“Le dichiarazioni della Presidente del Consiglio, che dopo il referendum aveva assicurato ‘non coprirò più nessuno’, sono oggi smentite dai fatti. Con il voto della sua maggioranza in Ufficio di presidenza, Meloni si assume indirettamente una responsabilità grave: quella di nascondere agli italiani le ragioni per cui il governo ha liberato Almasri, uno spietato assassino, torturatore e trafficante di esseri umani”. Così Chiara Braga al termine dell’Ufficio di Presidenza della Camera che ha approvato a maggioranza, con i soli voti della maggioranza, uno ‘scudo processuale’ in favore di Giusy Bartolozzi, già capo di gabinetto del Ministro della Giustizia, dimessasi pochi giorni fa dopo gravi prese di posizione contro la magistratura e coinvolta nel procedimento sul caso Almasri. “Quella dell’ufficio di presidenza è una decisione grave e ingiustificabile – prosegue Braga – una exit strategy preconfezionata per evitare imbarazzi al governo e al tempo stesso allontanare Bartolozzi dal processo. Altro che ‘non coprirò più nessuno’ - viene da chiedersi chi sia stato coperto finora - questa è l’ennesima copertura politica per tutelare i propri compagni di viaggio, mentre si continua a negare al Paese la verità sul caso Almasri.” Così Chiara Braga, Presidente dei Deputati del Partito Democratico alla Camera.
"Nel 2024 il governo si era impegnato formalmente con un ordine del giorno approvato in Parlamento. È rimasto lettera morta"
"Le notizie apparse oggi sui giornali sulla Procura di Prato destano fortissima preoccupazione", dicono i parlamentari PD Christian Di Sanzo e Marco Furfaro.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha infatti respinto la richiesta del procuratore Luca Tescaroli di rafforzare l'organico della Procura. Una risposta che arriva mentre i fascicoli iscritti superano quota 12.000, le intercettazioni sono quadruplicate in tre anni e le complesse indagini sulla criminalità organizzata crescono senza sosta.
"Nordio ha detto no a Prato. Lo ha fatto il 12 marzo, con una lettera, come ricostruiscono i giornali, che vale più di mille discorsi" dichiarano Di Sanzo e Furfaro. "La destra governa da anni con la propaganda. Avevano promesso mari e monti. Oggi ci troviamo con qualcosa che assomiglia a un pesce d'aprile ma che nei fatti, purtroppo, non lo è. Da mesi sul tavolo del ministro c'era una richiesta concreta, documentata, firmata da un procuratore che lavora ogni giorno sulle mafie, sulla criminalità organizzata, sullo sfruttamento del lavoro. La risposta è no".
Da anni i deputati PD denunciano il progressivo deterioramento della giustizia a Prato. Nel gennaio 2024 la Camera approvò un ordine del giorno a prima firma Furfaro che impegnava il governo ad assumere personale amministrativo per il tribunale di Prato e a completare i lavori di ristrutturazione del Palazzo di giustizia. Quell'ordine del giorno è rimasto lettera morta. Non solo, da allora la carenza di organico amministrativo è peggiorata.
"Prato non è una procura qualunque" dice Christian Di Sanzo, deputato e segretario reggente del PD di Prato. "È una procura che lavora sul principale distretto europeo del tessile, sullo sfruttamento dei lavoratori nel sistema del fast fashion, sulla criminalità organizzata italiana e straniera. Tescaroli e i suoi colleghi fanno un lavoro straordinario in condizioni insostenibili. Nordio poteva dare un segnale concreto. Ha scelto di non farlo".
"Dietro la propaganda della destra non c'è nulla" aggiunge Marco Furfaro. "Meloni, Nordio e i parlamentari della destra si riempiono la bocca con parole d'ordine sulla legalità e poi lasciano sola una procura impegnata in prima linea nella lotta alle mafie. È una scelta politica, non una questione tecnica".
"Il governo" concludono Di Sanzo e Furfaro "dovrà spiegare perché Prato è stata abbandonata. Le risposte non sono più rinviabili. Tutto questo si aggiunge alle mancate risposte sugli organici delle forze di polizia e degli ispettori del lavoro, figure fondamentali per supportare il lavoro della procura sul territorio".
“La “finta apertura” di Donzelli di ieri sera si è già rivelata per quello che è: un tentativo di far sembrare dialogo ciò che dialogo non è. La maggioranza non solo parte da un testo condiviso solo dai partiti di maggioranza, ma i trucchetti visti oggi in Ufficio di Presidenza confermano che non c’è nessuna apertura: si cerca di allargare la legge anche agli italiani all’estero, non per discutere, ma per inserire norme già pronte a vantaggio della maggioranza e a danno delle opposizioni” così la capogruppo del Pd nella commissione affari costituzionali della Camera, Simona Bonafè.
“Apprendiamo con interesse, e un pizzico di divertita sorpresa, le dichiarazioni del ministro Lollobrigida sull’introduzione di un credito d’imposta per il gasolio agricolo nel prossimo decreto. Si tratta, infatti, di una misura che il Partito Democratico, attraverso il gruppo PD Agricoltura della Camera, aveva già proposto da tempo, ricevendo in cambio silenzi, resistenze e, in alcuni casi, vere e proprie bocciature. Evidentemente, anche nel Governo qualcuno deve essersi accorto che le buone idee, prima o poi, trovano la loro strada.
Ci fa piacere che il ministro e la maggioranza abbiano cambiato idea. È un segnale positivo per il settore agricolo, che ha bisogno di risposte concrete e non di slogan”.
Così le deputate e i deputati dem della commissione Agricoltura.
“Certo - aggiungono - riconoscere apertamente di aver ripreso una proposta dell’opposizione resta, a quanto pare, un esercizio ancora troppo difficile. Ma non è questo il punto perché ciò che conta è che gli agricoltori italiani possano finalmente beneficiare di uno strumento utile in una fase di forte aumento dei costi. Noi continueremo a fare la nostra parte, avanzando proposte serie e pragmatiche, rifuggendo dalla propaganda. Anche sapendo che, magari con un po’ di ritardo, qualcuno al Governo finirà per accorgersene”.
“Non sono bastati 15 milioni di ‘no’ per fermarsi anche su questa nuova riforma sbagliata? Non è bastato il chiaro segnale arrivato dagli italiani con il referendum? Pare proprio di no e il Governo insiste in una direzione diametralmente opposta alla volontà popolare”. Lo dichiarano in una nota
la responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani insieme ai capigruppo nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato e in Antimafia, Federico Gianassi, Alfredo Bazoli e Walter Verini. “Come componenti del Pd nelle Commissioni Giustizia e
in Antimafia chiediamo al Governo di non proseguire con la legge delega sulla riforma della Corte dei Conti. Si tratta di un impianto che ripropone, sotto altra forma, la separazione delle carriere dei magistrati contabili, principio che i cittadini hanno respinto con nettezza”, proseguono i democratici. “La riforma, inoltre, presenta elementi fortemente critici: elimina le procure regionali accentrando le funzioni a Roma, con il rischio di indebolire il controllo diffuso sul territorio, e limita il risarcimento dei danni ai cittadini nei casi di colpa grave del dipendente pubblico o dell’amministratore. In particolare, sulla separazione delle carriere dei magistrati contabili e sulla gerarchizzazione degli stessi, è incomprensibile e grave riproporre oggi ciò che il Paese ha già bocciato. Anche per questo riteniamo fondate e condivisibili le preoccupazioni espresse dall’Associazione dei magistrati della Corte dei Conti. Serve una immediata marcia indietro da parte del governo” concludono i democratici.
“La Transizione 5.0, misura fondamentale per il rilancio dell'industria italiana, sta diventando una barzelletta con il ministro Urso. I fondi stanziati e poi diminuiti, sono esauriti a novembre 2025 creando oltre 7000 imprese 'esodate'. Tutte le promesse di ripristino delle risorse non sono state mantenute e il nuovo decreto 38/2026 ha coperto solo il 35% del fabbisogno delle 7000 imprese. Oggi il ministro annuncia lo stanziamento di 1,5 miliardi per coprire quello che manca. Ma la domanda resta: quali sono le coperture se il ministro Foti parla di 'sacrifici' senza dire chi li farà e il viceministro Leo dichiara che sono solo delle previsioni di gettito?” Lo dichiara la deputata PD, Paola De Micheli durante il Question Time alla Camera con il ministro Urso.
“Il ministro Urso non sta facendo un favore alle imprese, il suo è un dovere istituzionale. La promessa di rilancio della transizione industriale sbandierata oggi, non diventi l'ennesima prova mancata e fallimento annunciato”, conclude De Micheli.
“Il ministro Urso parla di oltre 20 miliardi stanziati per la transizione energetica e, ovviamente, lo fa in miniera fuorviante mentre non risponde sul destino delle imprese che hanno investito sulla base di regole precise e di promesse fatte dal governo che non sono state rispettate. Quelle imprese non stanno ricevendo quanto è stato loro pattuito”. Lo dichiara il deputato PD e Vicepresidente della Commissione Attività produttive, Vinicio Peluffo in replica al ministro Urso durante il Question Time alla Camera.
“Il problema – sottolinea il parlamentare dem - non sono le somme marginali rifinanziate oggi ma il fatto che Transizione 5.0 è stata adottata con con risorse pari a 6,3 miliardi all'inizio, che sono diventate 2,5 con la chiusura anticipata delle prenotazioni d'affido delle imprese. Mentre ci sono nuove promesse, che non si sa come saranno finanziate, migliaia di imprese si trovano con un sostegno parziale rispetto a quanto avevano programmato durante l'investimento. L'instabilità regna sovrana tra ritardi attuativi e nuovi provvedimenti, che con regole complesse, non danno alcuna certezza per le imprese”. “La Transizione 5.0, misura che doveva essere il pilastro della transizione industriale, ora non ha alcuna fondamenta stabile. Urso continua a cambiare le regole a partita in corso, per poi rattoppare gli errori e le mancanze che hanno segnato il suo dicastero e presentarsi in Aula annunciando coperture indefinite. Questo non è governo dell'economia ma gestione del caos”, conclude Peluffo.
“Questo provvedimento nasce da uno scandalo, però interpella qualcosa di molto più profondo: la capacità di stare al passo con i mutamenti del mercato, di proteggere davvero i cittadini nel loro ruolo di consumatori.
Negli ultimi anni abbiamo assistito alla nascita e all'esplosione del fenomeno dell'influencer marketing.
Parliamo di 15 mila imprese in Italia che spesso sono tra l'altro imprese a conduzione femminile, un comparto consistente, vitale, che deve avere delle regole chiare, non per limitarlo ma per farlo crescere su delle basi sane.
Dobbiamo evitare pertanto che, il fatto di abbinare alla vendita di un prodotto la promessa di una donazione in favore di una causa benefica, diventi una pratica distorsiva.
Su questo disegno di legge il Pd ha lavorato affinché ci fosse maggiore trasparenza, più tutela per il consumatore e più dignità per gli enti del terzo settore che rischiano di essere strumentalizzati a fini commerciali, e questo non deve assolutamente accadere.
Si poteva fare di più anche sulle sanzioni, sulla tutela del terzo settore, prevedendo meccanismi di verifica durante il corso della promozione e sul tema dell’azione commerciale da parte dell’influencer marketing. Per queste ragioni il gruppo del Partito Democratico ha espresso un voto di astensione perché crediamo che il mercato digitale richieda un legislatore in grado di anticipare le dinamiche e non di rincorrerle”. Lo ha detto in aula Alberto Pandolfo, capogruppo pd in commissione attività produttive della camera esprimendo il voto di astensione del Partito Democratico al Ddl in materia di destinazione di proventi derivanti dalla vendita di prodotti.
Le liste di attesa non sono un problema tecnico, né una questione amministrativa, ma sono lo specchio di un sistema sanitario che questo governo sta lentamente, ma sistematicamente smantellando. I numeri parlano chiaro: nel 2025, 5,8 milioni di persone sono state costrette a rinunciare a cure o esami, un cittadino su 10. Non stiamo parlando di piccoli disagi, ma di diritti negati, di malattie non diagnosticate, di cure impossibili. Chi può si rivolge al privato pagando, chi non può aspetta per l’eternità o rinuncia alle cure.
Le attese medie sono di 105 giorni, per una tac fino a 360 giorni, visite specialistiche 500 giorni, colonscopia 720 giorni. A questa situazione emergenziale il governo ha scelto di rispondere con la solita propaganda, anziché con i fatti. La mozione della maggioranza è piena di desiderata e di proposte ipotetiche, senza alcun obiettivo concreto.
Il cosiddetto decreto liste d'attesa, approvato nel giugno del 2024 a cinque giorni dalle elezioni europee, è stato presentato come una svolta storica. Ma era solo uno spot elettorale. A quasi due anni dall'approvazione, dopo 660 giorni, mancano ancora decreti attuativi fondamentali. Non ci sono piani straordinari di assunzioni. Non c'è un euro aggiuntivo strutturale per il personale. L'Organismo nazionale di verifica e controllo sulle liste d'attesa, istituito nel 2024 con oltre un milione e mezzo di euro di dotazione, non è ancora operativo. Un sistema opaco, garantito dalla totale assenza di controllo. Questo non è governare la sanità: è nascondere il problema sotto il tappeto.
La situazione è chiara. Lo certifica lo stesso Ufficio Parlamentare di Bilancio: il sistema sanitario italiano rallenta, sotto un costante sottofinanziamento, il privato cresce e i fondi sanitari sono in forte espansione. Così le disuguaglianze aumentano e si mina il principio costituzionale di universalità delle cure.
Per il Partito democratico la difesa del sistema sanitario nazionale è una priorità, e dovrebbe esserlo per qualsiasi governo, perché su questo ci giochiamo la democrazia di un paese e l'uguaglianza dei cittadini.
Le nostre proposte sono semplici e nette: portare il finanziamento pubblico al 7,5% del PIL, la media europea, in un percorso pluriennale credibile; superare i tetti di spesa per il personale e avviare un piano straordinario di assunzioni, perché mancano quarantamila tra medici e infermieri e la situazione peggiora ogni anno, adeguando le retribuzioni e prevedendo incentivi economici per chi opera nelle aree interne o disagiate; rendere la Piattaforma nazionale delle liste d'attesa pienamente trasparente, con dati leggibili per regione e per struttura; rendere finalmente operativo l'Organismo di verifica e controllo; vietare la chiusura delle agende e garantire il pieno rispetto della normativa su intramoenia, quando il pubblico non riesce a rispettare i tempi, evitando che il costo ricada sui cittadini; rafforzare la medicina territoriale e l'investimento in prevenzione.
Sono proposte che il Partito Democratico porta avanti da anni, a partire dalla legge Schlein che la maggioranza ha bocciato con la solita arroganza. Una emergenza seria merita una risposta vera. Per questo continueremo a batterci, perché la salute degli italiani non diventi una variabile dipendente dall'indifferenza di chi ci governa”. Lo ha detto in aula Ilenia Malavasi capogruppo Pd in commissione affari sociali della camera, dichiarando il voto favorevole alla mozione del Pd e contrario a quella di maggioranza.
i terrà oggi, mercoledì 1 aprile, alle ore 15 nella Sala della Regina della Camera dei deputati il convegno “A fianco delle imprese italiane nel mondo: il confronto tra Parlamento e Camere di Commercio Italiane in Europa”, iniziativa organizzata dal deputato Nicola Carè. L’appuntamento intende promuovere un momento di confronto sul ruolo delle imprese italiane all’estero e sul contributo delle Camere di Commercio Italiane in Europa nel sostegno all’internazionalizzazione, alla promozione del Made in Italy e al rafforzamento dei rapporti economici con i territori di riferimento. Ad aprire i lavori sarà l’indirizzo di saluto della vicepresidente della Camera, Anna Ascani. Seguiranno gli interventi dello stesso Nicola Carè, già rappresentante dei segretari generali di tutte le Camere di Commercio italiane all’estero, del presidente di Assocamere Estero Mario Pozza e dei delegati delle 35 Camere di Commercio Italiane in Europa.
L’iniziativa punta a valorizzare il ruolo della rete camerale italiana all’estero come strumento di supporto alle imprese e come ponte tra sistema produttivo, istituzioni e comunità italiane nel mondo.
I deputati del Partito Democratico Stefano Vaccari, Segretario di Presidenza della Camera, e Virginio Merola, capogruppo in Commissione Finanze, hanno presentato un’interrogazione al Ministro dell’Economia e delle Finanze sulla vicenda della società Global Starnet Ltd, già condannata al pagamento di una rilevante sanzione amministrativa nel settore dei giochi pubblici.
Si chiede al Governo di fare piena luce sulla posizione debitoria della società, sulle iniziative intraprese in merito alla richiesta di rateizzazione e sui rapporti con una nuova società, Global Starnet S.r.l., costituita nel 2025 e operante nello stesso ambito.
“Parliamo di una vicenda che solleva interrogativi rilevanti sul rispetto delle regole e sulla tutela dell’interesse erariale. È necessario chiarire se vi siano tentativi di aggirare obblighi fiscali e concessori attraverso nuove configurazioni societarie”, dichiarano Stefano Vaccari e Virginio Merola.
“Il settore dei giochi pubblici richiede il massimo rigore in termini di trasparenza, affidabilità e solidità economica. Chiediamo al Governo e all’ADM di verificare con attenzione ogni eventuale continuità tra le società coinvolte e la correttezza delle procedure di rilascio o subentro nelle concessioni”, aggiungono i deputati Dem.
L’interrogazione punta inoltre ad accertare la composizione societaria, gli organi amministrativi e i beneficiari effettivi della nuova società, nonché l’eventuale esistenza di collegamenti diretti o indiretti con la precedente concessionaria.
“È fondamentale garantire che nessun soggetto possa operare nel settore in presenza di pendenze rilevanti verso lo Stato. La credibilità del sistema concessorio passa dal rispetto rigoroso delle regole”, concludono i deputati Vaccari e Merola.
“Il cinema italiano continua a essere messo all’angolo da un governo che pensa solo alla propria propaganda, senza dare alcuno slancio concreto a un settore vitale per la nostra cultura e per la nostra economia. Giuli non è altro che l’esecutore di questa scelta fallimentare, su mandato della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha il compito di penalizzare un comparto che considera ostile. Meno risorse alla creatività italiana, più soldi alle produzioni estere, con tagli complessivi a tutto il Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo.
Si autoproclamano patrioti salvo poi demolire un'industria italiana d'eccellenza a tutto vantaggio dei competitori stranieri.
Si fermino e rivedano queste scelte assurde che stanno colpendo ormai da quasi due anni maestranze, artisti e autori, imprese” Lo dichiara Matteo Orfini, componente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati e deputato del PD.
“Il ministro Nordio deve spiegare con urgenza perché due capi del dipartimento della Polizia penitenziaria, Ernesto Napolillo e Lina Di Domenico siano ancora al loro posto nonostante la loro presenza allo stesso tavolo insieme all'ex sottosegretario Andrea Delmastro e all'ex Capo di Gabinetto del ministero della Giustizia, Giusy Bartolozzi alla Bisteccheria d'Italia oggetto, come noto, dell'inchiesta per intestazione fittizia e riciclaggio di denaro di origine mafiosa del clan Senese”. Lo dichiara in Aula la deputata e Responsabile Giustizia del PD, Debora Serracchiani per chiedere un'informativa urgente al ministro Nordio.
“Come è possibile – continua la parlamentare dem - che due capi del DAP siano ancora al loro posto come se non fosse successo nulla? Di cosa si parlava durante la cena? Magari hanno fornito, loro malgrado, informazioni inerenti le carceri italiane e notizie relative a detenuti per mafia. Solo questo sarebbe sufficiente per chiedere un passo indietro a quei dirigenti. Tra l'altro Napolillo è noto alle cronache per la circolare dell'ottobre 2025 con ha di fatto impedito negli istituti penitenziari le attività trattamentali, come il teatro, il laboratorio di lettura o addirittura la via crucis”. “In un Paese normale, le dimissioni di Napolilllo e Di Domenico sarebbero atto dovuto, ma per il governo Meloni l'impunità viene sempre prima di tutto. Su queste circostanze, abbiamo depositato interrogazioni e chiediamo a Nordio di riferire con urgenza alla Camera”, conclude Serracchiani.
"Famiglie e imprese non possono aspettare"
"Oggi il governo ha chiuso il decreto bollette con la fiducia, tagliando il dibattito parlamentare. È una scelta che dice molto su come questo esecutivo intende affrontare il caro energia: forzando la mano invece di ascoltare i cittadini e le imprese". Così Christian Di Sanzo, deputato del PD e membro della commissione Attività produttive della Camera.
"I fatti - conclude Di Sanzo - sono chiari: dal 1° aprile le bollette elettriche per le famiglie vulnerabili aumenteranno dell'8,1%, per effetto delle tensioni sui mercati internazionali. Le misure contenute in questo decreto non sono all'altezza di questa pressione. Un bonus una tantum, peraltro molto limitato, non è una risposta strutturale al caro energia. E il rinvio del phase-out dal carbone al 2038 va nella direzione opposta alla transizione che questo Paese deve compiere. Questo non è governare, è rincorrere gli eventi".
“Questo decreto nasce con l’ambizione di affrontare il caro energia, ma quell’ambizione è rimasta tale. Il provvedimento che arriva oggi in Aula è debole, tardivo e insufficiente: debole perché non introduce interventi strutturali, tardivo perché arriva dopo mesi ed è già superato dalla dinamica dei prezzi internazionali, insufficiente perché non interviene sulle cause del problema ma solo a valle, rincorrendolo senza risolverlo”. Lo ha detto in Aula alla Camera il deputato Pd Vinicio Peluffo, vicepresidente della commissione Attività produttive, annunciando il voto contrario del Gruppo del Partito Democratico al decreto bollette.
“Il contributo di 115 euro per il 2026 ai beneficiari del bonus sociale – ha aggiunto l’esponente dem - non è in grado di incidere sulla realtà delle bollette. È già stato eroso dall’aumento dei prezzi e resta una misura una tantum, senza alcun rafforzamento strutturale del sistema di protezione. Il nodo centrale, è il meccanismo di formazione del prezzo dell’energia: oggi il prezzo dell’elettricità è determinato dal gas, trasferendo il costo della fonte più cara a tutte le altre, anche alle rinnovabili. Senza intervenire su questo meccanismo, non si riduce il costo dell’energia. E questo decreto non lo fa. Il risultato evidente: l’Italia continua a pagare l’energia molto più degli altri Paesi europei, con un differenziale significativo rispetto a Germania, Spagna e Francia. Un divario strutturale che pesa su famiglie e imprese. Inoltre, l’articolo 6 del provvedimento è una norma complessa che non modifica il meccanismo dei prezzi, non elimina le rendite e introduce distorsioni, con il rischio di incompatibilità con il diritto europeo sugli aiuti di Stato”.
“Questo decreto – conclude Peluffo – è una scelta politica: mantenere il gas al centro del sistema e non affrontare le cause strutturali. Anche la proroga delle centrali a carbone va nella direzione opposta alla transizione energetica, aumentando l’incertezza e indebolendo la credibilità del Paese. Le rinnovabili sono l’unica leva strutturale per ridurre i costi. Abbiamo presentato proposte concrete, dal disaccoppiamento dei prezzi ai contratti per differenza, tutte respinte dal governo. Per questo il nostro voto è convintamente contrario: questo decreto è un’occasione mancata per famiglie, imprese e per il futuro energetico del Paese”.