. Se oggi viviamo nel sole della democrazia repubblicana, lo dobbiamo a uomini come Giovanni Amendola a cui oggi doverosamente abbiamo reso omaggio”.
Così Federico Fornaro, della Presidenza del Gruppo Pd alla Camera, intervenendo in Aula per commemorare la figura di Giovanni Amendola.
"Tre ordini del giorno approvati in tre anni sulla stessa opera e, nel frattempo, zero risultati: il museo per la memoria della strage di Viareggio resta fermo alle parole. È un esercizio ormai rodato quello della maggioranza: votare impegni in Aula, salvo poi lasciarli cadere nel vuoto. Parliamo di una tragedia che ha segnato profondamente il paese, con 32 vittime e oltre 100 feriti, e di un progetto che unirebbe memoria e sicurezza ferroviaria. Ma evidentemente, per la destra il tempo degli annunci è infinito". Lo dichiarano in una nota congiunta i deputati Dem Marco Simiani ed Emiliano Fossi.
"Non solo: la proposta di legge sull'istituzione del museo della strage di Viareggio che abbiamo depositato nel 2023 è bloccata da mesi in Commissione Cultura alla Camera e la destra, con un espediente tecnico, l’ha persino abbinata a un testo della maggioranza di due anni fa, utilizzandolo come base nel tentativo maldestro di sottrarne la paternità al Partito Democratico. Un’operazione tanto evidente quanto poco dignitosa. A questo punto diciamo: fate pure come volete, intestatevela, riscrivetela, cambiatele titolo — ma approvatela. Perché dopo anni di impegni disattesi, almeno la memoria delle vittime merita rispetto", concludono i deputati Pd.
“I continui tagli al cinema italiano sono un fatto gravissimo e rappresentano l’ennesima dimostrazione di un atteggiamento ostile e miope da parte del governo Meloni verso un settore strategico della nostra cultura e della nostra economia. Dall’inizio della legislatura assistiamo a scelte sbagliate, fatte di forti riduzioni di risorse e incertezze normative, che stanno mettendo in ginocchio l’industria cinematografica italiana”.
Lo ha detto la capogruppo del Pd alla Camera dei deputati, Chiara Braga, a margine della proiezione del documentario “Il delitto Matteotti”, nel centenario della nascita del regista Florestano Vancini.
“Al di là delle dichiarazioni di facciata – ha detto Braga – questo governo sta di fatto penalizzando un intero comparto e dimostra di non riconoscere il ruolo fondamentale del cinema nella costruzione di una memoria collettiva e condivisa”.
“Il cinema - ha aggiunto nel suo intervento di apertura - è un linguaggio potente, immediato, capace di parlare a tutti e soprattutto alle nuove generazioni. Non è solo intrattenimento, ma strumento di conoscenza, di crescita e di consapevolezza civile.
Il cinema ha la capacità di rendere vivi i fatti storici, di trasformare nomi e date in storie, volti, emozioni. Permette di comprendere più a fondo ciò che è stato, e quindi di interpretare meglio il presente.
In questo senso, il lavoro di Vancini è esemplare. Regista profondamente legato alla storia italiana del Novecento, ha saputo raccontare con rigore e passione i momenti più complessi della nostra vicenda nazionale, intrecciando sempre narrazione cinematografica e impegno civile con una costante attenzione alla verità dei fatti, alla responsabilità della memoria, alla necessità di non semplificare mai i passaggi più difficili della nostra storia”.
“Il Partito Democratico respinge con fermezza e indignazione le parole di Lucio Malan, che accusa il PD di antisemitismo. Si tratta di affermazioni gravi, infondate e strumentali, che offendono la storia e l’impegno quotidiano di una comunità politica che ha sempre combattuto ogni forma di odio, discriminazione e razzismo.
Non accettiamo lezioni da chi appartiene a una forza politica che non ha mai reciso fino in fondo ogni ambiguità con il proprio passato neofascista. Non accettiamo lezioni da chi continua a richiamarsi, anche simbolicamente, a una tradizione che affonda le radici in chi promulgò le leggi razziali contro gli ebrei. Non accettiamo lezioni da chi, ancora oggi, mette in discussione l’impianto della Costituzione, nata dalla Resistenza e dalla lotta antifascista di liberazione.
Malan contribuisce solo ad avvelenare il clima pubblico e a distogliere l’attenzione dai problemi reali del Paese.
L’Italia ha bisogno di verità, rispetto e memoria”.
Così in una nota Chiara Braga e Francesco Boccia, capigruppo PD alla Camera dei deputati e al Senato.
Oggi sono stata a Forno, un luogo che non è solo memoria ma responsabilità viva. Qui, dove il prezzo della libertà è stato pagato con il sangue, il richiamo alla Resistenza risuona ancora più forte.
Da parlamentare sospesa, sento ancora di più il peso e l’onore di rappresentare quei valori per cui uomini come Giacomo Matteotti hanno dato la vita: verità, coraggio, opposizione senza compromessi a ogni forma di autoritarismo.
Non è retorica, è scelta quotidiana.
La democrazia si difende anche quando costa. Sempre.
Uccidete me ma l’idea che è in me non la ucciderete mai!
“Essere a Forno significa ribadire che la memoria della Resistenza è un dovere civile e politico, non un rito formale. Qui si tocca con mano il prezzo pagato per la libertà e per la democrazia, e proprio per questo abbiamo la responsabilità di difendere ogni giorno i valori antifascisti della nostra Costituzione. Non possiamo permettere ambiguità o arretramenti: di fronte a ogni tentativo di riscrivere la storia o di riabilitare ideologie neofasciste serve una risposta chiara e ferma delle istituzioni”: è quanto dichiara il deputato Dem Marco Simiani dopo aver partecipato oggi, venerdì 10 aprile, alla commemorazione insieme ad altri parlamentari del centrosinistra nel paese simbolo della strage nazifascista del 1944, nell’ambito delle iniziative per l’anniversario della Liberazione di Massa. La presenza della delegazione si inserisce anche nel clima di tensione seguito alle proteste alla Camera contro la presenza di esponenti neofascisti, vicenda che ha portato a sanzioni per numerosi deputati e che ha contribuito a rafforzare il significato politico della giornata.
"Oggi è il giorno del dolore e del ricordo. Le celebrazioni del 36° anniversario della strage del Moby Prince sono un momento toccante e significativo per i familiari delle vittime e per l'intera comunità di Livorno. Serve però uno spazio condiviso e stabile per la documentazione dei fatti, la tutela della memoria e la promozione della sicurezza navale. Per questo motivo è urgente e necessario realizzare il Museo: un presidio culturale e civile che possa contribuire al percorso di verità e giustizia che ancora oggi, dopo decenni, deve essere pienamente compiuto. Ci auguriamo che l'iter parlamentare della nostra proposta di legge, presentata a Montecitorio su questo tema, possa sbloccarsi prima possibile": è quanto dichiarano, in una nota congiunta, i commissari PD nella Commissione Parlamentare d'Inchiesta Simona Bonafè, Andrea Casu e Matteo Mauri, e il deputato del Partito Democratico del collegio Marco Simiani.
"A 35 anni di distanza, il ricordo della tragedia del Moby Prince resta vivo e rappresenta una ferita ancora aperta nella coscienza del nostro Paese.
Il 10 aprile 1991 persero la vita 140 persone. Non è solo una ricorrenza ma è un richiamo al dovere della memoria ed anche alla responsabilità collettiva di continuare a cercare verità e giustizia.
Come ha ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si tratta di una tragedia che “poteva e doveva essere evitata” e su cui, nonostante i passi avanti compiuti negli anni, permangono ancora interrogativi che non hanno ricevuto risposte esaustive. È proprio su questi interrogativi che dobbiamo continuare a concentrare il nostro impegno istituzionale.
Ricordare non è un atto simbolico, ma un impegno concreto verso le vittime e le loro famiglie, che da oltre tre decenni chiedono chiarezza, responsabilità e giustizia.
Come parlamentare sardo sento ancora più forte il dovere di non fermare questo percorso di verità. Non dimentichiamo. Mai".
Lo dichiara il deputato del PD Silvio Lai, già presidente nella XVII legislatura della prima Commissione parlamentare d'inchiesta sulle cause del disastro del Moby Prince.
“Il sequestro operato dalla Guardia di Finanza al porto di Ancona - 314.000 munizioni e oltre 10 milioni di detonatori pronti a essere imbarcati su una nave passeggeri, diretti a Cipro attraverso false dichiarazioni doganali - non è una notizia che si può archiviare come un caso isolato. È l'ennesima, gravissima spia di un sistema che non funziona, e che questo Governo continua a ignorare con un'indifferenza che definiamo inaccettabile.
Non si tratta di un episodio nuovo. Chi ha memoria sa che già nel 2011, in piazza Tahrir, dopo gli scontri tra manifestanti e forze armate egiziane, vennero ritrovati bossoli di munizioni prodotte dalla Fiocchi di Lecco, una delle principali aziende italiane del settore. E sa anche che per oltre dieci anni le effettive spedizioni di munizioni militari della Fiocchi non risultarono mai riportate nella Relazione della Presidenza del Consiglio: le autorizzazioni c'erano, ma mancava il riscontro dell'Agenzia delle Dogane. Una «stranezza», come la definì l'Osservatorio OPAL, che avrebbe dovuto far scattare controlli e risposte immediate. Più di recente, nel gennaio 2022, le dogane senegalesi sequestrarono tre container con munizioni militari prodotte dalla Fiocchi, a bordo di una nave cargo partita dal porto di La Spezia, sollevando interrogativi rimasti senza risposta sulle autorizzazioni rilasciate dalle autorità italiane.
Oggi siamo di fronte a un nuovo capitolo della stessa storia. E il silenzio del Governo è assordante.
Viviamo in un Paese in cui cittadine e cittadini sono angosciati dai conflitti che bruciano ai confini dell'Europa e oltre; in cui la violenza, soprattutto contro le donne, non accenna a diminuire; in cui le forze dell'ordine sono sotto organico e il territorio è presidiato in modo insufficiente. In questo contesto, scoprire che dall'Italia escono - lecitamente o illecitamente - quantità industriali di munizioni ed esplosivi verso destinazioni opache, senza che il Governo muova un dito per istituire controlli seri e sistematici, è qualcosa che ci indigna profondamente.
C'è poi un'altra anomalia che non può continuare ad essere ignorata: in Italia i cacciatori e i praticanti di sport del tiro non superano le 600.000 unità, eppure i porto d'armi rilasciati sono circa 1.500.000. Una sproporzione che da sola varrebbe un'interrogazione urgente. Ma niente: silenzio anche su questo.
Chiediamo al Governo di uscire dall'inerzia. Chiediamo risposte chiare su chi sono le società italiane coinvolte nel caso di Ancona e se operavano con regolari licenze. Chiediamo che venga fatta luce sul reiterato opaco flusso di munizioni italiane verso Paesi a rischio, a partire dai precedenti che coinvolgono Fiocchi. Chiediamo una revisione urgente del sistema di autorizzazione e controllo sull'export di materiale esplodente e munizionamento.
Non è più tempo di minimizzare. I giovani e gli italiani sono per il no alle armi. È tempo per il governo Meloni di assumersi le proprie responsabilità e garantire rispetto e obbedienza alla loro volontà”. Lo dichiarano le deputate del PD Eleonora Evi e Patrizia Prestipino che hanno presentato una interrogazione al governo in tal senso.
“Le parole del capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami sono gravi, strumentali e profondamente offensive, non solo nei confronti delle opposizioni ma delle stesse istituzioni democratiche. Tentare di insinuare un legame tra l’esercizio di una prerogativa parlamentare, quale è la visita in carcere, e presunte contiguità con ambienti criminali è un atto irresponsabile che dovrebbe suscitare imbarazzo in chiunque abbia a cuore lo Stato di diritto. Le visite ai detenuti, anche a quelli sottoposti a regimi duri come il 41-bis, non sono un favore personale né tantomeno un segnale di vicinanza ideologica. Sono uno strumento di garanzia previsto dalla legge, volto a verificare il rispetto delle condizioni detentive e dei diritti fondamentali. Chi oggi prova a trasformare questo dovere istituzionale in un’accusa infamante dimostra di non conoscere, o di voler deliberatamente calpestare, i principi basilari della nostra democrazia.
È particolarmente paradossale che lezioni arrivino da chi usa il Parlamento come un’arena per la propaganda più becera, piegando temi delicati come la lotta alla mafia a un uso politico cinico e divisivo. La memoria di figure come Pio La Torre e Peppino Impastato meritano rispetto, non di essere evocate a sproposito per coprire la mancanza di argomenti. Per questo respingiamo con fermezza ogni tentativo di delegittimazione. Continueremo a esercitare le nostre funzioni con serietà e trasparenza, mentre chiediamo al governo e alla sua maggioranza di tornare a un confronto politico fondato sui fatti, non sulle insinuazioni. Perché la vera debolezza non è nel controllo democratico, ma in chi ha paura della verità e del ruolo delle istituzioni.”
Lo dichiara il deputato del Pd Silvio Lai.