“Con la riforma che separa le carriere dei magistrati requirenti e giudicanti il Governo Meloni non affronta i veri problemi della giustizia, ma indebolisce l’autonomia della magistratura e concentra ancora più potere nell’esecutivo.”
Lo dichiara in Aula il deputato Silvio Lai, annunciando il voto contrario del PD alla riforma.
“Non c’è nulla sui temi reali che i cittadini attendono: processi troppo lunghi, giustizia amministrativa lenta, incertezza del diritto, carceri al collasso. Non c’è un rigo sulle altre critiche al sistema: abusi delle intercettazioni, spettacolarizzazione dei processi o porte girevoli tra politica e magistratura. Al contrario – sottolinea Lai – la maggioranza, rallentando e riducendo i finanziamenti, sceglie di alimentare la crisi del sistema per dire che non funziona e giustificare così una riforma che ha come unico obiettivo intimidire la magistratura e ridurne l’autorevolezza. Si muovono sulla magistratura come si muovono su insicurezza e immigrazione, generando dubbi e paure nei cittadini con i loro stessi interventi”.
Secondo Lai, la riforma “smonta l’unitarietà del Consiglio Superiore della Magistratura, organo costituzionale presieduto dal Presidente della Repubblica che rappresenta anche l’unità del Paese, per sostituirlo con due CSM più deboli e autoreferenziali, ridotti alla sola autogestione disciplinare”.
“E non dite la verità – aggiunge – la separazione delle funzioni già esiste con la riforma Cartabia del 2022, perché un magistrato può effettuare un solo passaggio da requirente a giudicante o viceversa. Non c’è dunque alcun bisogno di stravolgere la Costituzione. Con questa riforma non si risolvono i problemi ma si minano i contrappesi democratici, cancellando di fatto la tripartizione dei poteri”. Per Lai, “La giustizia non può diventare terreno di propaganda o vendetta personale. Deve restare presidio dei diritti e garanzia per i cittadini. Per questo dico no a una riforma ideologica, incoerente persino con la storia di chi oggi la difende, sbagliata nel merito e pericolosa nel metodo”.
“Sono intervenuto in dichiarazione di voto in Aula alla Camera per ribadire la ferma contrarietà del PD alla legge Costituzionale sulla separazione delle carriere dei giudici. Votare No al provvedimento imposto dal governo è stato un dovere morale e democratico prima ancora che politico. La riforma non ha nulla a che vedere con i problemi della giustizia. Tribunali intasati e con carenza di organici, processi senza fine, certezze di diritto non sempre tutelare, carceri strapiene come quello di Modena e dignità umana negata. Invece il tentativo è colpire i giudici per renderli sempre più vincolati con il potere politico non garantendo quella terzietà indispensabile in un Paese democratico. La destra e il governo stanno facendo la stessa cosa con quella parte di informazione considerata scomoda e non allineata. La giustizia italiana con la riforma ne esce indebolita e i limiti che pure dovevano essere affrontati (errori compresi) saranno acuiti da una separazione che porterà giudici ed avvocati a non sentirsi più parte di uno stesso sistema, per il bene comune di una società migliore e garantita dai principi costituzionali, ma avversarsi che si dovranno combattere. Non è una bella giornata per la nostra democrazia”.
Così Stefano Vaccari, segretario di Presidenza della Camera e capogruppo Pd in commissione Ecoreati.
"Siamo rimasti a parlare di giustizia per tutta la notte perché bisogna sbrigarsi. Non c'è una scadenza. C'è che i parlamentari di maggioranza oggi devono precipitarsi nelle Marche per andare ad applaudire Giorgia Meloni. L'agenda del Parlamento piegata agli impegni elettorali della premier: a questo siamo arrivati", ha esordito Laura Boldrini, deputata Pd, intervenendo in aula alle 2.20 sulla separazione delle carriere.
"Le urgenze, in realtà, ci sarebbero perché la giustizia affoga nei problemi. Ci sono 12mila persone assunte con i fondi PNRR, ma metà di loro andrà presto a casa. Ieri hanno scioperato in tutta Italia per chiedere la stabilizzazione. Una richiesta logica: al Ministero della Giustizia mancano 15mila unità e queste 12mila persone hanno smaltito 100mila procedimenti arretrati.
Ma la priorità di governo e maggioranza è la separazione delle carriere - ha sottolineato Boldrini -. Il sovraffollamento nelle carceri è arrivato al 140 per cento. Dall'inizio dell'anno al 20 agosto si sono suicidati 55 detenuti. Sono stati 91 lo scorso anno.
Ma la priorità di governo e maggioranza è la separazione delle carriere. Per una causa civile ci vogliono fino a sette anni e più della metà dei processi finisce in prescrizione.
Ma la priorità di governo e maggioranza è la separazione delle carriere".
"Una riforma costituzionale in cui il Parlamento è stato espropriato delle sue prerogative, con tutti i nostri emendamenti rifiutati, perfino quello che garantiva la parità di genere nei CSM - ha incalzato la deputata dem -. Al plurale, perché ce ne saranno, inspiegabilmente, due. Per di più selezionati con un sorteggio. Ma in democrazia si sceglie liberamente non si fanno sorteggi. Un vero sfregio alla magistratura".
"E per cosa? Per fermare un fenomeno, quello del passaggio da una carriera all'altra della magistratura, che riguarda meno dell'1 per cento dei magistrati. E per questo si cambia la Costituzione?
La verità è che la destra vuole minare l'indipendenza della magistratura perché è intollerante verso ogni forma di controllo dell'opera del governo - ha concluso -. Una brutta china, quella in cui stanno facendo scivolare la democrazia italiana. Ma ci sarà un referendum e saranno le italiane e gli italiani a bocciare, definitivamente, il loro progetto illiberale".
“Questa è una riforma della Magistratura, non della Giustizia, e non incide minimamente, su stessa ammissione del ministro Nordio, sui reali problemi che ogni giorno affliggono il nostro Paese: i tempi dei processi, la tutela dei cittadini, la mancanza di personale, l’inumana condizione delle carceri”.
Così Chiara Gribaudo, vicepresidente del Partito Democratico, durante il suo discorso alla Camera nella discussione sulla separazione delle carriere.
“Come dichiarato anche da esponenti del Governo, l’obiettivo finale della riforma sarà di portare i magistrati requirenti sotto il controllo dell’Esecutivo ed eliminare l’obbligatorietà dell’azione penale - ha proseguito la deputata dem - La separazione delle carriere creerà dei super-poliziotti investiti di grandi poteri e del tutto autoreferenziali. Non appena questo risulterà evidente, si agirà per ricondurli sotto l’Esecutivo”.
“Per concludere, questa riforma pone quindi le basi per un sistema nel quale il Governo decide quali reati vanno perseguiti e quali no, quali indagini sono consentite e quali no. Pone le basi per indebolire uno dei principi cardine della democrazia, la separazione dei poteri” ha concluso Gribaudo.
Seduta fiume alla Camera sulla riforma della separazione delle carriere. Nella notte a garantire la continuità del dibattito sono stati soltanto i deputati del Partito Democratico, che sono intervenuti in blocco, mentre questa mattina, dopo la pausa tecnica delle 7.30, i lavori si sono fermati per l’assenza del Governo in Aula: una dimostrazione della scarsa attenzione con cui la maggioranza tratta una riforma costituzionale che la sua stessa propaganda definisce “epocale”.
“Quella in corso è una forzatura gravissima, decisa dalla maggioranza e inspiegabilmente avallata dalla Presidenza della Camera – ha sottolineato la capogruppo del Pd, Chiara Braga, intervenendo in Aula – che ha piegato il calendario parlamentare all’agenda della propaganda dell’esecutivo”.
Il testo in discussione, hanno più volte ribadito i democratici, è identico a quello uscito dal Consiglio dei ministri: nessun ascolto, nessun confronto, nessuna modifica. “Una riforma costituzionale trattata come un decreto legge, con arroganza e chiusura totale, proprio su un tema che riguarda le garanzie fondamentali della nostra democrazia”.
Nel merito, per i democratici, la separazione delle carriere non affronta i veri problemi della giustizia – processi troppo lunghi, organici insufficienti, digitalizzazione inadeguata, carceri in condizioni drammatiche – e mina l’indipendenza della magistratura e, in particolare, dei pubblici ministeri, aprendo la strada al loro assoggettamento al potere politico e mettendo in discussione l’obbligatorietà dell’azione penale e la stessa legalità.
In mattinata interverrà in Aula la segretaria Elly Schlein per ribadire l’opposizione ferma del Partito Democratico a questo attacco alla Costituzione e alla credibilità della giustizia.
Il PD – hanno sottolineato le deputate e i deputati – continuerà a battersi per una giustizia più veloce, accessibile e giusta, davvero al servizio dei cittadini. “Stanno calpestando la Costituzione, fermiamoli con un no”.
“Come Pd siamo fortemente contrari alla riforma della Giustizia sulla separazione delle carriere perché è una riforma pericolosa che si accanisce sull'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Tra la Costituzione scritta da Calamandrei e la proposta di Nordio e Delmastro Delle Vedove non abbiamo dubbi: difendiamo la Costituzione italiana”. Così il deputato Federico Gianassi, capogruppo Pd in Commissione Giustizia alla Camera.
*È arretramento democratico e presenta diversi elementi di incostituzionalità*
Le audizioni promosse dal gruppo parlamentare del Pd della Camera hanno registrato una bocciatura unanime della riforma costituzionale voluta dal Governo. Sono intervenuti Christian Ferrari (CGIL), Cesare Parodi (ANM), Margherita Cassano (Prima Presidente della Corte di Cassazione), Ugo De Siervo (Presidente emerito della Corte Costituzionale), Mitja Gialuz (Università di Genova), Gaetano Azzariti (Università Sapienza Roma), Italo Sandrini e Valerio Martinelli (ACLI), Emilio Ricci (ANPI), Franco Coppi (Avvocato e giurista), Ivana Veronese (UIL). Voci diverse, provenienti dal mondo della giustizia, del diritto e delle parti sociali, che hanno evidenziato come la riforma presenti “gravi profili di incostituzionalità e non risponda alle reali emergenze del sistema giudiziario, rischiando invece di minarne l’equilibrio democratico e l’indipendenza”.
Secondo il Pd, il quadro che emerge è netto: la riforma non nasce per rafforzare la giustizia, ma per stravolgere la Costituzione. Come ha ricordato la capogruppo Pd Chiara Braga, si tratta di “un intervento ideologico costruito per punire la magistratura e portato avanti nel silenzio dei partiti di maggioranza, con un Parlamento ridotto a pura ratifica”. Una denuncia che si intreccia con quella della responsabile nazionale giustizia Debora Serracchiani, che ha sottolineato come “non ci sia nulla di tecnico in questo provvedimento che è il frutto di una scelta tutta politica che chiude ogni spazio di confronto e mina le garanzie dei cittadini, segnando un ulteriore arretramento democratico”.
La gravità del metodo è stata ribadita anche dal deputato Federico Fornaro, che ha parlato di “una maggioranza che tratta la Costituzione come fosse un decreto legge, ricordando che è il primo caso nella storia repubblicana in cui un testo costituzionale uscito dal Consiglio dei ministri arrivi in Parlamento blindato, senza possibilità di modifica, riducendo di fatto le Camere a semplici ratificatori”.
Sul merito della riforma, la capogruppo in Commissione Affari Costituzionali Simona Bonafè ha messo in evidenza come essa venga “venduta come risposta ai problemi della giustizia, ma non intervenga su nulla: né sui tempi lunghissimi dei processi, né sulla carenza di personale, né sull’efficienza del processo telematico. È un grave strappo istituzionale che tradisce i cittadini”.
Un giudizio condiviso dal capogruppo Pd in Commissione Giustizia Federico Gianassi, che ha aggiunto: “La separazione delle carriere non accelera i procedimenti né migliora l’efficienza, lo ha ammesso lo stesso ministro Nordio. Serve solo a indebolire la magistratura e a piegare il pubblico ministero all’influenza dell’esecutivo, avviando un percorso pericoloso di stravolgimento della Costituzione repubblicana”.
Molti degli auditi hanno sottolineato, inoltre, l’importanza di questo ulteriore momento di ascolto promosso dal Pd, non solo per denunciare i gravi rischi della riforma, ma anche per contribuire a costruire nel Paese una coscienza sociale più consapevole. Un passaggio decisivo in vista del referendum confermativo, che sarà lo strumento con cui i cittadini potranno difendere l’equilibrio dei poteri e i principi fondamentali della democrazia. Le audizioni di oggi hanno dunque confermato un punto: a fronte di una riforma ideologica, isolata e priva di soluzioni ai problemi concreti della giustizia italiana, può crescere un’ampia mobilitazione che coinvolge forze politiche e rappresentanti del mondo giuridico a difesa della Costituzione e dell’indipendenza della magistratura.
“La separazione delle carriere non è una riforma della giustizia, ma un’operazione ideologica che smantella la Costituzione, attacca la separazione dei poteri e non affronta in alcun modo i problemi concreti del sistema giudiziario. La maggioranza preferisce riproporre vecchie battaglie identitarie piuttosto che lavorare su ciò che serve davvero a cittadini e imprese”, dichiara Federico Gianassi, capogruppo democratico in Commissione Giustizia della Camera, a margine delle audizioni promosse oggi dal Pd.
“Il Paese aspetta riforme capaci di ridurre i tempi infiniti dei processi, di garantire personale stabile negli uffici giudiziari, di rendere efficiente e davvero funzionante il processo telematico. A queste urgenze, il governo risponde con una riforma che non velocizza un solo procedimento e che, come ha ammesso lo stesso ministro Nordio, non produce alcun miglioramento sul piano dell’efficienza. È chiaro l’obiettivo: indebolire l’autonomia della magistratura e piegare il pubblico ministero all’influenza dell’esecutivo. Ancora più grave, è la prima volta nella storia repubblicana che un testo uscito dal Consiglio dei ministri arriva in Parlamento blindato e destinato a essere approvato senza alcuna modifica, riducendo il ruolo del Parlamento a pura ratifica. Per questo continueremo a contrastare con forza questa sciagurata riforma e a difendere la Costituzione repubblicana, scritta per garantire equilibrio e indipendenza dei poteri, contro una destra che vuole piegare la giustizia alle logiche della politica”.
“La riforma costituzionale sulla cosiddetta separazione carriere, portata avanti dalla maggioranza senza alcun coinvolgimento delle opposizioni, rappresenta un grave strappo istituzionale. Si relega il Parlamento al ruolo di semplice ratificatore dei patti di governo come se fossimo davanti a un decreto legge. Una riforma venduta come risposta ai problemi della giustizia, ma che non interviene sulle vere emergenze del sistema, a partire dalla lentezza dei processi”, ha dichiarato Simona Bonafè, capogruppo democratica in Commissione Affari costituzionali, intervenendo al ciclo di audizioni promosse dal Pd. “Mentre il governo rifiuta qualsiasi confronto in Parlamento, il Partito Democratico ha scelto di aprire uno spazio di ascolto con il mondo della giustizia e della società civile attraverso una giornata di audizioni informali, che stanno mettendo in luce le molte criticità e preoccupazioni suscitate da questa riforma. Ancora più grave, proprio in queste ore, è l’invito del ministro Nordio a non schierarsi sul referendum, un segnale che appare come un tentativo di limitare ulteriormente ogni forma di dissenso e critica verso questa pessima riforma” conclude Bonafè.
“Non è un bel segnale che la Presidenza della Commissione Affari Costituzionali della Camera abbia rigettato la nostra richiesta di avviare un nuovo ciclo di audizioni sulla separazione delle carriere. Parliamo di una riforma costituzionale, che nella prima lettura è stata blindata dalla maggioranza e che ora si vuole portare avanti in tutta fretta, accelerando i tempi in Parlamento”. Lo dichiara Simona Bonafé, capogruppo del Partito Democratico nella Commissione Affari Costituzionali della Camera, al termine dell’Ufficio di Presidenza della Commissione riunitosi questa mattina.
“Questa accelerazione – prosegue Bonafé – va esattamente nella direzione opposta rispetto a quanto auspicato dal Presidente della Camera Lorenzo Fontana, che solo pochi giorni fa, nel corso della cerimonia del Ventaglio, ha richiamato alla necessità di un approfondimento serio, evitando strappi regolamentari e garantendo il diritto al confronto e al dibattito, soprattutto su una riforma costituzionale di questa portata.”
Il ministro 'cambia idea' firmò l'appello contro la separazione delle carriere
“Il Pd non ha chiesto al ministro Nordio notizie sulla vicenda giudiziaria legata al caso Almasri, perché non gli compete. Ha chiesto informazioni sull'evidente responsabilità politica da cui non può sfuggire. Sulla presenza di Almarsi in Italia il ministero era informato e il governo ha deciso di liberarlo. Liberare un criminale, torturatore e stupratore di bambini. Il ministro non prova neanche un briciolo di vergogna ad aver liberato e riaccompagnato a casa Almasri su un volo di Stato? Intanto, in queste ore un ministro tedesco, su mandato internazionale della Corte penale internazionale, ha arrestato un criminale libico che aveva le stesse accuse di Almasri”. Lo dichiara la deputata Pd Debora Serracchiani intervenendo in replica al ministro Nordio durante il Question time sul caso Almasri.
“Fanno un po' sorridere le parole di Nordio – sottolinea l'esponente dem - quando parla di 'segreto': accanto a lui siede un sottosegretario alla Giustizia che è stato condannato a 8 mesi proprio per rivelazione di segreto d'ufficio. Se l'attenzione al segreto è così alta, Nordio dovrebbe chiedere un passo indietro al sottosegretario”.
“Il ministro Nordio è quello che più volte ha cambiato idea. Colui che non voleva nuovi reati, che predicava la depenalizzazione e non voleva le persone in carcere. Oggi fa esattamente il contrario. Nel dicembre 1992, nell'appello firmato da 1502 Pm contro la separazione delle carriere, c'era anche la firma del Pm di Venezia, Carlo Nordio. La stessa separazione delle carriere che oggi il ministro offre agli italiani con convinzione. Quindi ringraziamo il ministro perché abbiamo speranza che cambi idea, ancora una volta”, conclude Serracchiani.
Dunque alla Camera il Premierato, “la madre di tutte le riforme”, non se la cava bene e la maggioranza decide di rinviare. Ma pure "la figlia" - separazione delle carriere - non deve stare proprio bene, se al Senato fanno mancare il numero legale. Sono giornate complicate per il Governo. Ecco perché Meloni preferisce i vertici internazionali dove può stare lontana da una maggioranza divisa su tutto, dal terzo mandato al riarmo, strattonata tra Salvini e Tajani. Li tiene insieme solo il potere, non l’interesse per il Paese.
Così in una nota Chiara Braga, Capogruppo Pd alla Camera dei Deputati.
“Il governo usa la clava ideologica sui temi della giustizia. Per questo combattiamo le misure che mette in campo, come ha fatto con la separazione delle carriere intervento che non è ispirato dalla cultura liberale della separazione dei poteri, ma dalla ossessione verso la magistratura e verso gli organi autonomi e indipendenti. Una deriva illiberale che abbiamo già visto in altri paesi e che deve essere contrastata in Italia. Anche la scelta di aumentare il numero dei reati nei confronti dei cittadini e al contempo ridurre le responsabilità della pubblica amministrazione con l’abrogazione dell’abuso di ufficio squilibra dell’abuso di ufficio squilibra i rapporti fra cittadini e pubblica amministrazione. Questa modalità ideologica di intervenire sulla giustizia si è manifestata anche in materia delle intercettazioni dove un provvedimento blindato ha introdotto il blocco delle intercettazioni dopo 45 giorni che si applica per reati gravissimi come l’omicidio ma non per i reati meno gravi creando squilibri assurdi; oppure c’è il blocco dopo 45 giorni per le violenze sessuali, ma non per le molestie telefoniche, assurdità che potevano essere cambiate, grazie al lavoro parlamentare e che invece la maggioranza e il governo si sono rifiutati di modificare.
Rispetto a questo modello così ideologico occorre metterne in campo uno radicalmente opposto nel quale gli attori della giurisdizione non sono nemici ma sono pezzi importanti di un sistema che lavora nell’interessi dei cittadini al servizio di una democrazia matura”. Lo ha detto Federico Gianassi, capogruppo Pd in commissione giustizia di Montecitorio nel suo intervento alla conferenza stampa del PD sulla giustizia organizzato alla Camera.
“Il tema della giustizia tocca la carne viva dei nostri concittadini e le questioni collegate al carcere, in particolare, rappresentano l’emergenza delle emergenze. Come ha dimostrato la grave e inaudita vicenda avvenuta nell’istituto di Marassi di Genova, dove un giovane detenuto di 18 anni, incensurato, recluso per un reato minore, è stato violentato e torturato per due giorni senza che nessuno abbia visto nulla. Sul tema del carcere noi ci giochiamo un pezzo della nostra credibilità e della nostra civiltà. Speriamo che da questo fatto drammatico possa scaturire un moto di cambiamento per far sì che questi luoghi possano diventare dei luoghi di dignità dove vivere e lavorare. Abbiamo ripreso l’iniziativa degli Stati Generali sull’esecuzione della pena e il Pd presenterà un aggiornamento di quei lavori e una proposta di legge sull’esecuzione penale proprio come risposta a questa emergenza e alla deriva panpenalista di questa maggioranza che stiamo vivendo attraverso il sadismo penale dei suoi vari decreti, da Cutro a Caivano, fino al decreto Sicurezza”.
Così la deputata e responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani, intervenendo oggi al convegno “Giustizia secondo Costituzione”, che si è chiuso con la relazione della segretaria Schlein.
“E’ necessario porre sempre di più all’attenzione del Paese - ha aggiunto - i pericoli contenuti nella riforma costituzionale sulla separazione delle carriere portata blindata dal governo in Parlamento, un fatto senza precedenti nella nostra storia repubblicana. In realtà non si sta facendo una separazione delle carriere, ma delle magistrature, con addirittura il sorteggio per le nomine che fu Almirante a chiedere nel 1971. Noi riteniamo che su questi temi non si debba mai toccare la Costituzione. Si sta dividendo il Csm e quando si divide un potere e lo si tramuta in due mezzi poteri entrambi ne escono più indeboliti. Questo è un problema - ha concluso - non solo per i magistrati, ma anche per gli avvocati, per i cittadini e per un Paese che si definisce ancora fortemente democratico”.
Oggi incontro con Anm, Camere Penali, Consiglio nazionale forense e giuristi: conclude Elly Schlein
Roma, 20 giugno 2025 – Ore 09:30-13:00
Camera di Commercio di Roma, Sala del Tempio di Vibia Sabina e Adriano
Il Partito Democratico promuove l’incontro “Giustizia secondo Costituzione”, un evento pubblico per riflettere sullo stato della giustizia in Italia a partire dai principi fondanti della nostra Carta costituzionale. In un contesto in cui l’azione del governo appare sempre più orientata da logiche emergenziali e securitarie, e da proposte di segno punitivo nei confronti della magistratura come la separazione delle carriere, l’iniziativa intende rimettere al centro il rispetto delle garanzie costituzionali e i diritti fondamentali della persona.
La mattinata si articolerà in due panel di approfondimento:
Ore 09.30 – PANEL 1. "L’ultima frontiera del panpenalismo emozionale. Si vive di solo reato? Carcere ed esecuzione della pena". Repressione e diritti fondamentali della persona a 50 anni dall’ordinamento penitenziario, interverranno esperti del diritto e rappresentanti istituzionali, tra cui il prof. Roberto Bartoli dell’Università di Firenze; Samuele Ciambriello (portavoce della Conferenza Nazionale dei Garanti delle persone private della libertà), e le componenti dem nella commissione giustizia della Camera, Michela Di Biase e Rachele Scarpa. Introduce Walter Verini, Capogruppo PD in Commissione Antimafia. Modera Gabriella Cerami (la Repubblica).
Ore 11.00 – PANEL 2. "Le riforme della giustizia: civile, penale, ordinamento giudiziario e separazione delle carriere. A che punto siamo?"
Il confronto vedrà la partecipazione di protagonisti del mondo giudiziario e forense: Rocco Maruotti (segretario generale ANM), Francesco Petrelli (presidente Unione camere Penali), Francesco Greco (presidente del Consiglio nazionale Forense), e Anna Rossomando, Vicepresidente del Senato. Introduce Marco Lacarra, componente dem in commissione Giustizia della Camera. Modera Virginia Piccolillo (Corriere della Sera).
Ore 12.00 – Contributi di Alfredo Bazoli (capogruppo Pd in commissione Giustizia del Senato) e Federico Gianassi (Capogruppo Pd in commissione Giustizia della Camera).
Ore 12.30 – Intervento di Debora Serracchiani, Responsabile Nazionale Giustizia del PD.
Ore 12.45 – Conclusioni di Elly Schlein, Segretaria Nazionale del Partito Democratico.
L’iniziativa sarà trasmessa in diretta sul canale YouTube @DeputatiPD.
Per info e accrediti: pd.ufficiostampa@camera.it
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