“La Corte costituzionale certifica le ragioni dei promotori e dei 13 milioni di cittadini che hanno votato il referendum per rimuovere il tetto di 6 mensilità alle indennità per licenziamenti illegittimi nelle imprese con meno di 15 dipendenti. Erano dalla parte giusta. La Corte lo ha fatto usando le stesse motivazioni per cui quel referendum era stato promosso: la forbice fra 0 e 6 mesi non permette al giudice di tenere conto delle circostanze in modo adeguato, e il numero dei dipendenti non è indicatore corretto della forza economica dell’impresa. La Corte sollecita un intervento normativo che dia seguito alla pronuncia di incostituzionalità. Solleciteremo il governo a rispondere a questa richiesta della Corte anche presentando nei prossimi giorni una proposta di legge sul tema”.
Così la deputata e responsabile Lavoro del Pd, Maria Cecilia Guerra, e il capogruppo dem in commissione Lavoro alla Camera, Arturo Scotto.
“Resto indignato dalla risposta del governo alla mia interpellanza sul voto degli italiani all'estero. Nonostante la conclamata incapacità dell'esecutivo, la sua scelta restrittiva e sbagliata sulla cittadinanza, 1,3 milioni hanno votato ai recenti referendum. Con che faccia un esponente del governo può dire che espletare il diritto di voto degli italiani all'estero costa troppo? Le risorse alle sedi diplomatiche per consentire il voto all'estero sono state meno della metà di quanto richiesto e dovuto. Ci viene detto che i plichi vengono inviati a indirizzi 'non bene definiti', ma chi dovrebbe controllare la veridicità delle informazioni se non il governo?” Lo dice il deputato Toni Ricciardi, vicepresidente del Gruppo Pd alla Camera intervenendo in Aula nell'interpellanza urgente sul voto degli italiani all'estero negli scorsi referendum.
“La richiesta della rappresentanza degli italiani all'estero – sottolinea l'esponente dem - non ha avuto mai un percorso semplice. Le leggi elettorali alcune volte in maniera corretta e molte volte, invece, nel tentativo di raggiungere determinati fini e limare la partecipazione democratica, sono state sempre cambiate a ridosso delle elezioni. Le recenti elezioni referendarie hanno riscontrato, volutamente, difetti in comunicazione e in pubblicità, diciamo che non è stata proprio fatta, per gli italiani all'estero che sono rimasti all'oscuro sul voto o non hanno ricevuto il plico per votare”. “Con questo governo, gli italiani all'estero sono uno spreco e non una risorsa. Se prima erano cittadini di serie B, ora non sono neanche cittadini. Infine, non vi azzardate nemmeno lontanamente di mettere mano alla legge elettorale per gli italiani all’estero come governo. La legge elettorale è prerogativa parlamentare, in caso contrario, ci rivolgeremo direttamente all’unico garante della democrazia, il Presidente della Repubblica, conclude Ricciardi.
Domani mattina alla Camera il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, guidato da Antonio Tajani, sarà chiamato a rispondere all’interrogazione presentata dal Gruppo parlamentare del Partito Democratico, che denuncia il “grave boicottaggio tecnico e istituzionale del referendum perpetrato nei confronti dei cittadini italiani residenti all’estero.Un voto ostacolato non da un divieto formale, ma da tagli ai fondi, ritardi nella spedizione dei plichi elettorali, assenza di campagne informative sui media in lingua italiana e disservizi organizzativi, che hanno compromesso seriamente l’esercizio democratico del voto. La denuncia arriva da numerose comunità italiane nel mondo che hanno segnalato l’impossibilità concreta di partecipare alla consultazione dell’8 e 9 giugno. L’interrogazione è stata promossa dai deputati del Pd eletti all’estero Toni Ricciardi, Nicola Carè, Christian Di Sanzo, Fabio Porta. “Come deputati eletti all’estero – dicono i democratici - abbiamo il dovere di vigilare sulla piena attuazione del diritto di voto per milioni di connazionali iscritti all’AIRE. Per questo, domani chiederemo conto in Aula al ministro Tajani sui fondi stanziati, sui criteri adottati per la loro ripartizione tra i consolati e sulle direttive operative eventualmente impartite". Ecco il testo della domanda a cui dovrà rispondere il Maeci: "Si chiede di sapere quale sia l'ammontare complessivo e il riparto dei singoli capitoli dei fondi stanziati per l'organizzazione del voto degli italiani all'estero in occasione dell'attuale tornata elettorale, anche in raffronto alle ultime due tornate elettorali (elezioni politiche 2022 ed elezioni europee 2024) e quali siano i criteri adottati dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale per la distribuzione delle risorse economiche tra le sedi consolari, tenuto conto delle differenze di popolazione iscritta all'AIRE, dei costi locali e della necessità di garantire parità di accesso e condizioni eque per l'esercizio del voto”.
“Con orgoglio e soddisfazione colgo l’ottimo risultato che nella battaglia referendaria il SÌ ha ottenuto nel mio collegio elettorale comprendete il VII municipio di Roma, parte dell’VIII ed il Comune di Ciampino. Qui il quorum è stato in molte realtà largamente superato ed il SÌ ha ottenuto risultati oltre la media nazionale. È la prova di un territorio dove il radicamento delle forze democratiche e delle reti civiche è forte e strutturata e di una composizione sociale popolare che non ha ceduto al populismo. Un modello importante anche a livello nazionale”. Così in una nota il deputato del Partito Democratico, Roberto Morassut.
Sapevamo che il raggiungimento del quorum era una sfida difficile, perché in Italia c’è un’affluenza al voto che mediamente raggiunge il 50 per cento. L’Italia di oggi non è quella dei decenni passati, quando a votare andava il 90 per cento dei cittadini. E comunque, se guardiamo i numeri, i 14 milioni di cittadini che hanno votato ai referendum sono più dei voti con cui il centrodestra sta governando il Paese”. Così il deputato del Partito Democratico, Roberto Morassut, intervenendo a Radio Radicale.
“Penso sia stata una battaglia che aiuterà il consolidamento dell’alleanza di centrosinistra - spiega Morassut - e il superamento delle divisioni. Il problema dell’affluenza al voto è forse un problema epocale di questo momento storico. Faccio notare che il centrosinistra ha vinto a Taranto, come aveva vinto a Genova. Si sta costruendo quindi qualcosa di positivo”.
“Il centrosinistra - spiega ancora il deputato dem - deve costruire una proposta di governo partendo dalla giustizia fiscale, perché in Italia pochi detengono gran parte della ricchezza e poco partecipano alle politiche sociali. Poi c’è un problema di politiche sul lavoro: bisogna governare la flessibilità tutelando le fasce deboli esposte al precariato; poi c’è il problema del governo del territorio, oggi impazzito, perché a pagare sono i deboli col che vedono la casa come un miraggio; e ovviamente il tema della Sanità. Su queste sfide il centrosinistra deve costruire una proposta di governo unitaria".
“Dopo questo referendum - conclude Morassut - si rafforza la speranza che si possa costruire una coalizione che possa vincere le prossime elezioni. Giorgia Meloni fa tante battute, ma non si governa con le battute. Questo referendum ci dice che uniti possiamo raggiungere un consenso molto ampio. E la premier, se continuerà a governare in questo modo, non credo proprio che avrà una prospettiva di dieci anni, ma forse neanche di due”.
“Oltre 14 milioni di votanti al referendum meritano rispetto come dice Elly Schlein. Le battaglie difficili si fanno perché nessuno ha mai regalato niente al mondo del lavoro. L’unica resa dei conti che interessa agli elettori è quella contro la precarietà che uccide il futuro dei giovani”.
Così il capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera, Arturo Scotto.
Più di 14 milioni di italiane e italiani non hanno avuto paura di andare a votare e di chiedere più diritti. Lo hanno fatto nonostante l’invito a disertare le urne da parte delle più alte cariche dello stato come il Presidente del Senato. Chi voleva educare gli italiani a stare a casa ha fallito perché i cittadini vogliono essere liberi di scegliere e di indicare al governo una rotta per l’Italia.
I quasi 13 milioni che si sono espressi per i sì sono comunque più degli elettori che hanno eletto il governo Meloni: far finta di non vedere questo dato è irrispettoso di chi si è recato alle urne. Per noi, questa è la base per costruire l’unità e lavorare per l’alternativa a partire dalla condizione e dai problemi veri delle persone.
Ora le battaglie per un lavoro più stabile e più sicuro, una cittadinanza per chi vive nel nostro paese, continuano in Parlamento e nel paese.Così in una nota Chiara Braga, Capogruppo Pd alla Camera dei Deputati.
“La destra italiana ha caldamente invitato gli italiani a disertare le urne del referendum.
14 milioni di elettori italiani hanno invece deciso di andare a votare smentendo chi oggi è al governo.
Un numero peraltro superiore anche ai 12,3 milioni di voti ottenuti dal centro-destra nelle politiche del 2022, che ha quindi poco da cantar vittoria”.
Lo scrive in una nota Federico Fornaro, dell’ufficio di Presidenza del gruppo PD alla Camera.
"Purtroppo il quorum non è stato raggiunto e i 5 referendum non sono passati. Questo dato si inserisce in un contesto in cui sempre meno persone votano, come dimostrato nelle scorse elezioni europee in cui ha votato meno del 50 per cento degli aventi diritto. Un fenomeno che deve farci riflettere perché meno partecipazione significa una democrazia più debole. E' la ragione per cui nessuno mai dovrebbe invitare le persone a non andare alle urne, anzi!
Ma la voce dei 15 milioni di votanti che tra ieri e oggi sono andati nei seggi ad esprimersi sui cinque quesiti, la stragrande maggioranza dei quali condividendone l'obiettivo, deve essere ascoltata.
Grazie a tutte le persone, associazioni, comitati che si sono mobilitati in queste settimane senza risparmiarsi.
Noi continueremo a batterci, in Parlamento e ovunque, per un lavoro dignitoso, stabile e sicuro e per i diritti delle persone che vivono regolarmente in Italia e si sentono parte integrante di questo Paese".
Lo dichiara Laura Boldrini, deputata Pd e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo.
“La decisione della Rai di bloccare per ben due volte la diffusione del comunicato sindacale dell’Usigrai sulla consultazione referendaria rappresenta un atto gravissimo. Si tratta di un vero e proprio doppio bavaglio, che nega ai giornalisti del servizio pubblico il diritto fondamentale di esprimersi su temi che toccano direttamente i diritti dei lavoratori e la qualità democratica dell’informazione.
Ma il bavaglio imposto non è un caso isolato. La responsabilità più grave è politica: la maggioranza, premier in testa, ha scientemente disertato ogni confronto pubblico sul referendum, sottraendosi al dibattito, eludendo ogni responsabilità di informazione, e contribuendo così a un vero e proprio sabotaggio del diritto di voto dei cittadini. Un comportamento che va chiamato con il suo nome: ostruzionismo istituzionale intollerabile. Il referendum è uno degli strumenti più alti della democrazia diretta, garantito dalla Costituzione. Ricordare ai cittadini che si vota non è propaganda: è dovere civico, giornalistico e istituzionale. Chi lavora nel servizio pubblico lo sa bene. Chi lo dirige, evidentemente no” così i componenti democratici della commissione di vigilanza Rai.
“Cinque sì convinti, per dare maggiore dignità al lavoro e combattere la precarietà. Cinque sì convinti, per garantire diritti e integrazione alle tante persone che risiedono in Italia, sono nate in Italia, vanno a scuola con i nostri figli e che sono costrette a vivere in una incertezza infinita per i tempi di cittadinanza. Cinque sì convinti per proteggere un'Italia che assiste alla deriva anti-democratica da parte di un governo che vuole minare i suoi cardini costituzionali e che ha paura della partecipazione civile e del diritto di voto. Cinque sì convinti nelle urne elettorali, per referendum dell'8 e 9 giugno”. Così in una nota la deputata Valentina Ghio, vicepresidente del Gruppo Pd alla Camera.
“Il 67 per cento dei bambini con background migratorio è nato in Italia e frequenta le nostre scuole. Questo dato, da solo, racconta l’enorme ingiustizia che si consuma quotidianamente ai danni di migliaia di bambine e bambini: crescono nel nostro Paese, parlano la nostra lingua, condividono lo stesso percorso educativo dei loro coetanei, ma non hanno le stesse opportunità di vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana”. Così la deputata Irene Manzi, capogruppo Pd in commissione Cultura e responsabile nazionale Scuola del Pd.
“È il momento – aggiunge l’esponente dem - di colmare questo vuoto normativo e umano. Votare SÌ al referendum non è solo un atto politico, ma un gesto di giustizia verso una generazione che vive da italiana pur senza esserlo per legge. È necessario guardare alla realtà delle nostre aule scolastiche, dove la legge attuale non riesce più a rappresentare ciò che accade ogni giorno”.
“L’8 e il 9 giugno – conclude Manzi - sono un’occasione decisiva per cambiare rotta e riconoscere diritti a chi li merita. Andiamo a votare e votiamo SÌ: per una scuola che include, per un’Italia più giusta, per un futuro davvero comune”.
“Ad oggi, per fare solo richiesta della cittadinanza italiana, sono necessari dieci anni di residenza continuativa e legale nel nostro Paese. Ma a questi si aggiungono poi anni di burocrazia, attese e intese, portando il tempo complessivo a 15, 18, a volte anche 20 anni. È un’attesa lunghissima, una vera e propria umiliazione e sofferenza per persone che spesso sono nate, cresciute, studiano e lavorano in Italia”. Lo denuncia la deputata dem Rachele Scarpa, responsabile nazionale Giovani del Pd.
“Proponiamo - conclude Scarpa - di portare gli anni richiesti per poter presentare la domanda di cittadinanza da 10 a 5, mantenendo invariati tutti gli altri criteri previsti dalla legge. Questo semplice cambiamento ridurrà sensibilmente i tempi e restituirà dignità a migliaia di persone che vivono ogni giorno come italiane, pur senza esserlo formalmente. Per noi è solo una ‘X’ sulla scheda. Per loro è un cambiamento radicale nella vita. L’8 e il 9 giugno andiamo a votare e votiamo cinque SÌ a in particolare votiamo Sì al quinto quesito sulla cittadinanza”.
“Ignorate chi vi dice di starvene a casa. Ignorate chi vi ripete che tanto non cambia mai nulla. Ignorate, soprattutto, una Presidente del Consiglio che, nel giorno della Festa della Repubblica, annuncia che andrà alle urne ma non ritirerà la scheda. Tradotto in italiano si chiama astensione, un tentativo evidente di far fallire il quorum. Ma gli italiani non sono fessi”. Così il deputato Arturo Scotto, capogruppo Pd in commissione Lavoro.
“Gli italiani sanno bene – conclude Scotto – che l’Italia è una Repubblica fondata sul diritto al lavoro, non sulla libertà di licenziare. È per queste ragioni che invitiamo tutte e tutti a recarsi in massa alle urne domenica e lunedì. Il referendum è un’occasione concreta per dire basta alla precarietà e per riconoscere diritti a chi oggi è escluso. Dipende da noi, da ciascuno di noi”.
“La sicurezza sul lavoro è una cosa seria. Lo afferma la deputata dem Cecilia Maria Guerra, responsabile nazionale Lavoro del Partito Democratico, intervenendo nel dibattito pubblico sui referendum promossi in materia di diritti del lavoro e cittadinanza, con particolare attenzione al quarto quesito, dedicato alla tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro.
“Il grosso degli incidenti sul lavoro – spiega l’esponente dem – si verifica lungo la catena degli appalti e dei subappalti. E perché accade? Perché si scelgono spesso imprese che offrono minori garanzie in termini di sicurezza e magari pagano anche meno i lavoratori. Questo sistema è inaccettabile”.
La deputata Pd sottolinea quindi la necessità di introdurre meccanismi di responsabilità solidale: «Chi affida un appalto deve rispondere della qualità dell’impresa a cui assegna il lavoro. Deve essere responsabile in solido del pagamento dell’indennizzo al lavoratore che subisce un incidente. L’indennizzo, almeno, deve essere certo”.
«Per questo – conclude Guerra – dobbiamo votare sì a tutti i referendum, ma in particolare al quarto, quello sulla sicurezza sul lavoro. Perché la vita e la dignità dei lavoratori non possono essere sacrificate sull’altare del risparmio o dell'efficienza a tutti i costi”.