“Il Dfp 2026 è la resa di un governo che ha smarrito la realtà, rifugiandosi in tecnicismi per nascondere un vuoto di visione”.
Così la deputata dem, Francesca Viggiano, intervenendo in Aula nella discussione generale sul Dfp.
“I tagli di quattro miliardi a Transizione 5.0 e i costi energetici fuori controllo - aggiunge - condannano le Pmi alla marginalità. Sul sociale il quadro è drammatico: il programma Gol è una scatola vuota che ignora la povertà lavorativa e l’inflazione. State dimenticando giovani e donne, trasformando il welfare in un lusso per pochi eletti. Non accetteremo che il futuro dell’Italia sia sacrificato a una ragioneria senza anima. Questo non è un piano di crescita, ma un rinvio che esclude i fragili e smantella le filiere. Il PD si opporrà a questa Italia a due velocità per restituire centralità al lavoro vero. È tempo - conclude - di investire sul capitale umano, non di gestire il Paese come un liquidatore”.
Non possiamo aspettarci molto dal viaggio della Meloni che vuole soprattutto allontanarsi dai problemi del paese. La situazione è preoccupante e ieri lo ha spiegato bene il ministro Giorgetti. Dopo una timida e tardiva presa di distanza, Meloni non dice fino in fondo la verità e cioè che la guerra Illegale scatenata da Trump e Nethaniau ha provocando problemi enormi anche ai cittadini italiani e la risposta è stata ben diversa da quella di altri paesi che hanno fatto scelte impegnative e straordinarie come la Spagna. Il governo, senza strategia, è intervenuto una prima volta per una necessità elettorale, poi con misure tampone che entrano in contraddizione con altre scelte come i tagli al Pnrr e a Transizione 5.0. In tutto questo ISTAT e Bankitalia segnalano una pressione fiscale senza precedenti e il mancato rientro dalla procedura d’infrazione che ci porterà anche quest’anno a una manovra di bilancio senza respiro. Servirebbe che il governo si occupasse davvero di questi problemi per fronteggiare una crisi che rischia di essere peggiore di quella del COVID e ricadere interamente su famiglie e imprese. E servirebbe un’alleanza europea che invece il nostro governo ha sempre contrastato stando dalla parte di chi minaccia l’Europa, da Trump a Orban.
Lo ha detto a Sky Chiara Braga, Capogruppo PD alla Camera dei Deputati.
“La Transizione 5.0, misura fondamentale per il rilancio dell'industria italiana, sta diventando una barzelletta con il ministro Urso. I fondi stanziati e poi diminuiti, sono esauriti a novembre 2025 creando oltre 7000 imprese 'esodate'. Tutte le promesse di ripristino delle risorse non sono state mantenute e il nuovo decreto 38/2026 ha coperto solo il 35% del fabbisogno delle 7000 imprese. Oggi il ministro annuncia lo stanziamento di 1,5 miliardi per coprire quello che manca. Ma la domanda resta: quali sono le coperture se il ministro Foti parla di 'sacrifici' senza dire chi li farà e il viceministro Leo dichiara che sono solo delle previsioni di gettito?” Lo dichiara la deputata PD, Paola De Micheli durante il Question Time alla Camera con il ministro Urso.
“Il ministro Urso non sta facendo un favore alle imprese, il suo è un dovere istituzionale. La promessa di rilancio della transizione industriale sbandierata oggi, non diventi l'ennesima prova mancata e fallimento annunciato”, conclude De Micheli.
“Il ministro Urso parla di oltre 20 miliardi stanziati per la transizione energetica e, ovviamente, lo fa in miniera fuorviante mentre non risponde sul destino delle imprese che hanno investito sulla base di regole precise e di promesse fatte dal governo che non sono state rispettate. Quelle imprese non stanno ricevendo quanto è stato loro pattuito”. Lo dichiara il deputato PD e Vicepresidente della Commissione Attività produttive, Vinicio Peluffo in replica al ministro Urso durante il Question Time alla Camera.
“Il problema – sottolinea il parlamentare dem - non sono le somme marginali rifinanziate oggi ma il fatto che Transizione 5.0 è stata adottata con con risorse pari a 6,3 miliardi all'inizio, che sono diventate 2,5 con la chiusura anticipata delle prenotazioni d'affido delle imprese. Mentre ci sono nuove promesse, che non si sa come saranno finanziate, migliaia di imprese si trovano con un sostegno parziale rispetto a quanto avevano programmato durante l'investimento. L'instabilità regna sovrana tra ritardi attuativi e nuovi provvedimenti, che con regole complesse, non danno alcuna certezza per le imprese”. “La Transizione 5.0, misura che doveva essere il pilastro della transizione industriale, ora non ha alcuna fondamenta stabile. Urso continua a cambiare le regole a partita in corso, per poi rattoppare gli errori e le mancanze che hanno segnato il suo dicastero e presentarsi in Aula annunciando coperture indefinite. Questo non è governo dell'economia ma gestione del caos”, conclude Peluffo.
"Il commissario Hoekstra ha riconfermato il Green deal, dopo che alcuni esponenti della maggioranza hanno chiesto un ritorno indietro su questo stesso Piano e sull'Ets, proprio quando il governo, in un contesto di massima crisi energetica, taglia i fondi di Transizione 5.0 dedicati alla installazione di impianti rinnovabili per le imprese. Il Commissario quindi ha di fatto sconfessato la maggioranza, sostenendo che non solo dobbiamo andare avanti su quella scelta, ma dobbiamo trovare il modo di poter sostenere, anche attraverso un mercato europeo unico dell'energia, tutti i vari settori, considerando il cambiamento climatico e la scelta ormai ineludibile delle energie rinnovabili. Anche sull'Ets, come ha ribadito Hoekstra, l'80% delle risorse rimangono agli Stati membri e questo potrebbe essere il modo per aiutare le imprese nella riconversione e verso scelte energetiche che portino un beneficio sia dal punto di vista climatico che economico, mentre in Italia solo il 9% dei proventi derivanti dalle aste sono stati utilizzati per il contrasto ai cambiamenti climatici. L'utilizzo dei fossili non va in questa direzione e quindi dobbiamo assolutamente trovare forme diverse anche ai fini dell’autonomia strategica. La maggioranza deve adeguarsi a quanto chiesto a gran voce non solo dall'opposizione, ma soprattutto dall'Europa". Lo dichiarano in una nota congiunta i parlamentari della commissione Ambiente di Camera e Senato, Marco Simiani e Michele Fina, a margine dell'audizione del Commissario europeo per il clima, l’azzeramento delle emissioni nette e una crescita pulita, Wopke Hoekstra.
"Domani durante il Question time interrogheremo il ministro Urso sul fallimento del piano Transizione 5.0, denunciando il tradimento del governo verso oltre 7.000 imprese rimaste senza le risorse promesse. Con un costo dell’energia che in Italia resta strutturalmente superiore ai partner UE e il taglio drastico al 35% del credito d'imposta per gli esodati del provvedimento, l'esecutivo Meloni frena la decarbonizzazione e affossa la competitività del Made in Italy, minando la credibilità della politica industriale in un Paese che già registra tre anni consecutivi di calo della produzione manifatturiera. Chiediamo il ripristino integrale dei fondi e lo sblocco immediato degli investimenti nelle rinnovabili, unici strumenti reali per abbattere le bollette industriali e rispettare gli obiettivi del PNIEC”.
Così in una nota il Gruppo dei deputati del Partito democratico.
“Il Governo promette, ma poi in corso d’opera si rimangia la parola. Nel frattempo gli imprenditori hanno investito, si sono indebitati e oggi pagano il prezzo di scelte incerte e incoerenti: è il minimo che si arrabbino”. così Toni Ricciardi, Vicepresidente del Gruppo PD alla Camera commenta le critiche che Confindustria sta facendo al governo per aver cambiato le regole in corsa su Transizione 5.0.
“Da quattro anni – prosegue Ricciardi - denunciamo come il Governo guidato da Giorgia Meloni non si stia occupando dell’economia reale, della vita concreta delle persone e delle difficoltà quotidiane di famiglie e imprese. Oggi ci troviamo alla vigilia di una crisi energetica probabilmente senza precedenti, con scenari che richiederebbero interventi immediati, seri e condivisi. In questo contesto, stupisce e preoccupa che la priorità dell’esecutivo sia la legge elettorale. Il Paese ha bisogno di risposte su lavoro, energia e crescita, non di operazioni politiche che appaiono distanti dai problemi reali degli italiani peraltro costruite contro le opposizioni”.
"Le modifiche del governo Meloni al Decreto fiscale su Transizione 5.0 rappresentano un segnale gravissimo: intervenire in modo retroattivo su investimenti già effettuati significa minare la certezza del diritto e rompere il patto di fiducia tra imprese e istituzioni. Non solo il governo non dà risposte concrete alla crisi di alcuni settori manifatturieri, ma continua a cambiare le regole a partita in corso, scaricando sulle aziende il costo dell’incertezza". Lo dichiara la vicepresidente vicaria dei deputati Pd Simona Bonafè.
"A questo - conclude Bonafè - si aggiunge l’interpretazione restrittiva dell’Agenzia delle Entrate sul credito d’imposta per ricerca e sviluppo, che ha già colpito duramente molte imprese, soprattutto piccole e medie. Così si aggrava una crisi profonda e strutturale: servono invece regole chiare, stabili e non retroattive per sostenere investimenti in innovazione, sostenibilità e digitalizzazione e difendere la competitività del Made in Italy
“Il taglio retroattivo al credito d’imposta Transizione 5.0 rappresenta un grave danno per le imprese italiane che avevano programmato investimenti sulla base di impegni assunti dal Governo solo pochi mesi fa. Ridurre a un terzo le risorse promesse mina la competitività del nostro sistema produttivo in un momento già estremamente complesso. Colpisce moltissimo la Lombardia, dove si concentra una parte decisiva degli investimenti in innovazione e transizione energetica. Qui il definanziamento scelto dal Governo rischia di produrre un contraccolpo ancora più pesante, mettendo a rischio piani aziendali, occupazione e competitività. Ancora una volta la destra dimostra di non avere una strategia industriale e di modificare le regole solo per coprire le proprie criticità di bilancio. Il Partito Democratico lavorerà in Parlamento affinché vengano immediatamente ripristinate le risorse tagliate”.
Così la deputata Silvia Roggiani, dell’Ufficio di Presidenza del Partito Democratico alla Camera.
'Scelta miope che colpisce investimenti, innovazione e competitività. PMI e filiere strategiche le più penalizzate'.
"Con il decreto fiscale il governo compie un errore grave e strategico: riduce il credito d'imposta legato a Transizione 5.0 proprio nel momento in cui le imprese italiane avrebbero più bisogno di certezze e di strumenti forti per investire in innovazione, digitalizzazione ed efficienza energetica". Lo dichiara Vinicio Peluffo, deputato del Pd e vicepresidente della commissione Attività produttive.
"Transizione 5.0 - sottolinea l’esponente dem - non è una misura qualsiasi: è il principale strumento per accompagnare le imprese nella doppia transizione, digitale ed energetica, rafforzando la competitività del nostro sistema industriale rispetto ai Paesi europei, che invece stanno investendo con maggiore decisione su politiche industriali attive. Tagliare queste risorse significa colpire soprattutto le PMI, che hanno meno capacità finanziaria per sostenere autonomamente gli investimenti, e indebolire le filiere strategiche rallentando gli obiettivi di decarbonizzazione”.
"Non siamo i soli a dirlo: Confindustria denuncia che questa scelta mina profondamente la fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni, tradisce le rassicurazioni date a novembre dai ministri Giorgetti, Foti e Urso sulle cosiddette imprese 'esodate' del 5.0, e chiede al governo di ripristinare gli impegni presi prima di procedere a qualsiasi nuova misura. Siamo della stessa opinione. Il governo faccia un passo indietro e ripristini integralmente il credito d'imposta Transizione 5.0: l'Italia non può permettersi di rallentare proprio adesso, quando in gioco c'è la nostra capacità di competere, innovare e creare lavoro di qualità", conclude Peluffo.
“Dal governo Meloni non c'è nessuna azione concreta per difendere il Made in Italy nel mondo e per rilanciare la competitività delle imprese italiane. A tre anni dall'istituzione del ministero delle Imprese e Made in Italy, si vedono solo gli effetti negativi dell'operato del ministro Urso. La produzione industriale è calata quasi del 4%, il costo dell'energia è più alto del 30% rispetto ai competitors europei. Il governo ha tagliato il fondo per l'auotmotive e dimezzato le risorse per Transizione 5.0 che ancora continua a faticare tra incertezze burocratiche. Per non parlare poi del ddl Made in Italy che è una serie di mancette senza strategia e con la promessa di un fondo che non è ancora operativo”. Lo dichiara il deputato PD, Christian Diego Di Sanzo durante il Question Time alla Camera con il ministro Urso.
“Mentre assistiamo al disastro delle politiche industriali, il governo svende alcuni marchi storici italiani come Bialetti e Iveco che passano alla Cina e all'India con un aumento del 5% del fatturato nazionale in mano al controllo di imprese estere. Un vero fallimento”, conclude Di Sanzo.
“Dei tanti numeri dati dal ministro Urso si è dimenticato di quelli principali: è l'Istat che ci dice che la produzione industriale è crollata da quando si è instaurato il governo Meloni del 2,1% nel 2023, del 3,5% nel 2024 e della stagnazione che emerge dai dati parziali del 2025. La perdita della capacità produttiva non è congiunturale ma strutturale con i costi dell'energia più alti di tutta l'Europa, debolezza degli investimenti, incertezza regolatoria e assenza di politiche industriali”. Lo dichiara il deputato PD e vicepresidente della Commissione Attività produttive, Vinicio Peluffo in replica al ministro Urso durante il Question Time alla Camera.
“La realtà – sottolinea il parlamentare dem - mette in luce solo i grandi errori del ministro Urso: Transizione 5.0 è un fallimento di ritardi e di risorse non utilizzate; la legge sul Made in Italy ridotta a somma di contributi a pioggia inefficaci e con l’illusione di un fondo sovrano senza risorse; l'industria dell'acciaio è in crisi, così come la chimica di base, il tessile e l'automotive. Che fine ha fatto la promessa di produrre 1 milione di autovetture all'anno e di un secondo produttore? Nulla è accaduto se non il taglio dei fondi per l'automotive che aveva ereditato dal precedente governo”. “Non c'è nessuna politica industriale da parte del governo ma solo una somma di annunci, ritardi e retromarce”, conclude Peluffo.
“Il Partito Democratico sostiene con convinzione gli obiettivi della transizione digitale ed ecologica e gli investimenti avviati grazie al Pnrr, ma oggi le imprese si trovano davanti a risorse scarse e incerte”, afferma Alberto Pandolfo, deputato e capogruppo Pd in commissione Attività produttive. “I fondi inizialmente previsti, circa 6 miliardi, sono stati pesantemente rimodulati dal governo e ridotti a poco più di 2 miliardi, generando un’incertezza profonda che blocca gli investimenti e rallenta il raggiungimento degli obiettivi”.
“Questa instabilità – prosegue l’esponente dem - ha messo l’Italia in difficoltà rispetto ad altri Paesi europei. Mentre Stati come la Spagna hanno garantito continuità e chiarezza agli operatori, consentendo di programmare gli investimenti, in Italia prevale una logica di stop and go che penalizza competitività e sviluppo. Sul tema dei territori, avevamo proposto meccanismi di premialità e accompagnamento, per evitare che le aree più disponibili a ospitare gli impianti pagassero anche per quelle che restano indietro. Così invece si aumentano le diseguaglianze”.
“Il problema di fondo – conclude Pandolfo - è che oggi non si comprende la direzione della politica industriale del governo Meloni”. La continua rimodulazione di strumenti e incentivi non chiarisce quale traiettoria si voglia seguire su transizione digitale, transizione ecologica e rinnovabili. Noi restiamo convinti degli obiettivi, ma non delle modalità: servono certezze, equità territoriale e una strategia chiara per accompagnare imprese e Paese verso il futuro”.
«Il Governo ha approvato un decreto forte nel titolo ma debolissimo nei contenuti e ha messo l’ennesima fiducia per fuggire da un confronto sul merito», ha dichiarato Andrea Gnassi intervenendo in Aula sul voto di fiducia al decreto Transizione 5.0.
«Manca totalmente una visione di politica industriale e una strategia energetica nazionale. La transizione viene ridotta a un elenco disorganico di crediti d’imposta,ha detto Gnassi, ricordando che «in tre anni di Governo sono aumentati i prezzi dell’energia, le bollette per famiglie e imprese e l’incertezza normativa apre scenari per speculazioni e ferite al paesaggio italiano». Gnassi ha denunciato «il taglio alle risorse del PNRR e alle comunità energetiche rinnovabili, definanziate del 64 per cento», sottolineando che «il Governo ha smontato la principale misura industriale del PNRR sulla transizione energetica, tagliandola di quasi 4 miliardi di euro e lasciando oggi le imprese in lista d’attesa». Si devono produrre 80 gigawatt da fonti rinnovabili. Per noi questo è un obiettivo inderogabile. Le rinnovabili sono leva per cambiare il paradigma industriale della produzione di beni e servizi. Ma il governo non fa nulla sull assalto speculativo ai territori più fragili dove mega impianti possono devastare per sempre paesaggi, bellezza, borghi. È proprio l’art 9 della costituzione che tutela il paesaggio. Vanno coinvolti enti locali, territori regioni nella pianificazione di aree realmente vocate. I grandi impianti vanno fatti dove conviene all Italia , non a grandi fondi che investono come se le rinnovabili fossero prodotti finanziari. Oggi, ci sono tecnologie, istituti di ricerca autorevoli che individuano con dati certi aree e spazi. 14 milioni sono gli edifici elevati dopo gli anni 60, su cui mettere pannelli. Strutture pubbliche, parcheggi, aree oggetto di bonifica, cave, miniere dismesse, green belt cioè aree attigue a strade e autostrade e infrastrutture varie (dove ricade benzene e PM 10) sommano 800mila e di ettari di aree utilizzabili localizzabili, circa 10.000 KM2. Si può partire domani mattina con le rinnovabili senza devastare il paesaggio .
Con l’aggiunta poi che avete fatto di Transizione 5.0 un imbuto burocratico che blocca gli investimenti e alimenta la sfiducia delle imprese che vogliono innovare », ha concluso Gnassi. «Per queste ragioni il Partito Democratico ha votato contro questo provvedimento».
“Il decreto sulla Transizione 5.0 arriva alla Camera con tempi inaccettabili e conferma tutte le divisioni interne a un Governo privo di una linea politica chiara. Quella che doveva essere una svolta per il futuro energetico e industriale del Paese si è trasformata in un caos amministrativo che sta paralizzando le imprese, tra piattaforme bloccate, fondi esauriti e regole cambiate in corsa.
Questa non è politica industriale ma improvvisazione, con continui annunci smentiti dai fatti e promesse non mantenute. Dopo oltre tre anni di Governo Meloni il costo dell’energia è aumentato, l’incertezza normativa è cresciuta e realizzare impianti da fonti rinnovabili è diventato più difficile. Il decreto è ambizioso nel titolo ma debole nei contenuti, contraddittorio sul rapporto con i territori e incapace di dare risposte strutturali su comunità energetiche e aree idonee. All’Italia serve una transizione reale, coerente e credibile”. Lo ha detto in Aula Marco Simiani, capogruppo Pd in Commissione Ambiente della Camera, dichiarando il voto contrario del Pd al dl Transizione 5.0.
Pagine
- 1
- 2
- 3
- seguente ›
- ultima »