“Mentre a Rosignano Solvay cresce l’allarme per il futuro dello stabilimento Ineos, con 400 lavoratori diretti e un indotto fondamentale per tutta la costa livornese, dal Governo continuano ad arrivare risposte evasive. Invece di assumere impegni concreti su costi energetici, tutela occupazionale e apertura immediata di un tavolo di crisi al Ministero delle Imprese e del Made in Italy ci vengono elencati lunghi iter procedurali su tutt’altro tema, rivendicando tempi e confronti che però non hanno prodotto risultati. È lo stesso schema che vediamo da anni: burocrazia, molti rinvii e nessuna decisione rapida, mentre le imprese chiudono e i lavoratori rischiano il posto. Due anni di attesa, come ammesso dallo stesso governo in altri dossier, sono un lusso che territori già colpiti da crisi industriali complesse non possono permettersi”: così Marco Simiani ed Emiliano Fossi sulla discussione della loro interrogazione svolta oggi nell’Aula di Montecitorio.
“Il caso Ineos dimostra tutta l’inadeguatezza dell’azione dell’Esecutivo sulla politica industriale: si parla di competitività e autonomia strategica, ma non si interviene sui costi energetici insostenibili né sulla concorrenza sleale dei prodotti extraeuropei. Il governo rivendica tavoli, incontri e ‘riflessioni’, ma intanto in Europa si chiudono impianti e si perdono posti di lavoro, come già avvenuto in Germania. Serve subito un cambio di passo: attivare un tavolo di crisi con Regione Toscana, sindacati e azienda, difendere il polo chimico di Rosignano e portare in sede europea una battaglia vera su energia, dazi e politiche industriali. Senza scelte rapide e coraggiose, il rischio è quello di assistere all’ennesimo declino industriale annunciato, pagato ancora una volta dai lavoratori e dai territori”.
"Siamo qui a Napoli per dare il nostro contributo di idee all’Italia che vogliamo costruire: un’alternativa credibile, concreta, di governo. Per vincere non basta l’anti-melonismo: non basta parlare contro Giorgia Meloni, bisogna parlare al Paese, dei problemi reali che vivono ogni giorno le persone. Così Simona Bonafè, vicepresidente del gruppo Pd alla Camera, intervenendo all’iniziativa “Idee per l’Italia” promossa da Energia Popolare.
"Proprio sull’economia e sul lavoro - prosegue l’esponente dem - il governo Meloni mostra tutta la distanza tra propaganda e realtà. L’Italia è ferma, non cresce, ma la presidente del Consiglio racconta un Paese che non esiste, parlando dell’occupazione più alta dai tempi di Garibaldi. I dati dicono anche altro: crescono i contratti nei lavori a basso valore aggiunto, aumentano i lavoratori poveri, il ceto medio perde potere d’acquisto sotto i colpi dell’inflazione. Ecco perché la nostra battaglia per il salario minimo è una battaglia di dignità, di giustizia.
"Noi siamo quelli che - aggiunge - credono che senza crescita non ci sia giustizia sociale. Ma servono politiche industriali capaci di ridisegnare le filiere del Made in Italy in un mondo scosso da dazi, da transizioni tecnologiche e climatiche che cambieranno profondamente anche il lavoro. E dobbiamo essere pronti, cambiare anche noi gli strumenti delle nostre risposte.
«La sinistra – conclude Bonafè – troppe volte ha parlato solo ai garantiti. Noi dobbiamo occuparci anche delle partite IVA senza tutele, delle PMI che sono l’ossatura del nostro tessuto produttivo e troppo spesso vengono dimenticate. Dopo tre anni di governo Meloni, gli italiani si sentono più poveri e più insicuri. Tocca a noi parlare con umiltà, pragmatismo, allargando l’orizzonte oltre la curva. Energia Popolare nasce per questo: perché un partito plurale e unito è un partito più forte".
L’allarme lanciato da Assocarta sulla chiusura di sei impianti cartari nel solo 2025 è la prova del fallimento delle politiche industriali del Governo Meloni, che resta a guardare mentre un’eccellenza del Made in Italy affonda. È inaccettabile che l’Italia, leader nel riciclo, sia costretta a esportare 1,7 milioni di tonnellate di carta verso l'Asia per poi riacquistare il prodotto finito, regalando valore aggiunto, Pil e oltre 1.300 potenziali posti di lavoro ai competitor stranieri. Il paradosso di un settore che lavora solo al 70% della capacità a causa di costi energetici fuori controllo e oneri ambientali sproporzionati rispetto ai partner UE non può più essere ignorato dal Ministro Urso.
Con questa interrogazione chiediamo al Ministro delle Imprese di rompere il silenzio e attivare immediatamente un tavolo di confronto con la filiera. Non possiamo permettere che la perdita di competitività strutturale divori un comparto strategico che, se messo in condizione di operare, potrebbe generare una crescita di 1,4 miliardi di euro l’anno e nuovi investimenti, specialmente nel Mezzogiorno. È tempo di risposte concrete su energia e difesa dei livelli occupazionali: proteggere la filiera della carta significa proteggere l'economia circolare e la sovranità industriale del Paese.
Così i deputati del Pd Vinicio Peluffo, Marco Simiani, Augusto Curti e Irene Manzi.
Anche alla Camera dei deputati il Partito Democratico ha presentato un’interrogazione parlamentare per fare luce e contestare con forza la decisione di Meta di ‘censurare e penalizzare la diffusione di un video del professor Alessandro Barbero sul dibattito pubblico relativo al referendum sulla giustizia’.
L’iniziativa è stata promossa dalla presidente dei deputati, Chiara Braga e dalla responsabile Giustizia del Partito Democratico, Debora Serracchiani, con un’interrogazione a risposta scritta rivolta alla Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro delle imprese e del made in Italy, per chiarire una ‘vicenda che solleva gravi interrogativi sul rispetto del pluralismo informativo e della libertà di espressione’.
Nell’interrogazione si chiede testualmente:
“se il Governo sia a conoscenza dei fatti descritti e se ritenga compatibile con il corretto svolgimento del dibattito democratico e referendario l’equiparazione di analisi e interpretazioni politiche a contenuti di disinformazione oggettiva da parte di piattaforme private;
quali iniziative di competenza il Governo intenda assumere per garantire trasparenza, criteri non discrezionali e il rispetto del pluralismo informativo nelle attività di moderazione e fact-checking operate dalle piattaforme digitali, in particolare in occasione di consultazioni referendarie e passaggi democratici rilevanti”.
“Debora Serracchiani sottolinea inoltre che, a seguito di questa interrogazione, il Partito Democratico scriverà una lettera anche alla AGCom e alla Commissione europea per fare luce e chiarire una vicenda che consideriamo di enorme gravità, che compromette la libertà di opinione nel nostro Paese”.
“Il 2026 rischia di essere l’anno della scomparsa per molte imprese della moda, altro che i falsi proclami di Meloni e Urso sulla promozione del Made in Italy nel mondo. La Legge di Bilancio non prevede alcun sostegno al settore e il governo ha bocciato le proposte dell’opposizione, lasciando imprese e lavoratori soli di fronte a crisi, dazi e concorrenza internazionale con Cina e Usa sempre più agguerriti. Solo alcune norme su appalti e subappalti sono state corrette grazie all’iniziativa parlamentare del Pd, evitando di legalizzare lo sfruttamento del lavoro. Ma dell’annunciato tavolo di settore non è seguito nulla. Nel frattempo calano gli ordini, aumentano i costi e molte vertenze restano sospese. Export e innovazione restano bloccati da norme confuse volute dal governo e contestate dalle imprese. Serve un cambio di rotta concreto sulla moda”. Lo dichiarano Andrea Gnassi e Simona Bonafè (Pd) alla vigilia del tavolo convocato domani al Mimit sulla crisi Aeffe (Alberta Ferretti). “Chiediamo al ministro Urso – sottolineano a riguardo i dem – di mettere in campo tutte le misure necessarie per dare una prospettiva industriale all’azienda e salvaguardare i posti di lavoro, garantendo un vero tavolo con parti sociali, azienda e Regione Emilia-Romagna. Servono ammortizzatori sociali adeguati, ampliamento della cassa integrazione per i lavoratori delle imprese dei settori della moda e di quelli correlati come stabilito in Conferenza delle Regioni con Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, contributi a fondo perduto per le imprese che hanno subito un forte calo di fatturato, incentivi agli investimenti in ricerca, innovazione, transizione ecologica e digitale, oltre alla sospensione delle imposte e delle rate dei mutui per tutto il 2025”. “Il rilancio del settore non può passare solo da licenziamenti e tagli. Serve una strategia industriale seria, capace di tutelare il lavoro e rafforzare la competitività del Made in Italy. Agli slogan e alla propaganda devono finalmente sostituirsi scelte concrete.”
"Nonostante i percorsi istituzionali avviati e le interlocuzioni in corso sul futuro dello stabilimento Beko di Siena, non esistono ad oggi prospettive industriali certe per il sito di viale Toselli. Nel frattempo, il territorio ha già pagato un prezzo altissimo: circa 140 posti di lavoro su 300 sono andati perduti, in un contesto segnato da prolungata incertezza e dall’assenza di un piano industriale definito. Per questo ho depositato un’interrogazione al Ministro delle Imprese e del Made in Italy, chiedendo quali garanzie concrete il governo intenda mettere in campo": è quanto dichiara Emiliano Fossi, deputato Dem e segretario Pd della Toscana sull'atto presentato e sottoscritto anche dai colleghi Arturo Scotto, Marco Simiani e Laura Boldrini.
"Gli accordi tra Comune di Siena e Invitalia sono stati annunciati come soluzione certa ed efficace, ma da soli non bastano se non accompagnati da impegni chiari su tempi, investimenti produttivi e tutela dell’occupazione. Come Partito Democratico continueremo a seguire con attenzione questa vicenda e vigileremo affinché l’intervento pubblico non si limiti a una soluzione formale, ma apra davvero la strada a una reindustrializzazione credibile e a nuove prospettive di lavoro stabile per il territorio": conclude.
“Ci troviamo di fronte a un atto d'imperio che produrrà contenziosi, ricorsi, proteste. Ma come si può pensare di consentire l'installazione di impianti senza che tale necessità sia il frutto anche di una decisione territoriale? Perché il decreto non è passato per la Conferenza delle regioni? I territori non possono tramutarsi in terra di conquista dei grandi interessi e tantomeno pregiudicare quell'attività agricola che garantisce presidio, insediamento, l'economia sostenibile, produzione di eccellenza. Quel Made in Italy tanto invocato da questo governo e che poi diventa solo una spilla da appendere al petto. Diciamolo chiaramente. Non è vero che l’agri-voltaico è a impatto zero. Il punto più delicato è il modo in cui viene normato l’agri-voltaico. Si dice che viene introdotta una definizione più stringente, si parla di continuità colturale, si stabilisce la soglia dell’80% della produzione lorda vendibile. Si affida ai Comuni il controllo nei cinque anni successivi, che peraltro non hanno né risorse, né competenze tecniche, né forza politica per reggere questo carico. Dobbiamo essere onesti: l’80 per cento della Produzione Lorda Vendibile non è una garanzia strutturale di tutela agricola. È un indicatore fragile, variabile, che non misura: qualità del lavoro agricolo, durata delle produzioni, tenuta delle aziende. Il rischio è che l’agricoltura diventi una condizione accessoria per fare energia, e non il contrario. Accelerare sulle rinnovabili non si può fare aumentando i danni e aggiungendo problemi a quelli già esistenti”.
Così Stefano Vaccari, segretario di presidenza della Camera e componente della commissione Agricoltura, intervenendo in Aula sul Dl Transizione.
“La politica economica del Governo Meloni sta producendo effetti devastanti sul Made in Italy, sempre più vittima dell’incapacità dell’esecutivo di sostenere il sistema produttivo. Questa manovra di bilancio lo conferma: non produce crescita, non sostiene i consumi e lascia fermi gli investimenti. Dopo tre anni al governo, la destra non ha una strategia industriale, non promuove innovazione e non ha un piano per il dopo-PNRR. Un settore emblematico è la moda, storica eccellenza italiana, che rischia di essere letteralmente messa in ginocchio dalle scelte del Governo. La destra prometteva sostegno alle imprese e crescita. La realtà è immobilismo, precarietà e declino delle nostre filiere strategiche. Questa manovra conferma l’incapacità del Governo di proteggere e valorizzare il cuore produttivo del Paese”. Così la vicepresidente del gruppo del Pd alla Camera, Simona Bonafè.
“Non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire. Il ministro Urso, nonostante le critiche arrivate da tutto il mondo industriale – comprese quelle di Confindustria, che ha ribadito oggi stralcio dell’articolo 30 della legge sulle Pmi – ha appena chiuso il tavolo con parti sociali confermando che il Governo andrà avanti con il testo così com’è della legge sulle piccole e medie imprese. La sua ostinazione rischia di far sbattere il Made in Italy contro norme che non tutelano le aziende virtuose e i lavoratori. L’articolo 30 di cui ribadiamo la richiesta di stralcio resta un punto critico: riguarda i subappalti nel settore moda, dove è fondamentale garantire trasparenza, legalità e condizioni dignitose per i lavoratori. Continuiamo a chiedere interventi correttivi che impediscano pratiche di sfruttamento e valorizzino le imprese che rispettano le regole. Il Parlamento deve poter legiferare senza forzature: la legge sulle PMI è troppo importante per il settore moda e per il Made in Italy per essere portata avanti con ostinazione e superficialità”. Così i componenti delle Commissioni Attività produttive e Lavoro della Camera, Alberto Pandolfo, Arturo Scotto e Christian Di Sanzo.
“Il rapporto Made in Immigritaly di Fai Cisl e Centro Studi Confronti, presentato su mia iniziativa oggi alla Camera, mette nero su bianco una verità che la politica, soprattutto al governo, continua a eludere: l’agroalimentare italiano si regge strutturalmente sul lavoro delle persone immigrate. I numeri non lasciano spazio a interpretazioni. Nel settore agricolo lavorano circa 362mila persone straniere regolarmente occupate. Esse coprono il 31,7% delle giornate lavorative complessive: quasi un giorno di lavoro agricolo su tre è svolto da un lavoratore immigrato. Senza lavoro migrante intere filiere non funzionerebbero. Ma a questa verità economica non corrisponde una verità politica. È qui che entra in gioco la responsabilità del governo. Si moltiplicano gli annunci sulla ‘lotta al caporalato’, ma i risultati concreti restano drammaticamente insufficienti”.
Così Stefano Vaccari, segretario di Presidenza della Camera e componente della commissione Agricoltura, intervenendo alla presentazione della ricerca “Made in Immigritaly” curata da Maurizio Ambrosini, Rando Devole e Paolo Naso, sotto la guida di Claudio Paravati, direttore del Centro Studi Confronti, dove hanno partecipato anche Antonella Forattini, capogruppo Pd in commissione Agricoltura, Alessio Mammi, assessore alle Politiche Agricole della Regione Emilia-Romagna, Onofrio Rota, segretario generale della Fai Cisl Nazionale e Sauro Rossi, segretario confederale della Cisl.
“Oltre il 60% delle aziende agricole controllate - ha aggiunto Vaccari - presenta irregolarità. Si stima che circa 230mila lavoratori agricoli siano a rischio grave di sfruttamento, e nove su dieci sono persone di origine straniera. Il caporalato non è un residuo del passato. In questo contesto c'è da registrare anche il fallimento del sistema dei flussi e del click day, figlio di una impostazione ideologica e sbagliata. Occorrerebbe una scelta di responsabilità, a cominciare dalla difesa della dignità del lavoro agricolo che significa qualità del cibo, tenuta dei territori rurali, l’idea stessa di Made in Italy come eccellenza fondata sul lavoro giusto. Allora sì - ha concluso - che potremo valorizzare ulteriormente la cucina italiana quale patrimonio dell'Unesco, anche da un punto di vista etico e dei diritti”.
“Sulla cannabis light si è aperto un grande caso generato dal Governo, che sta mettendo in ginocchio un intero settore industriale del nostro Paese. Un clima di incertezza normativa e un vero e proprio pasticcio legislativo stanno compromettendo ingenti investimenti di imprese italiane, penalizzando un comparto agricolo innovativo che dà lavoro a migliaia di giovani. Il Governo smetta di alimentare confusione sul tema della canapa e faccia un passo indietro rispetto a decisioni assurde e ideologiche. Lo faccia immediatamente, lo faccia per salvare una filiera oggi fortemente penalizzata. La canapa industriale, proveniente da varietà certificate e a basso contenuto di THC, non rappresenta una minaccia per la sicurezza pubblica: al contrario, è una risorsa strategica per l’economia verde e per il Made in Italy. Serve una cornice normativa stabile e chiara, che tuteli chi opera nella legalità, garantisca tracciabilità e controlli seri e ponga fine a un approccio punitivo e ideologico. Con un decreto-legge urgente, la maggioranza ha messo in ginocchio un intero settore produttivo. La vera urgenza, oggi, dovrebbe essere quella di porre fine a questa follia” così il responsabile sicurezza del Pd, il deputato democratico Matteo Mauri
v e radio locali rappresentano un caposaldo per l’informazione nei territori, fornendo servizi e notizie che non rientrano nel main stream e soprattutto garantiscono anche occupazione a tecnici e giornalisti. Per questo riteniamo che sia molto grave il taglio di 20 milioni l’anno per il triennio 2026-2028 previsto da un emendamento governativo alla legge di bilancio”. Lo dichiara il capogruppo Pd in commissioni Trasporti e telecomunicazioni, Anthony Barbagallo. “Daremo battaglia in Parlamento per ripristinare il Fondo e e cancellare inoltre – aggiunge – la proposta che consente al presidente del consiglio dei ministri di rimodulare il riparto del Fondo con decreto, escludendo il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, titolare delle competenze sul settore. Siamo alle solite, ci troviamo di fronte al solito sopruso di un governo che protegge le lobby, che si fa forte con i deboli e – conclude – si gira dall’altro lato dinanzi ai potenti”.
Nella discussione in commissione sul ddl PMI, la maggioranza ha bocciato il nostro emendamento che prevedeva risorse per rafforzare il distretto tessile di Prato, proprio mentre il comparto moda e le tante aziende nel territorio pratese affrontano una delle fasi più difficili degli ultimi anni. È una scelta incomprensibile e dannosa: Prato è uno dei poli manifatturieri più importanti d’Europa, produce lavoro, innovazione ed export, ma il Governo decide di lasciarlo senza strumenti adeguati. A parole difendono il Made in Italy, nei fatti negano interventi concreti per sostenere imprese che rispettano le regole, investono in qualità, sicurezza sul lavoro, transizione ecologica e digitale. Il distretto non chiede eccezioni, ma che lo Stato riconosca il suo valore strategico. Noi continueremo a riproporre queste misure in ogni sede utile: perché lasciare sola Prato significa indebolire un intero settore e perdere un pezzo di futuro industriale del Paese”.
Lo dichiarano Marco Furfaro e Christian Di Sanzo, deputati del Partito Democratico.
“Il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità Unesco è una notizia che ci riempie d’orgoglio. È il coronamento di un percorso lungo, fatto di tradizioni, competenze, creatività e lavoro quotidiano. Una vittoria dell’Italia e degli italiani: di chi coltiva, produce, trasforma, cucina e accoglie. L’agroalimentare è da sempre una punta di diamante del nostro Made in Italy; la ristorazione è un vero e proprio settore industriale strategico, capace di generare ricchezza, occupazione, turismo e cultura. Parliamo di 328 mila imprese, 60 miliardi di fatturato diretto e oltre un milione e mezzo di lavoratrici e lavoratori: una filiera complessa e integrata, strettamente connessa all’enogastronomia e al turismo, che ogni giorno porta l’Italia nel mondo. Adesso, dopo questo traguardo così importante e significativo, serve un cambio di passo e scelte all’altezza: Prendiamo questo riconoscimento non per considerarci arrivati ma per dare sostanza e seguito ; convochiamo gli attori veri del sistema delle filiere agroalimentari e della ristorazione e facciamo una legge, a partire appunto da una legge sulla ristorazione che introduca norme di sistema, con una strategia vera, investimenti adeguati e strumenti concreti per affrontare le sfide dell’innovazione, del lavoro, della sostenibilità e dell’internazionalizzazione. Oggi l’Unesco certifica ciò che il mondo già sapeva: la cucina italiana è un patrimonio unico, un bene comune, un elemento identitario che unisce generazioni, territori e culture. Ora tocca alla politica dimostrarsi all’altezza di questo riconoscimento, sostenendo davvero chi ogni giorno contribuisce a renderlo possibile.
Il Partito Democratico c’è” così i deputati democratici, componenti della commissione attività produttive della camera, Andrea Gnassi, Alberto Pandolfo e Vinicio Peluffo.
“Nella giornata di ieri la commissione Ecomafie su mia richiesta, con l'adesione del presidente Morrone, che ringrazio per la pronta disponibilità, ha richiesto alla Procura di Mantova la trasmissione di tutti gli atti d’indagine, inclusi i verbali delle operazioni dei Nas e dell’Asl relativi all’azienda Brevini. Ulteriori elementi richiesti hanno riguardato le autorizzazioni della struttura e i documenti sulla tracciabilità delle carni lavorate. Serve acquisire tutti gli elementi necessari per approfondire l’inchiesta giornalistica avviata da Report nelle settimane scorse per poter valutare gli eventuali elementi di violazione delle norme sanitarie e commerciali in ambito agroalimentare. Servono rigore e trasparenza per contrastare le frodi alimentari, difendere la salute pubblica e i consumatori e tutelare così il Made in Italy”.
Così il capogruppo Pd in commissione Ecomafie e segretario di Presidenza della Camera, Stefano Vaccari.