“Il Partito Democratico sostiene con convinzione gli obiettivi della transizione digitale ed ecologica e gli investimenti avviati grazie al Pnrr, ma oggi le imprese si trovano davanti a risorse scarse e incerte”, afferma Alberto Pandolfo, deputato e capogruppo Pd in commissione Attività produttive. “I fondi inizialmente previsti, circa 6 miliardi, sono stati pesantemente rimodulati dal governo e ridotti a poco più di 2 miliardi, generando un’incertezza profonda che blocca gli investimenti e rallenta il raggiungimento degli obiettivi”.
“Questa instabilità – prosegue l’esponente dem - ha messo l’Italia in difficoltà rispetto ad altri Paesi europei. Mentre Stati come la Spagna hanno garantito continuità e chiarezza agli operatori, consentendo di programmare gli investimenti, in Italia prevale una logica di stop and go che penalizza competitività e sviluppo. Sul tema dei territori, avevamo proposto meccanismi di premialità e accompagnamento, per evitare che le aree più disponibili a ospitare gli impianti pagassero anche per quelle che restano indietro. Così invece si aumentano le diseguaglianze”.
“Il problema di fondo – conclude Pandolfo - è che oggi non si comprende la direzione della politica industriale del governo Meloni”. La continua rimodulazione di strumenti e incentivi non chiarisce quale traiettoria si voglia seguire su transizione digitale, transizione ecologica e rinnovabili. Noi restiamo convinti degli obiettivi, ma non delle modalità: servono certezze, equità territoriale e una strategia chiara per accompagnare imprese e Paese verso il futuro”.
«Il Governo ha approvato un decreto forte nel titolo ma debolissimo nei contenuti e ha messo l’ennesima fiducia per fuggire da un confronto sul merito», ha dichiarato Andrea Gnassi intervenendo in Aula sul voto di fiducia al decreto Transizione 5.0.
«Manca totalmente una visione di politica industriale e una strategia energetica nazionale. La transizione viene ridotta a un elenco disorganico di crediti d’imposta,ha detto Gnassi, ricordando che «in tre anni di Governo sono aumentati i prezzi dell’energia, le bollette per famiglie e imprese e l’incertezza normativa apre scenari per speculazioni e ferite al paesaggio italiano». Gnassi ha denunciato «il taglio alle risorse del PNRR e alle comunità energetiche rinnovabili, definanziate del 64 per cento», sottolineando che «il Governo ha smontato la principale misura industriale del PNRR sulla transizione energetica, tagliandola di quasi 4 miliardi di euro e lasciando oggi le imprese in lista d’attesa». Si devono produrre 80 gigawatt da fonti rinnovabili. Per noi questo è un obiettivo inderogabile. Le rinnovabili sono leva per cambiare il paradigma industriale della produzione di beni e servizi. Ma il governo non fa nulla sull assalto speculativo ai territori più fragili dove mega impianti possono devastare per sempre paesaggi, bellezza, borghi. È proprio l’art 9 della costituzione che tutela il paesaggio. Vanno coinvolti enti locali, territori regioni nella pianificazione di aree realmente vocate. I grandi impianti vanno fatti dove conviene all Italia , non a grandi fondi che investono come se le rinnovabili fossero prodotti finanziari. Oggi, ci sono tecnologie, istituti di ricerca autorevoli che individuano con dati certi aree e spazi. 14 milioni sono gli edifici elevati dopo gli anni 60, su cui mettere pannelli. Strutture pubbliche, parcheggi, aree oggetto di bonifica, cave, miniere dismesse, green belt cioè aree attigue a strade e autostrade e infrastrutture varie (dove ricade benzene e PM 10) sommano 800mila e di ettari di aree utilizzabili localizzabili, circa 10.000 KM2. Si può partire domani mattina con le rinnovabili senza devastare il paesaggio .
Con l’aggiunta poi che avete fatto di Transizione 5.0 un imbuto burocratico che blocca gli investimenti e alimenta la sfiducia delle imprese che vogliono innovare », ha concluso Gnassi. «Per queste ragioni il Partito Democratico ha votato contro questo provvedimento».
“Il decreto sulla Transizione 5.0 arriva alla Camera con tempi inaccettabili e conferma tutte le divisioni interne a un Governo privo di una linea politica chiara. Quella che doveva essere una svolta per il futuro energetico e industriale del Paese si è trasformata in un caos amministrativo che sta paralizzando le imprese, tra piattaforme bloccate, fondi esauriti e regole cambiate in corsa.
Questa non è politica industriale ma improvvisazione, con continui annunci smentiti dai fatti e promesse non mantenute. Dopo oltre tre anni di Governo Meloni il costo dell’energia è aumentato, l’incertezza normativa è cresciuta e realizzare impianti da fonti rinnovabili è diventato più difficile. Il decreto è ambizioso nel titolo ma debole nei contenuti, contraddittorio sul rapporto con i territori e incapace di dare risposte strutturali su comunità energetiche e aree idonee. All’Italia serve una transizione reale, coerente e credibile”. Lo ha detto in Aula Marco Simiani, capogruppo Pd in Commissione Ambiente della Camera, dichiarando il voto contrario del Pd al dl Transizione 5.0.
“Denunciamo l’allarme contenuto nel Rapporto Confindustria sulla tenuta del sistema produttivo italiano. Il documento fotografa con chiarezza una realtà che denunciamo da tempo: la manifattura italiana ha grandi potenzialità, ma continua a essere frenata da fragilità strutturali e da una totale assenza di visione da parte del governo”. Così i deputati dem Alberto Pandolfo, capogruppo in commissione Attività produttive e Vinicio Peluffo, vicepresidente della stessa commissione.
Secondo gli esponenti Pd, “produttività stagnante, investimenti insufficienti, ritardi nella transizione energetica e digitale” compongono un quadro particolarmente preoccupante. Un elemento, evidenziano, emerge con forza: “le imprese italiane continuano a pagare l’energia più cara d’Europa, con un differenziale di costo che penalizza manifattura, distretti energivori e filiere ad alta intensità produttiva”. Nonostante il riassestamento dei mercati europei, spiegano, “per molte realtà industriali il prezzo dell’energia resta più alto rispetto ai competitor tedeschi e francesi, comprimendo margini, competitività e capacità d’investimento”. A ciò si aggiungono, “non solo i salari italiani, tra i più bassi in Europa in termini reali, che non crescono da oltre un decennio, con rischi per domanda interna, qualità del lavoro e capacità delle imprese di attrarre competenze ma anche l’esaurimento delle misure Transizione 4.0 e 5.0 e la gestione improvvisata degli incentivi, che ha messo in difficoltà migliaia di imprese, soprattutto PMI”.
“Il Paese – concludono Pandolfo e Peluffo - non può andare avanti a colpi di annunci e stop improvvisi. Servono stabilità, programmazione e strumenti efficaci per sostenere innovazione, filiere strategiche ed energia competitiva. E’ in questo momento di difficoltà che il governo deve assumersi la responsabilità di una politica industriale all’altezza delle sfide globali. Senza una strategia seria, a pagare rischiano di essere i lavoratori, distretti e intere filiere del Made in Italy”.
“Di fallimento in fallimento il governo Meloni non ne azzecca una. Oggi è il caso della misura Transizione 5.0, dove l’esecutivo prima taglia 3,8 miliardi dei 6,3 previsti nel Pnrr e poi esaurisce le poche risorse rimaste a disposizione in pochi giorni dal varo. Le imprese che volevano accedere alla misura sono dunque costrette ad aggiungersi ad una lista d’attesa, sapendo già che il loro turno non arriverà mai”. Lo dichiara il deputato Pd e vicepresidente della Commissione Attività produttive, Vinicio Peluffo.
“Insomma l’ennesima promessa non mantenuta - sottolinea l’esponente dem – perché mentre mancano le risorse per la misura, nel frattempo le ‘mance’ a fini elettorali si sprecano nelle regioni coinvolte nelle prossime elezioni amministrative. Se i termini per la Transizione 5.0 non saranno prorogati e le risorse ripristinate, il governo non potrà fare da scaricabarile della nuova disfatta sul Pnnr: la colpa e le responsabilità sono solo di Meloni e Urso”, conclude Peluffo.
“A pochi giorni dall’avvio, la misura Transizione 5.0 è già ferma. Il Ministero delle Imprese ha comunicato l’esaurimento delle risorse (appena 2,5 miliardi), dopo che il Governo ne aveva tagliati 3,8 rispetto ai 6,3 inizialmente previsti nel PNRR. Una scelta politica che ha svuotato il principale strumento per accompagnare la doppia transizione digitale ed ecologica del nostro sistema produttivo”. Così si legge nell’interrogazione dei deputati Pd Pandolfo - primo firmatario - Ghio, Simiani, De Micheli, Di Sanzo, Gnassi, Peluffo, Curti e Vaccari al ministro Urso sulla Transizione 5.0.
“Tutte le aziende che volevano farne richiesta – sottolineano i parlamentari dem - possono solo entrare in una lista d’attesa e ricevere una ‘ricevuta di indisponibilità delle risorse’. Il portale GSE è stato chiuso senza alcuna indicazione sui tempi di riapertura, lasciando centinaia di imprese nel limbo”. “Siamo davanti all’ennesimo fallimento del governo Meloni, che se non vuole perdere definitivamente la faccia dovrà necessariamente salvaguardare le imprese già operative, prorogando i termini. A poche settimane dalla scadenza, non si possono lasciare le imprese senza risposte”, concludono i deputati Pd.
“Il ministro Urso dice di essere 'alla ricerca di risorse nuove', peccato che quelle vecchie, gli oltre 6 miliardi destinati a Transizione 5.0, le abbia già fatte sparire. È paradossale: la principale misura industriale del PNRR è stata smontata pezzo per pezzo da questo Governo, che ha tagliato quasi 4 miliardi di euro e ora lascia le imprese in lista d’attesa, con una semplice 'ricevuta di indisponibilità delle risorse'. Altro che successo: è un fallimento annunciato”. Lo dichiara Ubaldo Pagano, deputato del Partito Democratico e capogruppo dem in Commissione Bilancio alla Camera.
“Hanno trasformato Transizione 5.0 - sottolinea il parlamentare - in un imbuto burocratico che blocca gli investimenti e alimenta la sfiducia del sistema produttivo. È l’ennesima dimostrazione dell’improvvisazione del Governo Meloni sul fronte delle politiche industriali. Invece di accompagnare la transizione energetica e digitale delle imprese, stanno mettendo in ginocchio chi vuole innovare, produrre e creare lavoro. Le imprese non chiedono nuove scuse, ma serietà, programmazione e regole chiare. Dalla siderurgia all’automotive, dal manifatturiero alla transizione verde, il bilancio dell’esecutivo è disastroso. Il ministro Urso si riempie la bocca di parole come 'reindustrializzazione' e 'rilancio', ma dietro gli annunci non c’è alcuna strategia, solo ritardi, tagli e propaganda”.
“La verità – conclude Pagano – è che questo Governo non ha una politica industriale: ha solo un elenco di fallimenti. E senza una visione vera, la prossima transizione rischia di essere quella dal futuro al passato”.
“È inaccettabile che a fine anno le imprese italiane si ritrovino ancora una volta senza certezze, con i fondi per la Transizione 4.0 ormai esauriti e quelli per la Transizione 5.0 già svaniti nel nulla. Il governo e il ministro Urso devono assumersi la responsabilità di una gestione caotica e contraddittoria che sta mettendo in ginocchio il sistema produttivo nazionale.” Lo dichiara Alberto Pandolfo, capogruppo Pd in commissione attività produttive della Camera. Dopo aver tagliato e ridefinito in corsa il piano Transizione 5.0, creando confusione e incertezza tra migliaia di imprese che avevano già pianificato gli investimenti, ora si scopre che anche la misura precedente, la 4.0, è a secco. Il risultato è un deserto di strumenti per l’innovazione, mentre gli altri Paesi europei accelerano sugli incentivi industriali e sulla competitività. Urso aveva promesso una politica industriale stabile e di lungo periodo, ma siamo di fronte all’ennesimo stop and go, senza una visione e senza un piano credibile. Così si spaventano le imprese, si bloccano gli investimenti e si compromette la modernizzazione del Paese. “Il governo chiarisca subito dove sono finiti i fondi, con quali tempi e modalità intende riattivare le misure, e soprattutto garantisca continuità e trasparenza. Il sistema produttivo non può più subire i danni dell’improvvisazione e delle promesse non mantenute.”
“A meno di due mesi dalla scadenza della misura finanziata nell’ambito del Pnrr, Transizione 5.0, le risorse pari a soli 2,5 miliardi di euro, risultano completamente assorbite dalle comunicazioni presentate dalle imprese. La dotazione iniziale del piano, 6,3 miliardi di euro è stata tagliata di 3,8 miliardi dal governo e ora le aziende che presenteranno domanda finiranno in una lista d’attesa, ricevendo solo una 'ricevuta di indisponibilità delle risorse'. È evidente che la chiusura anticipata non è dovuta a un 'successo' della misura, bensì a una rimodulazione politica del Governo, un vero fallimento operativo della misura, un grave errore politico e strategico dell'esecutivo che crea un danno reputazionale e operativo per il Paese e per il sistema produttivo”. Così si legge nell'interrogazione presentata dai deputati Pd Pandolfo – primo firmatario - Ghio, Simiani, De Micheli, Di sanzo, Gnassi, Peluffo e Curti al ministro Urso sulla Transizione 5.0.
“Come Pd riteniamo inaccettabile che la principale misura industriale del PNRR sia stata trasformata in un imbuto burocratico che genera sfiducia e blocca gli investimenti. Chiediamo se il Governo intenda garantire che le imprese già prenotate non perdano il diritto all’incentivo e quali siano i criteri di priorità per la gestione della lista d’attesa”, concludono i parlamentari dem.
“La dinamica economica del Paese sta rallentando e la produzione industriale nel 2024 è diminuita del 3,5 per cento rispetto all’anno precedente. La manovra del governo Meloni non contiene misure per la crescita: la politica industriale di questo esecutivo è pari a zero”. Così il deputato dem Vinicio Peluffo, vicepresidente della commissione Attività produttive.
“Programmi come Transizione 5.0 – evidenzia l’esponente dem - si sono rivelati un flop totale, mentre intere filiere strategiche, automotive, moda, tessile, acciaio, chimica di base, sono in crisi. Servono interventi mirati e politiche industriali coerenti con quelle europee, a partire da un fondo per accompagnare la doppia transizione ecologica e digitale e un fondo specifico per l’automotive, tagliato del 75 per cento nell’ultima legge di bilancio. In Italia i costi energetici sono tra i più alti d’Europa. Occorre intervenire subito sul meccanismo di formazione del prezzo dell’elettricità, sganciandolo dal gas e investendo di più sulle rinnovabili, anche semplificando le procedure e incentivando i contratti a lungo termine. Solo così si potrà abbassare la bolletta e restituire competitività alle imprese”.
“Infine – conclude Peluffo – i dazi imposti dagli Stati Uniti rischiano di colpire duramente il nostro export, uno dei motori dell’economia italiana. Mentre altri Paesi europei hanno già agito, il governo Meloni è rimasto fermo e in testa indossa sempre il cappellino ‘Make America Great Again’ e fa gli interessi di Trump, non quelli del nostro Paese”.
“Il quadro economico e sociale del Paese è molto preoccupante: abbiamo un Pil quasi fermo, un’inflazione che continua a mordere i redditi e una pressione fiscale che cresce, mentre la spesa per sanità e istruzione è ai minimi storici. Eppure, invece di affrontare queste emergenze, il governo concentra il dibattito della legge di bilancio su temi come la rottamazione delle cartelle esattoriali. È semplicemente lunare”. Lo dichiara Maria Cecilia Guerra, deputata e responsabile nazionale Lavoro del Partito Democratico, in un’intervista diffusa sui canali social dei deputati dem.
Secondo l’esponente Pd, “la vera priorità deve essere restituire il fiscal drag, perché milioni di cittadini, in particolare il ceto medio, hanno visto erodere il proprio reddito dall’inflazione senza alcun intervento di compensazione. È un atto di giustizia sociale che va fatto in modo sistematico”.
Al centro delle proposte dei dem ci sono la difesa dei salari – “a partire dal salario minimo” – e il rilancio del Servizio sanitario nazionale: “Non è solo un problema di risorse, ma anche di vincoli assurdi che impediscono nuove assunzioni. Così si spendono più soldi per acquistare servizi esterni, mentre i cittadini pagano prezzi sempre più alti anche per i farmaci”.
Infine, Guerra sottolinea la necessità di sostenere il sistema produttivo: “Le esportazioni sono in calo, le imprese sono in difficoltà e il programma Transizione 5.0 si è rivelato un fallimento. Servono interventi veri e strategie per la crescita, non slogan e promesse irrealizzabili”.
“Solo 9,3 milioni di euro spesi su 500 stanziati per l’innovazione e la meccanizzazione in agricoltura. Una cifra che equivale all’1,89% delle risorse disponibili e che racconta, meglio di qualsiasi slogan, il fallimento di questa misura strategica del PNRR.” Lo dichiarano in una nota congiunta le deputate e i deputati del Partito Democratico Antonella Forattini, Stefano Vaccari, Enzo Romeo, Irene Marino e Andrea Rossi, che hanno presentato un’interrogazione al Ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste.
“La Corte dei Conti, nella sua ultima relazione, ha certificato i gravi ritardi nell’attuazione di questo investimento, destinato a sostenere 15.000 aziende agricole per l’acquisto di macchinari innovativi, la sostituzione dei vecchi trattori, l’introduzione di tecniche di precisione e tecnologie Agricoltura 4.0. Un’occasione fondamentale per rendere il settore più sostenibile, efficiente e competitivo – aggiungono – che rischia di andare perduta per l’inadeguatezza gestionale di questo Governo.”
“È inaccettabile che uno strumento pensato per accompagnare la transizione ecologica e valorizzare il Made in Italy alimentare resti impantanato tra ritardi burocratici e piattaforme digitali obsolete. Il Ministro venga in Commissione a riferire con chiarezza: quali misure intende adottare per sbloccare i fondi? Quali interventi saranno rimodulati o, peggio, cancellati?”
“Il comparto agricolo non può più aspettare. Ogni ritardo danneggia le imprese, compromette gli obiettivi ambientali e mina la credibilità del nostro Paese in Europa. È ora che il Governo Meloni si assuma le proprie responsabilità.”
l Partito Democratico ha presentato una mozione alla Camera per chiedere al Governo una risposta immediata, coordinata e strutturata alla crisi commerciale innescata dai dazi imposti dall’Amministrazione Trump, in difesa del lavoro, delle imprese e del made in Italy. La mozione impegna l’esecutivo «a definire con urgenza una strategia nazionale organica di risposta alla crisi commerciale in atto, coinvolgendo le parti sociali, le associazioni d’impresa, le istituzioni territoriali e le forze parlamentari di maggioranza e opposizione».
Il testo presentato dai gruppo del Pd della Camera chiede inoltre di sostenere «una risposta europea unitaria alle politiche dei dazi dell’Amministrazione Trump, che escluda ogni controproducente e inadeguata tentazione di bilateralizzare la risoluzione del conflitto commerciale, miri alla progressiva eliminazione dei dazi e ampli le contromisure includendo i servizi e i diritti di proprietà intellettuale delle big tech, nonché a promuovere l'istituzione di un Fondo europeo di sostegno per rispondere agli effetti dei dazi sul sistema economico e sociale, attivando anche un meccanismo simile a Sure per rafforzare la rete di protezione sociale dei lavoratori».
La mozione punta anche «a promuovere una politica commerciale europea volta alla diversificazione dei mercati di sbocco, anche accelerando la ratifica di nuovi accordi commerciali di libero scambio, a partire dal Trattato Mercosur, con idonee compensazioni per i settori agricoli sensibili e a rilanciare la Global minimum tax».
A livello nazionale, si propone «di adottare iniziative immediate e straordinarie» finalizzate, tra l’altro, «a potenziare gli strumenti di garanzia pubblica per l’accesso al credito, in particolare il Fondo centrale di garanzia per le Pmi e Sace», «a rifinanziare gli ammortizzatori sociali e sostenere il rinnovo dei contratti collettivi nazionali scaduti», «ad aumentare le risorse a favore dell’export e dell’internazionalizzazione delle imprese, anche per prevenire rischi di delocalizzazione verso gli Stati Uniti, e realizzare una vera ed effettiva politica di tutela del made in Italy».
La mozione chiede infine «di favorire il disaccoppiamento del prezzo dell'energia elettrica da quello del gas attraverso la stipula di contratti di lungo termine di compravendita di energia elettrica rinnovabile tra produttori e acquirenti/consumatori, nonché a revisionare l'attuale meccanismo di formazione dei prezzi dell'energia elettrica e prevedere l'approvvigionamento tramite acquisti congiunti europei», «ad accelerare lo sviluppo delle fonti rinnovabili, favorire i public purchase agreement e legare le concessioni energetiche alla riduzione dei costi per imprese e famiglie», «a rafforzare il programma Transizione 4.0, rifinanziare il Fondo automotive e riorientare le risorse del programma Transizione 5.0 verso strumenti più efficaci».
“Quello della moda e del tessile è un comparto strategico del made in italy e l’ossatura dell’export italiano. Noi del Partito Democratico abbiamo messo in campo una serie di proposte perché il governo è assente su più punti importanti. innanzitutto, per quel che riguarda i costi dell’energia. Le piccole e micro imprese, e non soltanto nel settore moda e tessile, sono quelle che non hanno avuto strumenti di sostegno rispetto all’aumento del costo dell’energia.
Non ci sono stati da parte del Governo interventi strutturali sul meccanismo di formazione del prezzo dell’energia elettrica. E questo ha danneggiato molto tutte quelle Pmi soprattutto artigiane.
I dazi creano molta instabilità e il governo non è attrezzato ad affrontarli.
C’è poi tutto il tema dí accompagnamento di questo setttore nella transizione ecologica e digitale. Il programma del Governo “transizione 5.0” non sta funzionando e non ha funzionato finora. Anche i dati sulla produzione industriale di oggi che riguardano il settore moda dimostrano che la produzione è in calo e il settore in profonda crisi. Occorre intervenire con proposte strutturali e chiediamo da parte del Governo più attenzione”.
Lo ha detto Vinicio Peluffo, capogruppo PD in commissione attività produttive di Montecitorio, in conferenza stampa di presentazione delle proposte del Partito Democratico per il settore moda, tessile, abbigliamento.
Questo Pnrr sta diventando la Caporetto del Governo Meloni; il più grande fallimento dell’esecutivo di cui si scriverà sui libri di storia. Oggi proponete la revisione di un terzo del Pnrr ad un anno dalla fine. Quindi finora solo fake news e fallimenti: i conti che non tornano come segnalano tutti, da ultimo la Corte dei Conti e l’Anac, nella vostra indifferenza. Questo Piano è diventato la tela di Penelope.
A livello europeo, il governo sta liquidando il capitale politico di storica autorevolezza e credibilità del Paese. Siete isolati, nell’angolo, scomparsi dalle grandi decisioni strategiche, protagonisti di una débâcle diplomatica continua. Sul Pnrr lo stesso. I dati sono inequivocabili purtroppo: Transizione 5.0 ferma al palo; spesa per Politiche attive del lavoro: 7%; spesa per case e ospedali comunità al 7%; inclusione sociale ferma al 13%; trasporti e infrastrutture, spesa al 13%, altro che Ponte sullo Stretto; asili nido, scuola, l’università e la ricerca bloccati al 25%. Siete in enorme ritardo nella spesa. Sugli oltre 194 miliardi di euro stanziati, solo 70 miliardi effettivamente spesi in Italia, cioè il 58% delle risorse ottenute ed il 36% di quelle complessive. Ecco spiegata la ragione della volontà di apportare l’ennesima revisione. Voi siete costretti a mettere una toppa al buco che avete creato finora. Ma una domanda sorge spontanea, ma se andava tutto bene, perché viene presentata la revisione di 1/3 e tra poco forse della metà del Pnrr? Il Parlamento della Repubblica non è un semplice passacarte, ed ha il diritto di partecipare pienamente alle revisioni del Piano. Il Pnrr non è il bancomat dei FRATELLI e delle SORELLE D’ITALIA, è un grande piano che appartiene a tutta l’ITALIA e a tutti gli italiani.
Fermatevi allora. Dateci il tempo di analizzare in dettaglio le vostre proposte e sottoporvi le nostre indicazioni. Lei è tenuto ad una leale collaborazione con le Camere. Vi diffidiamo formalmente a non procedere con la Commissione senza un confronto ulteriore di merito sulle proposte appena ricevute.
Attuate il PNRR e rimettete l’Italia dalla parte giusta della storia altrimenti vi assumerete la responsabilità storica di aver bruciato il futuro dell’Italia e quello dell’Europa". Lo dichiara Piero De Luca della presidenza del gruppo Pd alla Camera e capogruppo Pd in commissione Politiche Ue della Camera, nel corso della dichiarazione di voto sulle risoluzioni PNRR.