Hanno chiesto i voti promettendo di abbassare l’età pensionabile, ma dopo 3 anni oggi l’Inps lo dice chiaro: dal 2027 sarà necessario raggiungere 67 anni e un mese di età per andare in pensione.
E così il governo Meloni scarica ancora una volta il peso dei conti pubblici su lavoratrici e lavoratori.
Non si può continuare a chiedere sacrifici a chi ha già dato tutto, a chi svolge lavori gravosi, a chi ha carriere discontinue o precarie. Mentre il carrello della spesa aumenta e il prezzo dei carburanti raggiunge picchi mai visti per colpa di une guerra voluta dal loro amico Trump, servono misure per un lavoro dignitoso, stabile e ben retribuito. E un sistema pensionistico che non usi la previdenza solo come un bancomat.
Così in una nota Chiara Braga, Capogruppo Pd alla Camera dei Deputati.
“In vista del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo è importante spiegare con chiarezza perché votare No”. Lo afferma la deputata Simona Bonafè, vicepresidente vicaria del Gruppo Pd e capogruppo in commissione Affari costituzionali.
“Il primo motivo – spiega l’esponente dem – è che questo referendum non riguarda la separazione delle carriere. Le carriere sono già state separate e per cambiare funzione giudici e pubblici ministeri hanno limiti stringenti da rispettare. Il secondo è che si sostiene che la riforma renderebbe il giudice più terzo e autonomo. Anche questa è una fake news. I dati dimostrano che già oggi circa il 50% delle sentenze dei giudici è diverso dalle richieste dell’accusa del pubblico ministero. La terza ragione è che questa riforma non interviene su nessuno dei veri problemi della giustizia: non riduce la lunghezza dei processi, non affronta la carenza di personale e non risolve la questione del sovraffollamento delle carceri, su cui peraltro è stata aperta anche una procedura di infrazione a livello europeo”.
“La presidente del Consiglio – conclude Bonafè - ha sostenuto in un lungo video che questa riforma non incide sull’autonomia e sull’indipendenza della magistratura. Subito dopo, però, la capo di gabinetto del ministro Nordio, Giusy Bartolozzi, ha affermato che con la riforma si toglierebbero di torno magistrati considerati un ‘plotone di esecuzione’ portando allo scoperto le vere ragioni della maggioranza. Per questo continuiamo a dire che bisogna votare No perché si tratta di una riforma sbagliata nel merito”.
"L’ennesima inchiesta che scuote la Sicilia, con l’indagine che coinvolge Salvatore Iacolino, pezzi delle istituzioni e vertici della pubblica amministrazione conferma un quadro ormai insostenibile. La Regione siciliana continua a essere attraversata da scandali, opacità e sospetti inquietanti. Quando la magistratura indaga per mafia e corruzione figure legate ai vertici della gestione pubblica, non siamo di fronte a un episodio isolato. Siamo di fronte al fallimento politico e morale di una classe dirigente che avrebbe dovuto garantire trasparenza, legalità e rigore nella gestione della cosa pubblica". Lo afferma la deputata siciliana del Pd Giovanna Iacono.
"La sanità - aggiunge la deputata dem - uno dei settori più delicati e vitali, continua invece a essere terreno di nomine discutibili, reti di potere e dinamiche che troppo spesso sfuggono al controllo democratico. Le siciliane e i siciliani assistono da anni a un susseguirsi di scandali, mentre i servizi pubblici peggiorano e la fiducia nelle istituzioni crolla. Il presidente della Regione, Renato Schifani, non può continuare a fare finta di nulla. Non può limitarsi a dichiarazioni di circostanza mentre la credibilità della Regione affonda".
"Serve - conclude Iacono - un atto immediato di responsabilità politica. Schifani metta fine all’agonia politica e morale del suo governo, prenda atto del fallimento di questa stagione politica e restituisca alle siciliane e ai siciliani la parola. La Sicilia non può essere ostaggio di un sistema di potere che continua a produrre scandali e ombre. La Sicilia merita istituzioni credibili, trasparenti e libere da qualsiasi condizionamento".
“Le dichiarazioni dell’onorevole Zaratti dipingono uno scenario che non corrisponde in nessun modo alla realtà e oltretutto non tiene conto dello straordinario lavoro istituzionale svolto in questi anni. Lo stadio della Roma a Pietralata non è affatto un’operazione speculativa ma un progetto che è stato dichiarato di pubblico interesse dall’Assemblea Capitolina dopo un percorso di valutazione molto approfondito. Parliamo di un investimento privato di oltre un miliardo di euro che consentirà di realizzare uno stadio moderno e soprattutto un intervento di rigenerazione urbana molto importante per Pietralata. Prevede infatti parchi, spazi pubblici, piazze, percorsi ciclopedonali, collegamenti con il nodo della stazione Tiburtina e nuove infrastrutture a servizio di tutto il quartiere. Continuare a parlare di speculazione davanti a un progetto che porterà benefici concreti alla città significa semplicemente ignorare i fatti e alimentare polemiche ideologiche che hanno il solo obiettivo di penalizzare Roma” così il deputato democratico, Andrea Casu.
Situazione molto preoccupante, ci salviamo solo grazie al PNRR dei governi precedenti.
"Difficilmente, a meno di improbabili revisioni del dato provvisorio presentato dall'ISTAT, si raggiungerà l'obiettivo su cui il governo aveva speso la sua reputazione, cioè quello di rientrare dalla procedura per deficit eccessivo portando il rapporto fra disavanzo e Pil sotto il 3%. Siamo al 3,1 e anche il debito cresce". Così la deputata dem Maria Cecilia Guerra, capogruppo in commissione Bilancio e responsabile nazionale Lavoro del Partito Democratico.
“Il contesto macroeconomico – ha aggiunto l’esponente Pd – desta molta preoccupazione: il rapporto debito-PIL è confermato in aumento, l'Istat ha rivisto al ribasso la stima sulla crescita italiana e all'orizzonte ci sono soltanto guerre. Il governo dice che la colpa è del Superbonus, ma il Superbonus era già nelle previsioni: il tema è sicuramente più complesso. Questi conti pubblici, che non hanno raggiunto l'obiettivo del consolidamento, ci trovano in una situazione di particolare debolezza. Dovremmo affrontare, e sembra ormai inevitabile, una crisi energetica che avrà effetti sulle bollette degli italiani e sulle possibilità di approvvigionamento del gas. Quello che veniva dal Qatar dovremo acquistarlo probabilmente dagli Stati Uniti, a prezzi più elevati".
"A tutto questo — ha concluso Guerra — facciamo fronte soltanto con le risorse rimaste dai governi precedenti, con il PNRR che questo governo si appresta a rimodulare per l'ennesima volta, perché non riesce a spendere in modo adeguato le risorse e cerca di portarsi qualche briciola anche per gli anni futuri. Una situazione molto, molto preoccupante".
Adeguamenti al Codice della strada, campagne di comunicazione mirate e risorse dedicate per promuovere una nuova cultura dello spazio urbano
Sempre più italiani si muovono a piedi o in bicicletta. Secondo l’ultimo Rapporto sulla mobilità dell’ISFORT oltre il 28% degli spostamenti quotidiani avviene in queste modalità: ma sicurezza e infrastrutture restano il nodo cruciale da sciogliere al fine di rafforzare la tutela di pedoni e ciclisti e promuovere concretamente la mobilità attiva. È in questo contesto che si colloca la nuova proposta di legge presentata oggi alla stampa dalla deputata Valentina Ghio: un progetto che ha visto la collaborazione di FIAB – Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta, coinvolta nella redazione del testo col supporto di Andrea Colombo, esperto legale di mobilità e sicurezza stradale.
“Questa proposta di legge nasce da un dato evidente: sempre più persone scelgono di muoversi a piedi o in bicicletta, ma spesso in condizioni di elevata vulnerabilità. Serviva quindi un intervento organico che aggiornasse le norme e introducesse una gerarchia della mobilità centrata sulla tutela di pedoni e ciclisti” – dichiara l’on. Valentina Ghio prima firmataria della proposta di legge
“Non si tratta solo di modifiche tecniche, ma di un cambio di prospettiva – prosegue Ghio –
Siamo tutti pedoni e le strade devono diventare luoghi più sicuri e vivibili, dove camminare o pedalare sia una scelta normale e non un rischio. Inoltre strade meno trafficate sono un vantaggio anche per chi non può fare a meno di utilizzare la macchina.
Per rendere concreto questo cambiamento istituiamo il Fondo nazionale per la mobilità attiva e introduciamo strumenti a supporto degli enti locali.
Investire sulla mobilità attiva significa investire in salute, ambiente e città più inclusive, a misura di tutte le persone”, conclude la deputata.
Puntuale e articolato, il testo si fa interprete di un nuovo scenario urbano, abbracciando numerosi aspetti della mobilità. I cambiamenti proposti non coinvolgono solo il Codice della Strada ma estendono la propria efficacia anche al Codice Civile. Fra i diversi punti del codice stradale interessati dalla proposta si trova, innanzitutto, l’ampliamento delle definizioni. Il concetto di mobilità attiva viene introdotto a monte, con una distinzione fra le figure di “utente più forte” – chi utilizza mezzi con maggior massa, potenza o velocità – e di “utente della mobilità attiva”. Le nuove definizioni sono determinanti per introdurre una gerarchia che tuteli gli utenti più esposti in caso di collisione. Con la modifica del secondo comma dell’articolo 2054 del Codice civile, infatti, viene stabilito che, in caso di incidente, il conducente del veicolo più pesante o potente è considerato, fino a prova contraria, maggiormente responsabile.
La proposta introduce numerose misure volte a incentivare gli spostamenti a piedi e in bici e a proteggere l'incolumità degli utenti attivi. Ad esempio, i marciapiedi dovranno avere una larghezza minima di 2 metri, e i guidatori dovranno superare i ciclisti almeno a un metro e mezzo di distanza in ogni caso. Inoltre, i Comuni potranno installare più facilmente attraversamenti pedonali rialzati (dove avviene la maggior parte degli investimenti mortali), e i mezzi pesanti dovranno essere dotati di sensori elettronici per rilevare la presenza laterale di pedoni e ciclisti negli angoli ciechi.
Luigi Menna, Presidente di FIAB Italia, ha dichiarato: “Questa proposta di legge concentra l’attenzione sulla mobilità ciclistica quotidiana, ritagliando un ruolo importante ai ciclisti che ogni giorno percorrono le strade cittadine, statisticamente più pericolose. La diminuzione delle collisioni stradali passa obbligatoriamente attraverso la prevenzione, in particolare limitando la velocità degli autoveicoli – ad esempio tramite i passaggi pedonali e ciclabili rialzati e ampliando gli spazi urbani sicuri per ciclisti e pedoni, come le zone urbane e scolastiche”
La proposta introduce chiare norme per la governance, risorse e monitoraggio: è infatti prevista l’istituzione del CIPOMA, Comitato Interministeriale per le Politiche di Mobilità Attiva, che ha il compito di assicurare il coordinamento e la definizione degli indirizzi strategici e la Direzione Generale per la Mobilità attiva preso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Comuni e altri enti si dovranno dotare di strumenti mirati per valutare in modo continuativo l’efficacia delle politiche adottate e la validità delle infrastrutture implementate.
Viene istituito il Fondo nazionale per la mobilità attiva, con una dotazione iniziale pari a 300 milioni di euro per il triennio.
La costruzione di un reale cambiamento culturale nella mobilità passa inevitabilmente attraverso un’adeguata formazione e informazione. In questa prospettiva, la proposta a cui anche FIAB ha dato il proprio contributo prevede interventi specifici sull’educazione alla tutela della mobilità attiva. Un ruolo centrale è assegnato anche alla comunicazione: la pubblicità degli autoveicoli dovrà essere accompagnata da messaggi che promuovano la guida sicura, l’uso della mobilità attiva, di quella condivisa e del trasporto pubblico. A tal fine, una quota pari al 5% delle spese pubblicitarie destinate alla promozione dei veicoli sarà utilizzata per realizzare campagne istituzionali dedicate alla mobilità sostenibile e alla sicurezza stradale.
"Cuba è stremata, strangolata, ferita.
Il 29 gennaio scorso il presidente statunitense ha firmato un ordine esecutivo che minaccia dazi contro tutti i Paesi che intendono portare petrolio a Cuba, dopo avere interrotto, con il blitz a Caracas, le forniture dal Venezuela. Da quando Trump ha resuscitato la “Dottrina Monroe”, l’America Latina è tornata a essere considerata il cortile di casa degli Stati Uniti.
A Cuba, ci ha detto l’ambasciatore cubano in Italia incontrato questa mattina, manca l’energia negli uffici, nelle aziende alimentari e farmaceutiche. Senza mezzi pubblici è diventato impossibile andare a lavorare e a scuola. Quello che è più grave è che negli ospedali manca l’energia anche per alimentare le macchine che garantiscono la vita dei malati e le incubatrici per i neonati. Migliaia di malati abbandonati al loro destino con un sistema sanitario costretto alla resa.
È la legge del più forte, la legge del più cinico, del più spietato dei potenti.
Non possiamo dimenticare che durante il Covid, nel momento più buio per il nostro Paese, fu Cuba a mandare i primi medici a sostegno della nostra sanità in affanno. E ancora oggi ci sono centinaia di medici cubani che lavorano negli ospedali calabresi in difficoltà.
L'Italia può voltare le spalle a chi ci ha teso la mano? Il Ministro Tajani tace perché secondo lui anche per la popolazione cubana il diritto internazionale “vale fino a un certo punto”?
E la Presidente Meloni tace perché continua a genuflettersi di fronte ai desideri di Trump e perfino a quelli di Marco Rubio che lo stesso Trump ha designato come futuro presidente cubano. Sembra uno scherzo, ma è proprio quello che ha detto.
La dignità, lo sappiamo, è dote rara nelle stanze del governo Meloni. Ma noi non possiamo assistere in silenzio alla morte lenta di un popolo. E non lo faremo, denunceremo quello che sta accadendo nell’indifferenza di troppi". Lo ha dichiarato in aula Laura Boldrini, deputata Pd e Presidente del Comitato permanente della Camera, chiedendo un'informativa urgente al ministro Tajani
“Il monitoraggio indipendente della Fondazione GIMBE sull’attuazione della Missione Salute del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) evidenzia un dato chiaro: al 31 dicembre 2025 le tre scadenze europee sulla digitalizzazione risultano formalmente rispettate per l’erogazione della nona rata. Un dato che, però, non può esaurire la valutazione politica e istituzionale.” Lo dichiara il deputato del PD Gian Antonio Girelli, vicepresidente della commissione d’inchiesta sul COVID.
«Raggiungere i target, infatti – prosegue Girelli – è necessario, ma non sufficiente. Il punto centrale è capire se gli investimenti stanno realmente migliorando la qualità dei servizi, riducendo le diseguaglianze territoriali e rafforzando il Servizio Sanitario Nazionale».
Osserva ancora Girelli che se per quel che riguarda la telemedicina, il numero dei pazienti assistiti supera la soglia prevista, un segnale certamente positivo ma “ma senza dati pubblici disaggregati per Regione è difficile valutare se stiamo colmando i divari o se li stiamo semplicemente certificando”.
Molto complessa è la questione della digitalizzazione degli ospedali. Girelli ricorda che l’obiettivo originario prevedeva l’informatizzazione completa di 280 strutture sede di Dipartimento di Emergenza e Accettazione ma che la successiva rimodulazione ha ridimensionato il target, prevedendo un avanzamento di livello nella scala di maturità digitale. «Parliamo di oltre 1,4 miliardi di euro di investimento e dobbiamo essere certi che si traduca in ospedali realmente più efficienti, integrati e capaci di garantire continuità assistenziale, non solo in certificazioni formali».
Sul Fascicolo Sanitario Elettronico, il target dell’85% dei medici che lo alimentano è stato superato. «Ma il cuore dello strumento – il profilo sanitario sintetico costantemente aggiornato – non è ancora pienamente operativo in tutte le Regioni. Inoltre solo una parte dei cittadini ha espresso il consenso alla consultazione. Senza piena interoperabilità e senza fiducia dei cittadini, la digitalizzazione resta incompleta».
Per Girelli la digitalizzazione non è un obiettivo in sé, ma uno strumento per rafforzare prevenzione, presa in carico e medicina territoriale. «Il PNRR deve lasciare un’eredità strutturale: servizi più accessibili, meno frammentazione, più integrazione tra ospedale e territorio. La trasparenza dei dati non è un dettaglio tecnico, ma una garanzia democratica. Le risorse pubbliche devono produrre benefici misurabili per le persone». “Purtroppo – osserva ancora Girelli - molti obiettivi sono stati raggiunti solo sulla carta o tramite revisioni al ribasso dei target e senza che siano stati forniti dati pubblici sulla realizzazione concreta del PNRR”.
«Infine – conclude il deputato del Partito Democratico – l’assenza di dati pubblici e i criteri utilizzati per certificare il raggiungimento dei target sono estremamente preoccupanti e richiedono una rendicontazione dettagliata dei risultati. La trasparenza è fondamentale e i dati pubblici sono un bene comune che deve essere comunicato con chiarezza».
“La scomparsa del professor Luigi Nicolais rappresenta una perdita profonda per la comunità scientifica, per le istituzioni e per tutti coloro che ne hanno condiviso il percorso umano e professionale. È stato uno scienziato di fama internazionale, un accademico insigne, un civil servant, che ha ricoperto diversi incarichi pubblici, dando sempre lustro al Paese. Accanto ai numerosi ruoli istituzionali, Luigi Nicolais è stato anche uno degli artefici della nascita del Partito Democratico, contribuendo con il suo pensiero, la sua esperienza e la sua cultura riformista alla costruzione di un progetto politico fondato sull’idea che sapere e innovazione, giustizia sociale e qualità delle istituzioni siano pilastri indispensabili ed inseparabili di una democrazia moderna. Un innovatore, un riformista autentico. La sua eredità di rigore intellettuale, senso delle istituzioni, valori, competenze e impegno civile, che continueranno a ispirare quanti credono nella centralità della conoscenza per il progresso politico e civile del Paese”.
Così il deputato democratico e segretario del Pd Campania, Piero De Luca, intervenendo in Aula in occasione della commemorazione di Luigi Nicolais.
"Alla fine il governo Meloni ha sfornato un altro "decreto sicurezza" che più che sulla sicurezza punta sulla propaganda della repressione. Accecato dal desiderio di mostrare i muscoli sperando di oscurare il loro clamoroso fallimento proprio sulla sicurezza, il governo non ha neanche ascoltato le voci di alcuni sindacati di polizia e questo la dice lunga. Le donne e gli uomini in divisa vanno tutelati, non strumentalizzati per i propri scopi politici. Invece di aumentare gli stipendi alle forze dell'ordine e di implementare gli organici, continuano a buttare soldi pubblici nei centri in Albania che sono vuoti, non servono a niente e non funzionano.
I nuovi provvedimenti previsti non risolvono nessun problema di sicurezza. Il vero obiettivo di Meloni è limitare il dissenso e, soprattutto, il diritto di manifestare". Lo dichiara Laura Boldrini, deputata Pd e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo.
“Sono trascorsi esattamente 60 anni dal crollo di Agrigento e dalla catena di alluvioni che nello stesso anno colpirono vaste zone del Polesine e Firenze. Furono eventi che segnarono la storia del Paese e di una generazione. Il crollo di Agrigento portò ad alcune riforme urbanistiche parziali ma importanti come quella della norma sugli standard pubblici. L’ondata di mareggiate che si è abbattuta su Calabria, Sicilia e Sardegna, con il crollo di Niscemi, ci riportano alla fragilità del nostro territorio, aggravata dalla crisi climatica e dalla perdurante inadeguatezza delle norme e degli strumenti per contrastare il dissesto idrogeologico”. Lo scrive in una nota il deputato del Partito Democratico, Roberto Morassut.
“Il silenzio del Governo, della Presidente Meloni, dei Ministri competenti - continua Morassut - è davvero scandaloso. Le politiche per la lotta al dissesto, alle frane, alle alluvioni sono state un palleggio di modelli e responsabilità. I soldi non mancano. Ma vanno spesi bene. E rapidamente. I progetti per il dissesto idrogeologico sono progetti molto speciali perché si confrontano con un territorio che cambia continuamente. La lotta per creare modelli per accaparrarsi, tra Regioni e uffici centrali, le grandi risorse disponibili è scandalosa”.
“Oggi - spiega ancora il deputato Pd, ex sottosegretario all’Ambiente - c’è una separazione assurda tra le Autorità di Bacino che pianificano gli interventi di adattamento e di contrasto e le Regioni che dovrebbero realizzare le opere conseguenti. Bisogna accorciare le distanze e fare delle Autorità di Bacino le istituzioni che, d’intesa con le Regioni, pianificano e realizzano le opere. Ma questo vuol dire sottrarre un po’ di potere alla politica delle spartizioni e degli appalti con le enormi risorse della lotta al dissesto”.
“Infine - conclude Morassut - serve una legge nazionale generale sul governo del territorio, non una misera legge sulla rigenerazione urbana per far fare soldi ai grandi investitori e condannare i poveracci all’abusivismo di necessità su lembi di terra disgraziati. Il territorio si cura con politiche integrate e pubbliche. Mai più si deve costruire in zone di rischio”.
“In questo momento le priorità del Paese sono ben altre rispetto a una normativa molto tecnica con cui si disciplina la sicurezza delle attività subacquee. Sarebbe bastato un decreto della presidente del Consiglio, ma l'unico vero scopo della legge è quello di nominare un nuovo direttore generale con nomina fiduciaria, pagato a peso d’oro, fino a 360mila euro di indennità e procedere a nuove assunzioni discrezionali senza neanche un minimo di evidenza pubblica. Sono state bocciate tutte le nostre proposte di buon senso per garantire al massimo la sicurezza delle persone e delle infrastrutture e non vi è stato alcun vero coinvolgimento delle opposizioni e del ruolo del Parlamento. Bocciato persino il nostro ordine del giorno che impegnava il governo a coinvolgere le regioni in materia di formazione professionale. Questo modo di agire ci preoccupa molto perché ne vediamo l’ennesimo nominificio targato Meloni. Peraltro questo accade nel tempo in cui la finanza locale è ridotta all'osso ed è anche un pessimo segnale che diamo agli amministratori locali che faticano ogni giorno per far quadrare i conti pubblici. Una scelta che stride anche con i precetti costituzionali relativi all’efficienza al buon andamento della pubblica amministrazione”.
Così il capogruppo Pd in commissione Trasporti alla Camera, Anthony Barbagallo, annunciando il voto di astensione del Gruppo al provvedimento sulle disposizioni in materia di sicurezza delle attività subacquee.
“La provincia di Agrigento è stata duramente colpita dal ciclone Harry, che nelle ultime ore ha provocato ingenti danni, paura e pesanti disagi per le cittadine e i cittadini, le imprese e le amministrazioni locali. Litorale devastato, strade allagate o interrotte, campagne distrutte, edifici pubblici e privati danneggiati: un colpo durissimo per un territorio già segnato da fragilità strutturali e che fonda gran parte della propria economia sull’agricoltura e sul lavoro stagionale. Da deputata agrigentina sento il dovere di essere al fianco della mia comunità. Ho già avviato le necessarie interlocuzioni istituzionali affinché venga riconosciuto lo stato di calamità naturale e siano attivati ristori rapidi e adeguati per famiglie e imprese colpite”.
Così la deputata dem, Giovanna Iacono, esprimendo il proprio ringraziamento a Protezione Civile, Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine e volontari impegnati senza sosta per garantire sicurezza e assistenza alla popolazione.
“Ora - ha aggiunto - è il tempo della concretezza. La provincia di Agrigento non può essere lasciata sola. Servono interventi immediati, ma anche una strategia seria di prevenzione e messa in sicurezza del territorio, perché eventi estremi come questo non possono più essere considerati eccezionali. La situazione - ha concluso - continuerà a essere seguita passo dopo passo nelle sedi istituzionali competenti, per garantire risposte rapide e adeguate al territorio”.
Governo certifica ritardo opere ma soluzione non è commissariare tutto ma cambiare Ministro
"L’indiscrezione riportata oggi da Repubblica sul cosiddetto 'super commissario' ai lavori pubblici mette in luce un problema politico e amministrativo evidente: i gravi ritardi delle opere pubbliche che la propaganda del Governo non può più nascondere. Dopo aver moltiplicato strutture straordinarie, il governo sceglie ora di cambiare rotta e concentrare tutto su un’unica figura, ammettendo di fatto il proprio fallimento fino a oggi. I cantieri restano fermi, le percentuali di avanzamento sono minime e i territori continuano a pagare il prezzo di decisioni prese lontano dai problemi reali": è quanto dichiara una nota congiunta i deputati Pd Marco Simiani e Andrea Casu.
"Questa scelta, inoltre, assume un significato politico chiaro: di fatto la presidente Meloni commissaria il ministro Salvini, centralizzando ulteriormente le leve decisionali invece di rafforzare una filiera amministrativa efficiente e responsabile. Non è commissariando tutto che si sbloccano le opere, ma con il sistema che funzioni, con ruoli chiari, responsabilità definite e un rapporto costante con i territori che il Ministro Salvini non è stato in grado di costure”. conclude la nota.
“Un ordine del giorno al limite del ridicolo. Un governo che vuole costituirsi parte civile contro dodici tecnici, funzionari pubblici e che lega a loro le risorse eventualmente ottenute in un processo alla ricostruzione dei territori. Davvero questa è la copertura finanziaria per la ricostruzione nei territori alluvionati in Emilia Romagna?”. Lo dichiarano in una nota i deputati Pd Bakkali, Gnassi, Malavasi, Rossi e Vaccari.
“Sulle alluvioni – sottolineano i parlamentari - la destra continua a lucrare politicamente e, ora che c’è da ricostruire insieme, sembra che qualche esponente di Fratelli d’Italia gioisca mentre i territori affrontano e gestiscono emergenze e allerte meteo, con la priorità della messa in sicurezza delle popolazioni”.
“Per questa destra, la priorità è sempre e solo costruire l’ennesimo attacco scomposto e inutile al futuro e al diritto a restare dei cittadini: lo fecero in piena emergenza nel 2023 e lo rifanno oggi. Il governo lavori piuttosto per velocizzare le procedure, ascoltando e cooperando con chi è sul territorio, a partire dalla struttura commissariale che hanno voluto, e per dare certezze sulle risorse”, concludono Bakkali, Gnassi, Malavasi, Rossi e Vaccari.