"La scelta di procedere speditamente sulla separazione delle carriere blindando il testo costituzionale senza consentire interventi in sede parlamentare è un grave errore. Risponde ad una logica punitiva nei confronti della magistratura e a un atteggiamento ideologico sui temi della giustizia che guarda al passato e non sa disegnare il futuro di cui la giustizia italiana ha bisogno. Tutto questo avviene mentre nella manovra di bilancio il comparto giustizia da qui al 2027 subisce ingenti tagli, le udienze del giudice di pace vengono fissate al 2030, il processo telematico e’ in tilt e le carceri sono al collasso. Saremmo ancora in tempo per prendere una strada diversa. La maggioranza si fermi e ascolti le tante voci di contrarietà che si levano delle opposizioni e nel Paese". Lo dichiara Federico Gianassi, capogruppo Pd in commissione Giustizia di Montecitorio.
Alla luce dei nuovi emendamenti del governo sul riassetto della Corte dei Conti, i capigruppo delle opposizioni (Pd, M5s, Avs, Azione, Iv e +Europa) delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera hanno chiesto ai presidenti Nazario Pagano e Ciro Maschio di approfondire l’esame del provvedimento in commissione e di avviare un ciclo di audizioni per valutarne gli effetti. Gli emendamenti presentati l’8 gennaio – scrivono i capigruppo – “introducono modifiche profonde dell'attuale assetto normativo e organizzativo della Corte dei Conti. L’emendamento 2.06 del Governo, in particolare, incide profondamente sulla sua struttura organizzativa sia a livello centrale che locale, operando delle vere e proprie fusioni degli attuali uffici, che se da un lato potrebbero sembrare condivisibili sotto un profilo astrattamente logico, dall’altro lato andrebbero esaminate in un confronto con esperti e addetti ai lavori per verificare che siano davvero funzionali ad una maggior efficienza dell’attività svolta da questi uffici”.
“È evidente – proseguono - come modifiche di tale portata non possano essere approvate attraverso un mero emendamento del Governo e sottoposte all’esame del Parlamento al di fuori di una qualunque attività istruttoria così come puntualmente previsto dall’articolo 79 del Regolamento Camera. Occorre infatti ricordare l’importante funzione informativa svolta ad esempio dalle audizioni che consentono di restituire ai parlamentari che esaminano un testo di legge una fotografia efficace di tutti gli interessi in gioco su una specifica tematica in discussione in Parlamento, mettendoli così in grado di compiere scelte più informate e bilanciate. Conformemente a quanto previsto anche dall’articolo 79 del Regolamento Camera, appare dunque indispensabile lo svolgimento di un’adeguata attività istruttoria con riferimento agli emendamenti 2.06 e 4.08 del Governo, alla luce del loro impatto sulla struttura organizzativa e quindi conseguentemente sull’efficienza dell’attività svolta dalla Corte dei conti. Alla luce di quanto premesso, i gruppi di opposizione chiedono l’assegnazione di un termine per la presentazione dei sub-emendamenti atto a garantire il previo svolgimento di un’adeguata attività conoscitiva e istruttoria, mediante audizioni, sui due nuovi emendamenti presentati dal Governo”.
La decisione di respingere l’emendamento del Partito Democratico, a prima firma Gianassi, che chiedeva di assicurare la parità di genere nel sistema elettivo dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, rappresenta un atto gravissimo. Garantire un’equilibrata rappresentanza di donne e uomini nei luoghi decisionali non è solo una questione di giustizia e democrazia, ma un passo necessario per superare le disuguaglianze ancora presenti nella società e nelle istituzioni.
Durante il dibattito parlamentare sulla riforma costituzionale, diverse deputate del Partito Democratico hanno denunciato con forza questa chiusura della maggioranza, che continua a ignorare i richiami al dialogo e all’ascolto delle opposizioni.
La responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani, ha detto “chiedevamo di affermare che il principio della parità di genere nel Csm fosse di rango costituzionale, troviamo inaccettabile e intollerabile che proprio su questo ci venga invece detto: ‘si può fare con legge ordinaria’”. La deputata Rachele Scarpa ha sottolineato che: "l’emendamento riconosceva che le disuguaglianze di genere penalizzano sistematicamente la rappresentanza delle donne. Sarebbe compito delle istituzioni garantire la parità di genere, ma con questo voto la maggioranza dimostra di non essere interessata”. Ilenia Malavasi ha ricordato che: "L’accesso delle donne alla magistratura è stato il risultato di un lungo percorso iniziato solo nel 1963. Garantire la parità di genere nella rappresentanza non è solo un principio costituzionale, ma un modo per affermare la dignità e l’autorevolezza delle donne nel nostro Paese". Irene Manzi ha evidenziato l’ipocrisia del rinvio a una futura legge ordinaria: "Nascondersi dietro il rinvio è un pretesto. Garantire un equilibrio di genere nei CSM è un principio fondamentale che non dovrebbe essere sacrificato". Infine, Sara Ferrari ha dichiarato: "Bocciando questo emendamento, non si fa un danno all’opposizione, ma al Paese. In un sistema in cui le decisioni della magistratura impattano su tutti i cittadini, è necessario garantire la diversità di genere, delle esperienze e delle competenze nei luoghi decisionali per assicurare soluzioni più solide e inclusive." La chiusura della maggioranza, volta a preservare un accordo interno al Governo – hanno concludo le democratiche - è inaccettabile e va contro i principi di uguaglianza e rappresentanza che dovrebbero guidare una riforma costituzionale”.
Noi riteniamo che questa riforma non ci appartenga e abbiamo tutti i motivi per dire che siamo contrari, però ci chiediamo perché tenere fuori un principio costituzionale, quello della garanzia della parità di genere, quello che non ci sia discriminazione tra sessi? Perché dire che un principio, come quello della parità di genere, può anche essere fatto con una legge ordinaria? L'idea che si sta dando è che non sia un valore così importante e che ne possiamo fare a meno. L'idea insomma che la Carta costituzionale sia cartastraccia. Per noi non è così, e dato che questo è un governo che viene presieduto da una donna, chiediamo alla maggioranza che di questo principio non si faccia cartastraccia, e che di questo principio si mantenga il rango costituzionale, perché troviamo inaccettabile e intollerabile che proprio su questo ci si dica: si può fare con legge ordinaria.
A tenerla sempre sotto il tappeto, quella parità di genere, prima o poi, non sarà un problema forse per noi che, grazie a quelle donne che si sono sacrificate, oggi siamo qui e possiamo dire quello che pensiamo, ma pensate alle vostre figlie e alle vostre nipoti, perché questi diritti non sono mai scontati e questi diritti, anche oggi, vengono messi costantemente in discussione.
Così la deputata democratica e responsabile nazionale Giustizia del Pd, Debora Serracchiani, intervenendo in Aula.
“La riforma costituzionale sulla separazione delle carriere del governo, riduce l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, spingendo il pubblico ministero al controllo dell'esecutivo”. Così la capogruppo democratica nella commissione affari costituzionali della camera, Simona Bonafè che sottolinea come con la riforma “non vengono toccate le vere emergenze e priorità del sistema giudiziario italiano a partire dalla velocizzazione dei processi, ma si creano le condizioni per mettere la giustizia al servizio della politica cancellando anni di cultura giuridica italiana e facendo carta straccia del principio della separazione dei poteri alla base delle costituzioni liberali. Noi siamo disponibili a lavorare insieme per riforme che assicurino davvero funzionalità e garanzie nel processo ma siamo di fronte ad un approccio ideologico che nulla a che fare con la garanzia di un giustizia giusta per cittadini e imprese”.
"La giustizia italiana ha tanti problemi: la mancanza di organico, la lentezza dei processi, il sovraffollamento delle carceri. Ma la riforma sulla separazione delle carriere che stiamo discutendo alla Camera non ne affronta neanche uno. Anzi, ne aggiunge altri e, per di più, è una punizione, un vero e proprio attacco all'indipendenza della magistratura e, dunque, alla Costituzione. Il tentativo è quello di trasformare i pubblici ministeri in una sorta di superpoliziotti che, quindi, saranno più legati al governo e meno indipendenti.
In più, si sdoppia il CSM creandone uno per i magistrati giudicanti e uno per i pubblici ministeri i cui membri verranno estratti a sorte. Un meccanismo che niente ha a che fare con il merito, di cui questo governo si riempie tanto la bocca, e che penalizza anche la rappresentanza di genere. Oggi, infatti, la maggioranza della magistratura è composta da donne, ma non nei suoi vertici. Un sorteggio di nomi non sanerà certo questa disparità.
Per questo abbiamo presentato emendamenti per garantire un'uguale rappresentanza tra uomini e donne. Ma la maggioranza e il governo della prima donna premier non sono interessatati alla questione. Su questo tema della parità di genere, principio costituzionale, così come su tutti gli altri aspetti della riforma non c'è stata alcuna possibilità di discutere per migliorare il testo. La maggioranza è rimasta quasi muta per tutto il dibattito, mera esecutrice degli ordini del governo. È così che si svilisce il Parlamento". Lo dichiara Laura Boldrini, deputata Pd e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo.
“La discussione generale sulla riforma della giustizia solo oggi ha avuto la partecipazione in Aula della maggioranza con il collega Sergio Costa. In realtà l'idea generale sul provvedimento l'abbiamo appresa in Tv e soprattutto su Twitter e i social. I problemi della giustizia in Italia sono tanti ma non vengono affatto toccati da questa riforma se non per motivi ideologici: la destra in Aula e in commissione è stata afona, ignorando le numerose perplessità sollevate da autorevoli auditi, gli emendamenti delle opposizioni e i rischi che la riforma comporta, da un’eterogenesi dei fini ad un vero e proprio scardinamento dei principi costituzionali di unitarietà del potere giudiziario, separazione ed equilibrio tra i poteri. La separazione delle carriere viene raccontata come panacea per problemi della giustizia italiana che il testo non tocca affatto. Problemi per cui una legge ordinaria sarebbe stata più che sufficiente. Davanti a noi abbiamo, invece, una riforma costituzionale: mi chiedo quale sia lo scopo reale di questa operazione se non la separazione delle magistrature?” Così la deputata dem Rachele Scarpa intervenendo in Aula sulla discussione del ddl costituzionale di riforma della giustizia.
“Nella legge di bilancio l'esecutivo ha tagliato 500 milioni all'intero comparto giustizia e oggi ci presenta il potere salvifico della separazione delle carriere. Il disegno sotteso è quello avere una magistratura indebolita e sempre più asservita all’esecutivo. Qual è quindi l'onestà intellettuale della discussione che facciamo oggi?”, conclude Scarpa.
“La riforma della giustizia ha ben evidenti due aspetti: è inefficace e dannosa. Parlare di discussione in Aula è un eufemismo perché sono solo le opposizioni che stanno provando a dare proposte migliorative così come è avvenuto in Commissione. Nessun emendamento è stato accolto e nessun intervento della maggioranza è stato fatto. Una riforma blindata è un limite enorme”. Così il deputato dem Marco Lacarra intervenendo in Aula sul ddl costituzionale di riforma della giustizia.
“Per non parlare poi del cosiddetto 'sorteggio' per la nomina dei componenti dei moltiplicati organi di autogoverno della magistratura: uno strumento surreale che forse era più utile utilizzare per i componenti del governo!” conclude Lacarra.
“La domanda che tutti noi dovremmo farci è se questa riforma costituzionale è in grado di rispondere ai tanti problemi, alle tante suggestioni che anche oggi sono emerse in quest'Aula. Occorreva una riforma costituzionale, così come ci viene proposta dal ministro Nordio, per risolvere ed affrontare quelli che sono i problemi della giustizia italiana?
La risposta è no e noi questo dobbiamo dirlo con forza; noi abbiamo ascoltato le varie dichiarazioni che sono state fatte dal Ministro Nordio, in cui addirittura si sostiene come la separazione delle carriere sia consustanziale al processo accusatorio e spesso viene tirato in ballo l'articolo 111 della nostra Costituzione, come se in qualche modo fosse prevista dall'articolo 111 appunto la separazione delle carriere. La nostra Costituzione non vieta che ci sia, ma certo è che le parole di Nordio non corrispondono a verità, quando dice che per applicare in pieno la Carta costituzionale abbiamo bisogno della separazione delle carriere.
In particolare, vorrei soffermarmi sull'aspetto che riguarda la sentenza della Corte costituzionale, n. 37 del 2000, dove si sottolinea come nel nostro Paese esista un unico ordine, un unico Consiglio superiore della magistratura e non esista alcun dettame costituzionale che vieti la separazione delle carriere. Ma quello che state facendo voi, in questo provvedimento non è la separazione delle carriere! Voi state separando la magistratura, che è cosa ben diversa.
È per questo che siamo qui e saltiamo sulla sedia rispetto alle cose che stiamo ascoltando, perché, per separare le carriere, diciamocelo una volta per tutte, non sarebbe stata necessaria una riforma costituzionale. Voi lo avreste potuto fare a Costituzione invariata. Avete avuto la necessità di procedere a una riforma costituzionale, perché quello che state facendo è separare in due la magistratura.
Ed ogni corpo, così come ci viene ricordato dai giuristi - così come accade anche in natura - che viene frazionato, ogni organismo unitario che viene separato, determina generalmente un impoverimento”. Lo ha detto la deputata del Pd, Michela Di Biase, intervenendo in aula sul ddl giustizia.
La premier Meloni sostiene di voler andare avanti spedita sulle riforme, tra cui la separazione delle carriere che servirebbe secondo il governo a rafforzare la terzietà del giudice. In realtà quella che chiamano riforma per la separazione delle carriere dei giudici è la separazione delle magistrature. Un intervento mosso da un intento punitivo nei confronti della magistratura che è autonoma e indipendente ed è ispirato dalla tradizionale ossessione ideologica della destra in materia di giustizia. Si stravolgono così le regole stabilite dai padri costituenti e si finisce per trasformare il PM da organo di giustizia a accusatore seriale, un super-poliziotto tutto teso e improntato allo scontro processuale. Chi si è sottratto al confronto è solo il governo che ha blindato il provvedimento così come è uscito dal Consiglio dei ministri e la sua maggioranza che oggi non è nemmeno intervenuta in Aula per difenderlo. La separazione delle carriere di fatto già esiste per gli interventi degli ultimi anni ma il governo vuole solo dividere gli attori della giurisdizione e il Paese perché non accetta che in una democrazia matura la magistratura è autonoma e indipendente e non è invece chiamata a sostenere e realizzare il programma di governo”.
Così Federico Gianassi, capogruppo Pd in Commissione Giustizia alla Camera intervenendo sul ddl costituzionale Giustizia.
“Sulla giustizia c'è il rischio di diventare dei clericali involontariamente corporativi. Ma entrando nel merito la ragione per cui si fanno le riforme sulla giustizia è per facilitare l'emersione della verità a scapito della verosimiglianza. Ma mentre nel processo ci sono le garanzie per tale emersione, non è così nella fase del procedimento, un 'safari' di cui andrebbero prese le misure per evitare che sia composto da marchingegni studiati per sopprimere ciò che si dice”. Lo dice il deputato dem Luciano D'Alfonso in Aula sul ddl costituzionale di riforma della giustizia.
“È necessario – continua il parlamentare Pd - che le indagini durino di meno e che l'udienza filtro aiuti l'emersione della verità. Dieci anni per accertare la verità sono troppi! Serve l’integrazione e l’attraversamento delle carriere, altroché la loro separazione. Cerco un PM che abbia fatto prima l’avvocato, poi il giudice e poi ancora l’accusatore. Così come ricerco un giudice che abbia fatto l’avvocato, il PM e poi il giuscrivente delle sentenze. La complessità della ricerca della verità richiede l’intero della consapevolezza esperienziale come richiamava Calamandrei. La separazione delle carriere non risolve uno di questi problemi ma genera solo la corporativizzazione e la verticalizzazione tra polizia giudiziaria e pubblico ministero”. “Per l'emersione della verità l'obiettivo è l'intero non la parcellizzazione in un pacchetto di propaganda del governo”, conclude D'Alfonso.
“Siamo al 9 gennaio e cinque detenuti si sono già tolti la vita. Il 2024 è stato un anno drammatico per il numero di suicidi in carcere, superando ogni record negativo, ma il 2025 sembra iniziato in maniera peggiore. L’ultimo, drammatico caso è avvenuto ieri sera a Roma, nel carcere di Regina Coeli: un detenuto di 25 anni si è tolto la vita impiccandosi in cella. Il Governo ha perso il controllo della situazione delle carceri italiane: non è più un emergenza ma un bollettino di guerra”. Lo dichiara la deputata del Partito Democratico Michela Di Biase, componente della commissione Giustizia.
“Da mesi i nostri appelli al Governo e al Ministro Nordio cadono nel vuoto. Una situazione inaccettabile di fronte a numeri drammatici – sottolinea Di Biase -. Il sovraffollamento carcerario è oltre ogni limite, come mai prima in Italia. La situazione del carcere di Regina Coeli indica con chiarezza il problema: qui il sovraffollamento tocca quota 186 per cento, a fronte di 566 posti disponibili sono presenti 1051 detenuti. Le celle sono luoghi in cui viene meno la dignità dei detenuti”.
“In questi giorni abbiamo ascoltato l’appello di Papa Francesco per la condizione dei detenuti – aggiunge la deputata - ma quelle parole hanno bisogno di essere raccolte e trasformate in azioni concrete per migliorare la condizione in cui si trovano le carceri del nostro Paese. Mancano le risorse per aumentare il personale sanitario e il sostegno neuropsichiatrico. Mancano educatori e formatori e soprattutto – evidenzia –, mancano interventi per forme alternative di detenzione che potrebbero ridurre il numero di detenuti. Il Governo continua a parlare di aumento della capienza delle carceri – conclude Michela Di Biase – ma il piano carceri è fermo da due anni e i tempi di realizzazione di nuove strutture possono essere decennali e con costi non sostenibili per lo Stato. E’ solo un modo per rinviare la questione”.
"Questa riforma non risponde alla domanda fondamentale dei cittadini: migliorare la giustizia. È, invece, animata da un intento punitivo verso la magistratura e da una visione populista che mina la cultura costituzionale della separazione dei poteri". Così Federico Fornaro, deputato democratico e componente dell'Ufficio di Presidenza del Gruppo PD alla Camera, è intervenuto in Aula durante l'esame della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere.
Fornaro ha denunciato l’obiettivo dichiarato della maggioranza di “indebolire lo Stato di diritto e di colpire l’architettura costituzionale sancita nel 1948”. "La creazione di due CSM e un'Alta Corte rappresenta un modello indiscutibilmente meno forte e meno autorevole rispetto a quello basato su un unico CSM. Questa riforma è un grimaldello per ridurre l'autonomia e l’indipendenza della magistratura, pilastri fondamentali della democrazia". Fornaro ha poi stigmatizzato “l'assenza di una reale cultura costituzionale nella maggioranza. Siamo di fronte a un fatto senza precedenti nella storia repubblicana: il testo della riforma costituzionale, voluto dal governo, sarà approvato dal Parlamento senza alcuna modifica rispetto a quanto deliberato dal Consiglio dei Ministri. È una negazione dello spirito costituzionale, che richiede dialogo, ascolto e confronto con le opposizioni, specie quando si parla di regole che riguardano tutti". Fornaro ha infine ricordato che "la Costituzione non è proprietà della maggioranza di turno, ma patrimonio di tutti i cittadini. Modificarla è possibile, ma richiede un approccio rispettoso e condiviso, non azioni unilaterali che indeboliscono le fondamenta della nostra democrazia”.
«Ho depositato un’interrogazione a mia prima firma al Ministro degli Affari Esteri, sottoscritta anche dai colleghi Enzo Amendola, Giuseppe Provenzano e Fabio Porta, per chiedere al governo di dire una volta per tutte la verità sull’invio di armi dall’Italia a Israele dopo il 7 ottobre 2023.
Diverse ricerche e inchieste giornalistiche, che vengono citate nell’interrogazione, dimostrano che un flusso di materiali d’armamento è proseguito anche nei mesi nei quali l’esercito israeliano ha scatenato a Gaza un massacro di civili senza precedenti: sono ben oltre 45mila le persone uccise, per la maggior parte donne e minori.
Dal 1990 l’Italia si è dotata di una legge, la 185, che vieta la vendita, la concessione di licenze, il trasporto e perfino il passaggio nei porti o sul territorio nazionale di armi, munizioni e strumenti bellici verso paesi che violano le convenzioni internazionali sui diritti umani.
Sia la Corte Penale Internazionale sia la Corte Internazionale di Giustizia hanno accertato che, con i bombardamenti indiscriminati e con il blocco di aiuti umanitari, il governo di Israele sta violando le convenzioni internazionali in materia di diritti umani. Quindi, secondo la legge 185, dall’Italia non possono essere inviate armi e loro componenti verso Israele.
Ma le inchieste citate nell’interrogazione dicono che invece proprio questo sta avvenendo, e che vengono perfino vendute armi cosiddette “a uso civile”, classificazione bizzarra e sconosciuta alla legislazione italiana, vendute ai coloni degli insediamenti illegali per essere usate contro le famiglie palestinesi.
Il governo risponda e dica la verità. Noi ci auguriamo di essere smentiti: sarebbe di una gravità inaudita scoprire che il governo italiano sta collaborando al massacro di decine di migliaia di persone innocenti, violando la legge nazionale e il diritto internazionale».
Lo dichiara in una nota Laura Boldrini, deputata PD e presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo.
“È sui giornali e sotto gli occhi di tutti che il processo penale telematico nei tribunali italiani non funziona. E’ un vero e proprio flop del governo, che di fronte alle nostre preoccupazioni dei mesi scorsi ha fatto orecchie da mercante”. Lo dichiara il capocapogruppo PD in commissione giustizia di Montecitorio, Federico Gianassi, che aggiunge: “Presenteremo una interrogazione parlamentare al ministro Nordio che dovrebbe spiegare come mai il governo non ha fatto nulla dopo mesi di allarmi lanciati da magistrati e avvocati e quando a tutti era noto che con l’inizio del 2025 il processo telematico sarebbe stato esteso. Il governo gestisce la giustizia con la clava ideologica ma dimentica di occuparsi del suo funzionamento”.