“Quando Delmastro era sottosegretario alla Giustizia è divenuto socio in affari di una ragazza di 18 anni, figlia di persona già sotto processo, condannata e poi arrestata per agevolazione di associazione mafiosa. Nei giorni antecedenti al voto per il referendum, la Capo di Gabinetto del ministro Nordio, Giusi Bartolozzi ha dichiarato 'votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura'. Di fronte a comportamenti così gravi, il ministro Nordio o ha taciuto o addirittura è stato difensore. Una cosa intollerabile”. Lo dichiara Federico Gianassi, deputato e capogruppo PD in Commissione Giustizia, durante il Question Time con il ministro Nordio alla Camera.
“Ancora ieri mattina – sottolinea il parlamentare dem - il ministro dichiarava che Delmastro avrebbe chiarito la sua posizione e poche ore dopo si è dimesso. Aveva detto che Bartolozzi sarebbe rimasta al suo posto e anche lei dopo poche ore si è dimessa. Poiché Nordio non è in grado di chiarire alcun ché, faccia l'unica cosa di buon senso che può fare: se ne vada anche lui”. “Nordio è stato sfiduciato da 15 milioni di italiani e oggi è la rappresentazione allegorica della sconfitta. La corsa di Nordio è finita: liberi il ministero dalla sua presenza e consenta alla giustizia italiana di ripartire”, conclude Gianassi.
"Le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi solo dopo la vittoria schiacciante del No al referendum non sono certo il segno di quanto il governo si preoccupi della decenza dei comportamenti dei suoi componenti. Se avesse vinto il Sì, sarebbero rimasti al loro posto? Perché si sono dimessi solo oggi?
Un cinico calcolo politico che gli italiani hanno capito benissimo, come dimostra il voto di ieri.
Cosa aspetta Meloni a chiedere le dimissioni della ministra Santanchè, come avrebbe dovuto fare già mesi fa?". Lo dichiara Laura Boldrini, deputata Pd e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo.
“Le dimissioni di Delmastro sono un atto dovuto anche se tardivo. Il sottosegretario, già condannato per rivelazione di segreto di ufficio, che aveva accusato esponenti del PD per un’ispezione in carcere di inchinarsi ai mafiosi, si è messo in società nel ramo della ristorazione a Roma, insieme a un pezzo del gruppo dirigente di Fratelli d’Italia del Piemonte, con una ragazza appena maggiorenne figlia di persona sotto processo e poi condannata e arrestata per agevolazione di associazione mafiosa. Di questa partecipazione societaria non c’è traccia nelle dichiarazioni che per la trasparenza devono essere pubblicate. Non è ingenuità, è gravissimo e per questo erano scontate le dimissioni. Così come sono scontate le dimissioni di Bartolozzi che invitata a votare Si per spazzare via la magistratura. Ma cosa dice Meloni che li ha difesi fino a poche ore fa, ha evitato di prendere provvedimenti prima del referendum e ha minimizzato i loro comportamenti?” Così il capogruppo democratico in commissione giustizia della Camera, Federico Gianassi commenta le dimissioni di Bartolozzi e Delmastro.
"Le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, arrivate, tardivamente, dopo la sconfitta al referendum, dimostrano che persino nel centrodestra qualcuno ha ancora il senso delle istituzioni. Ma allora qualcuno spieghi agli italiani perché la ministra Santanchè è ancora al suo posto".
Lo dichiara il deputato Alberto Pandolfo, capogruppo Pd in commissione Attività produttive.
"Santanchè – conclude Pandolfo - è sotto processo, eppure Meloni continua a tenerla in Consiglio dei Ministri. A questo punto la domanda è legittima: la Presidente del Consiglio ha qualcosa da nascondere? È questo il motivo per cui non riesce, o non vuole, obbligarla a dimettersi? Gli italiani meritano una risposta chiara".
“Le dimissioni arrivate oggi rappresentano un atto tardivo ma doveroso sotto il profilo del rispetto del diritto e delle istituzioni. Il fatto che siano intervenute solo dopo il referendum costituisce un elemento politico evidente: è la conferma della spregiudicatezza della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che per mere opportunità legate al voto ha scelto di trattenere un gesto che, alla luce dei fatti, non era più rinviabile. Siamo di fronte a un comportamento grave, che dimostra ancora una volta come questa maggioranza consideri le istituzioni strumenti da piegare a esigenze di parte. Chi mette quantomeno in imbarazzo le istituzioni non può continuare a ricoprire incarichi pubblici, tanto più se si tratta di ruoli estremamente delicati che richiedono rigore, equilibrio e senso dello Stato” Lo dichiara Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Partito Democratico commentando le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi.
“La batosta del referendum non è servita alla destra che addirittura accelera sulla legge elettorale. Una scorciatoia che evidenzia un misto di debolezza e di protervia. Le regole del gioco non si cambiano da soli. Gli italiani lo hanno detto chiaramente con il voto di ieri. La maggioranza è una mosca che continua a sbattere sul vetro”. Lo dichiara Stefano Graziano, capogruppo Pd in commissione Difesa della Camera e di Vigilanza sulla Rai.
Niente, quattordici milioni di NO e come se non fosse successo niente. Oggi la maggioranza ancora stonata dalla clamorosa sconfitta al referendum, forza la mano e impone l’esame della legge elettorale.
Ignorano le priorità del paese che sono state cause della loro debacle: dal caro benzina alle folli guerre di Trump, dai salari più bassi d’Europa alle liste d’attesa nella sanità che si allungano ogni giorno: fischiettano come i pappagallini del giardino nel video della Meloni.
La ragione richiederebbe prudenza, l’arroganza li porta a forzature. Non gli consentiremo di stravolgere le regole del gioco senza consenso parlamentare e solo per farsi una legge “su misura”.
Così in una nota Chiara Braga, Capogruppo Pd alla Camera dei Deputati.
“Siamo molto soddisfatti del risultato. Ora vogliamo sconfiggere Meloni alle elezioni. Il voto ha dimostrato sia nella partecipazione che nel risultato che i cittadini hanno a cuore la Costituzione, soprattutto i più giovani. Noi continueremo a sfidare il governo sui temi che toccano la vita quotidiana delle persone: sanità, lavoro, la scuola”.
Lo ha detto Chiara Braga, Capogruppo Pd alla Camera dei Deputati, a Rainews 24.
“Il Partito Democratico è sempre stato compatto nei passaggi parlamentari sulla riforma e i nostri militanti si sono mobilitati con determinazione per raggiungere questo risultato sul cui esito ha pesato anche il contesto internazionale: Trump non spaventa solo per le guerre, per le scelte scellerate che influenzano la nostra economia, ma come modello di potere senza limiti. Un modello a cui guarda una parte della destra, da Meloni a Salvini, fino al sostegno a Orban. E i cittadini lo hanno capito” ha aggiunto Braga.
“La scelta della Segretaria Elly Schlein e del PD di fare della campagna una battaglia convinta a sostegno della Costituzione ha intercettato un sentimento profondo del Paese. Oggi il Partito Democratico è più forte ed è caricato di una responsabilità ancora maggiore. Per questo è una buona notizia che anche Conte si sia espresso positivamente sulle primarie: ora bisogna lavorare alle modalità e consolidare il lavoro fatto in Parlamento e fuori. C’è un patrimonio politico e umano che vogliamo portare al tavolo della coalizione, per rispondere alla domanda di partecipazione e di alternativa che c’è nel Paese” ha concluso la Capogruppo Pd.
“Il risultato del referendum conferma, semmai fosse ancora necessario, che la Costituzione è un patrimonio che i cittadini italiani difendono come baluardo di democrazia e convivenza civile. Il merito tecnico del referendum è andato via via scemando, per lasciare il posto ad una vera e propria resistenza civile contro un tentativo, peraltro maldestro, di ottenere un plebiscito utile, nel pensiero della presidente Meloni, a rafforzare il proprio potere e ad ottenere un via libera a modificare la Costituzione a maggioranza. È la sconfitta della Meloni e la vittoria delle forze che hanno, incessantemente spiegato con pazienza e determinazione quello che questo referendum realmente nascondeva. Ora è necessario un lavoro, davvero condiviso, per migliorare la giustizia e renderla più efficace e coerente con le aspettative dei cittadini. Ma questo, gli italiani lo hanno chiarito, potrà avvenire solo nella cornice della Costituzione vigente, nel rispetto assoluto dell’equilibrio e della divisione dei poteri che i nostri padri costituenti hanno saputo consacrare. L’idea che Meloni vagheggiava, di una Repubblica con il potere esecutivo immanente e legislativo e giudiziario al guinzaglio, rimarrà nei sogni della nostra presidente.” Così Claudio Stefanazzi, deputato del Partito Democratico.
“Il voto dimostra che la Costituzione è un valore profondamente radicato nel popolo italiano. Perché è costato sangue, sofferenze e battaglie che sono presenti nella storia delle famiglie e delle generazioni. Chi lo vuole demolire viene demolito”. Così in una nota il deputato del Partito Democratico, Roberto Morassut.
“Ha vinto la forza della Costituzione. Ogni volta che provano a toccarla, perdono. Milioni di cittadini hanno detto un NO netto alla volontà di sottomettere la Magistratura al potere del Governo. Se passavano ora, avrebbero preso tutto. Ora dobbiamo costruire l’alternativa. Perché questo è stato anche un No alla guerra, un No all’affossamento del Salario Minimo, un No al definanziamento di sanità e scuola. Continueremo testardamente unitari come ha detto Elly Schlein a unire e rinnovare il campo progressista”.
Così Arturo Scotto, capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera, Arturo Scotto.
È un risultato straordinario, con il quale gli italiani mandano un messaggio forte e chiaro al Governo: la Costituzione antifascista non si tocca. Alla propaganda autocelebrativa, arrogante e scorretta del centrodestra, i cittadini hanno risposto con una partecipazione al voto che non si vedeva da tempo e con la bocciatura di una riforma che avrebbe consentito alla maggioranza di far saltare l’equilibrio dei poteri e di procedere spedita verso il premierato. La narrazione meloniana non regge più perché non è sostenuta da autorevolezza, credibilità e risultati concreti, ma piuttosto da pericolose ambiguità sia sul fronte interno che internazionale. Mi auguro che sia iniziata la fase del disincanto che, come Partito Democratico, cercheremo di portare avanti con tutto l’impegno possibile.
Così la deputata democratica Antonella Forattini.
“La vittoria del NO è una sonora sconfitta politica per il Governo Meloni. Una bella festa della democrazia, segnata da una grande partecipazione anche di chi si era astenuto in precedenza, dal forte voto del sud e dei giovani per il NO.
Il referendum ha lanciato un messaggio chiaro: la giustizia non va riformata scassando la Costituzione.
La vittoria del NO non è difesa dello status quo, ma richiesta di interventi concreti sui problemi veri: processi più rapidi, più risorse, digitalizzazione, carceri dignitose e accesso equo alla giustizia.
I cittadini chiedono serietà, non propaganda. Ora serve un’agenda condivisa e credibile per una giustizia più efficiente, giusta e vicina ai bisogni reali del Paese.
E serve inoltre che il governo si spogli dagli atteggiamenti arroganti e propagandistici che hanno messo in campo anche per la riforma elettorale, la legge sull'autonomia differenziata e il premierato. Serve un progetto diverso per il Paese, e il centrosinistra ora ha una grande responsabilità nel raccogliere la speranza racchiusa dentro questo voto e farla diventare idee per l’alternativa alla destra, per batterla alle prossime elezioni politiche”.
Così il deputato democratico e segretario di Presidenza della Camera, Stefano Vaccari.
“Il responso delle urne determina il trionfo della partecipazione consapevole di un popolo che ha saputo distinguere la necessità di migliorare il sistema dall'insidia di una riforma sbagliata. La vittoria del "No" è, prima di tutto, una vittoria della tenuta delle nostre istituzioni.
Ho esercitato con convinzione il mio impegno di rappresentante dei cittadini in questa campagna elettorale, percorrendo il territorio per spiegare — centimetro dopo centimetro — i torti di un impianto normativo che ritenevo privo di intelligenza ordinamentale. Una riforma che, sotto il velo della semplificazione, nascondeva il rischio di ferire l'unità della giurisdizione e di introdurre l'artificiosa bicefalia di doppi CSM, producendo più confusione che certezza del diritto.
Ora, però, occorre avere la forza di laicizzare il risultato e non trasformarlo in una rendita di posizione. Archiviata la stagione delle forzature e delle divisioni ideologiche, è il momento di innalzare il cantiere della giustizia giusta.
Dobbiamo edificare una riforma che non nasca dalla clava della contrapposizione, ma da una visione organica e fattuale, capace di garantire tempi certi ai cittadini e dignità agli operatori del diritto. La giustizia è l'infrastruttura immateriale più preziosa della nostra convivenza civile: per metterla in sicurezza servono costruttori di sintesi, non architetti di fratture. Mettiamoci al lavoro per una proposta che unisca il Paese che crede che la magistratura libera e indipendente sia una risorsa preziosa per garantire a tutti la giustizia” così il deputato democratico Luciano D’Alfonso.
“Le Italiane e gli italiani hanno fermato questa riforma e difeso la Costituzione. Una grande risposta democratica, di partecipazione e un segnale importante che mette in luce soprattutto il contributo cruciale dei giovani ed il fatto che l'astensionismo non è sempre lontano dalle urne. Ora è necessario lavorare per evitare ulteriori danni al paese da parte di questa maggioranza e il PD ha l’onere di contrastare l’aggressione al bene pubblico, alla tutela della biodiversità e degli animali messa in atto da parte di questo governo a colpi di slogan elettoralistici e succube delle corporazioni delle armi.
C’è una prospettiva ambientale del campo largo che può e deve essere intrapresa a difesa dell’interesse pubblico e della nostra Costituzione. Al campo largo spetta ora offrire proposte. È tempo di una nuova primavera!”. Lo dichiarano in una nota congiunta, le deputate del PD Eleonora Evi e Patrizia Prestipino.