“Il solenne richiamo di Papa Leone XIV sulla piaga del gioco d'azzardo che rovina le famiglie è un forte richiamo, innanzitutto, ai decisori politici ed istituzionali perché venga affrontata la gravità della situazione che colpisce soprattutto i più fragili che cadono nella complessa patologia della ludopatia e sulla quale, come avvoltoi, fa affari la mafia e la criminalità organizzata. Non è un caso che il Pontefice abbia sollevato il tema nell'incontro con l'Anci ovvero con quegli amministratori più vicini al disagio e alle difficoltà delle persone. Per dare una mano ai sindaci e agli amministratori serve una riforma seria del gioco legale, diminuendo innanzitutto le possibilità di gioco e rendendo più trasparenti l'attività degli operatori e la tracciabilità dei giocatori, tutelando in primo luogo i minori e divaricando in maniera netta gioco legale da gioco illegale”.
Così Stefano Vaccari, segretario di Presidenza della Camera e coordinatore dell’Intergruppo parlamentare per la sensibilizzazione sui rischi del gioco d’azzardo.
“Non è certamente un bell'esempio - spiega - aver introdotto nella legge di Bilancio 2026 una nuova offerta d’azzardo peraltro legata al finanziamento dello sport che ha ben altri valori da trasmettere ai giovani e alla società. Ringraziamo il Papa per questa sollecitazione con l'auspicio che pure questa volta chi deve intendere intenda, contrariamente a quanto precedentemente fatto a fronte di altrettanti richiami forti pronunciati da Papa Francesco e dal Presidente della Cei, il cardinale Zuppi”.
“Cercava grazia il Presidente Marsilio al cospetto dei Fratelli romani, e invece dal Governo Meloni ha trovato giustizia: la legge Salva-Abruzzo rappresenta il commissariamento graduato della Sanità regionale ridotta a una fetta di groviera, piena di buchi da cui continuano a fuoriuscire risorse. E questa volta da Roma non ci saranno ulteriori trasfusioni salvifiche: finite le sacche, finiti i trasferimenti a una regione divenuta ‘canaglia’ agli occhi del Paese. ‘L’unica Regione in piano di rientro (sanitario) in cui si registra una inversione di tendenza in senso peggiorativo dei risultati d’esercizio, con compromissione degli obiettivi del Piano di rientro’ si leggeva nel verbale della riunione congiunta del Tavolo Tecnico al MEF per la verifica degli adempimenti regionali con il Comitato permanente per la verifica dei Livelli Essenziali di Assistenza-LEA che il 10 luglio scorso ha bocciato la gestione Marsilio” così il deputato democratico Luciano D’Alfonso
“La Lega presenta un ordine del giorno per chiedere al Governo, di cui fa parte, di non aumentare l’età pensionabile. Nel frattempo si appresta a votare un Legge di Bilancio in cui è previsto che il 96 per cento dei lavoratori andranno in pensione più tardi di tre mesi. Colleghino la lingua con il cervello per una volta. La verità è semplice: siamo davanti a un imbroglio sulla pelle dei cittadini più deboli”.
Così il capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera, Arturo Scotto.
«Ormai anche i comunicati del Mit certificano il totale fallimento di Matteo Salvini come Ministro dei Trasporti. Stavolta, nel goffo e ignobile tentativo di mascherare la sua incapacità e di scaricare sulla Corte Costituzionale la responsabilità dei rincari sulle autostrade, che peseranno dal primo gennaio sulle tasche di tutti i cittadini che si metteranno in viaggio, si infligge un’altra mazzata all’autotrasporto, già alle prese con la stangata contenuta nella manovra del Governo Meloni-Salvini, tra aumento delle accise sul diesel e nuova tassa nazionale di 2 euro sui pacchi. Ma è colpa dei giudici se Salvini non sa fare il Ministro? Se tutto quello che prova a fare lo fa male e ottiene sistematicamente il risultato contrario di quello che aveva dichiarato di voler raggiungere? Anche stavolta a pagare il conto salato di avere nel Governo Meloni il peggior ministro dei Trasporti d’Europa saranno cittadini e lavoratori». Così il vicepresidente della Commissione trasporti e il capogruppo Pd in commissione e ambiente, Andrea Casu e Marco Simiani.
«Intervenire sulla parte agricola della legge di bilancio significa porsi una domanda semplice ma decisiva: questa manovra mette davvero il settore agricolo nelle condizioni di programmare il proprio futuro? La risposta, purtroppo, è no».
Lo dichiarano i componenti del Partito Democratico nella commissione agricoltura della Camera, Antonella Forattini, Stefania Marino, Nadia Romeo, Andrea Rossi, Stefano Vaccari, esprimendo parere nettamente negativo sulla Legge di Bilancio 2026.
«L’agricoltura non vive di annunci né di misure spot – proseguono – ma di cicli lunghi, investimenti pluriennali e decisioni che richiedono certezze. Questa manovra, invece, continua a muoversi su interventi temporanei, fondi emergenziali e rinvii a strumenti futuri. Senza risorse pluriennali e tempi certi non siamo davanti a politiche strutturali, ma a una gestione dell’emergenza».
Secondo i democratici, anche le misure più condivisibili rivelano tutti i limiti dell’impostazione del Governo.
«Il rifinanziamento del fondo per l’acquisto dei beni alimentari risponde a un bisogno reale, ma non è una politica agricola. È una misura sociale emergenziale che non rafforza le filiere, non sostiene il reddito agricolo e non costruisce un legame tra produzione e accesso al cibo. Se ogni anno dobbiamo rifinanziare strumenti tampone, significa che il sistema non è governato».
Critica anche la scelta di rendere strutturale il lavoro agricolo occasionale.
«Normalizzare la precarietà è una scelta politica. In un settore già fragile si sceglie la scorciatoia, rinunciando a costruire lavoro stabile e tutelato».
“La Camera dei deputati non ha potuto esaminare la manovra in modo corretto. Si è trattato di un grave strappo istituzionale da parte del governo e della maggioranza che non può e non deve costituire un precedente”.
Lo dichiarano i deputati del Partito Democratico in Commissione Affari costituzionali, che rendono noto di aver espresso con chiarezza questa preoccupazione ai gruppi di maggioranza e di aver ottenuto che tale rilievo fosse esplicitamente inserito nel parere rilasciato dalla I Commissione.
Nel parere, infatti, è stato inserito il seguente passaggio: “È auspicato che, anche in considerazione della prassi invalsa, in futuro siano assicurate condizioni e tempi tali da consentire un congruo esame del disegno di legge di bilancio da parte di entrambi i rami del Parlamento”. “Non accetteremo in futuro forzature né sulla legge di bilancio né su altri provvedimenti – proseguono – il bicameralismo non può essere aggirato con furbizie procedurali o tecnicismi. Il Parlamento deve poter svolgere pienamente il proprio ruolo, senza compressioni dei tempi e senza forzature istituzionali”.
Il parere del Partito Democratico sulla manovra, bocciato oggi in Commissione Cultura alla Camera, contiene una “grave bocciatura politica e la denuncia del vero e poprio flop della linea portata avanti dai ministri Giuli, Bernini e Valditara”. Una linea che certifica “l’assenza di una visione per il futuro del Paese e un progressivo disinvestimento su istruzione, università, ricerca e cultura”. “La legge di bilancio – sottolineano i componenti democratici della commissione cultura della Camera- fotografa un’Italia senza direzione: crescita debole, investimenti fermi, pressione fiscale ai massimi e servizi pubblici sempre più impoveriti. In questo quadro, il Governo colpisce uno dei pilastri dello sviluppo con oltre 600 milioni di euro di tagli all’istruzione nel triennio, a partire dalla drastica riduzione delle risorse per l’edilizia scolastica, mettendo a rischio sicurezza, qualità dell’offerta formativa e autonomia delle scuole. Nulla è previsto per il diritto allo studio, per il contrasto alla dispersione scolastica e alla povertà educativa. Università e ricerca sono le grandi assenti della manovra, così come mancano risposte all’emergenza del caro affitti e al welfare studentesco. C’è un tema urgente che riguarda i precari della ricerca su cui il governo ha adottato soluzioni parziali ed insoddisfacenti e solo l’impegno parlamentare delle forze di opposizione ha garantito risorse ulteriori. Anche la cultura, in tutti i suoi comparti a partire dal cinema, subisce nuovi e drammatici tagli che in alcuni casi non consentiranno neanche di portare avanti le produzioni già previste, mentre lo sport continua a non essere considerato un investimento sociale essenziale. È una manovra debole e difensiva, la più modesta degli ultimi anni, che mortifica il Parlamento e ignora le vere priorità del Paese. Il Governo sceglie ancora una volta di risparmiare su tutti i settori della conoscenza e della cultura compromettendo il futuro delle nuove generazioni”.
“La legge di bilancio lascia irrisolto un problema serio che riguarda una parte significativa dell’emittenza televisiva locale. Le risorse recuperate dal Governo non bastano”.
Lo dichiara Ubaldo Pagano, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Bilancio alla Camera.
“Ci sono decine di emittenti locali - aggiunge - che garantiscono informazione, lavoro e pluralismo nei territori e che oggi si trovano di fronte a un rischio concreto di ridimensionamento o chiusura. Parliamo di centinaia di lavoratori e lavoratrici, tra giornalisti e operatori, che vivono una condizione di forte incertezza e che meritano risposte immediate. Il Governo e la maggioranza non possono ignorare questa situazione. Servono correttivi rapidi e mirati per sostenere tutta l’emittenza locale e tutelare l’occupazione. Il Partito Democratico - conclude - continuerà a chiedere interventi equi e strutturali, perché difendere le tv locali significa difendere il pluralismo dell’informazione e la coesione delle comunità”.
“La manovra presentata dal Governo non avrà alcun impatto reale sulle emergenze che gravano sul Paese: dal caro prezzi alla spesa sociale, fino al dramma della casa che colpisce in modo particolare le nuove generazioni. Ancora una volta l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni tradisce le promesse fatte agli italiani, mettendo in campo una ricetta economica debole e fallimentare. Senza il sostegno determinante del PNRR, questa manovra avrebbe già spinto l’Italia verso la recessione. Non c’è una visione di sviluppo, non ci sono investimenti strutturali, né risposte concrete alle difficoltà quotidiane di famiglie, lavoratrici e lavoratori, giovani e pensionati. A rendere il quadro ancora più grave è il metodo scelto dal Governo. Alla Camera dei Deputati la manovra non potrà essere modificata: siamo di fronte all’ennesimo, grave strappo istituzionale. Il Parlamento viene umiliato e ridotto al ruolo di semplice passacarte, chiamato a ratificare decisioni già prese a Palazzo Chigi, senza un vero confronto democratico. Così si indeboliscono le istituzioni e si allontanano i cittadini dalla politica. Il Paese ha bisogno di serietà, partecipazione e scelte coraggiose, non di propaganda e forzature che ignorano i problemi reali dell’Italia”.
Così Silvia Roggiani, componente dell’Ufficio di Presidenza del Gruppo PD alla Camera dei Deputati e componente della Commissione Bilancio.
“La manovra del Governo colpisce direttamente famiglie e ceto medio, senza offrire risposte concrete al caro vita e alla perdita di potere d’acquisto. Mentre aumentano le difficoltà quotidiane, l’esecutivo sceglie misure insufficienti e inique, che non sostengono chi lavora e chi tiene in piedi il Paese. Ancora una volta mancano investimenti strutturali e una visione capace di ridare fiducia e prospettive. Il risultato è una manovra sbilanciata, che scarica il peso della crisi su chi già fatica, invece di rafforzare la coesione sociale e sostenere la crescita. Il PNRR, tanto disprezzato da Meloni è la stampella che sta tenendo l’Italia lontana dalla recessione”.
Così Ubaldo Pagano, capogruppo del Partito Democratico nella Commissione Bilancio della Camera dei Deputati.
“Giorgia Meloni getta la maschera con la manovra delle promesse tradite: aumenta età pensionabile e accise, taglia in sanità, scuola e trasporti. Stanno spingendo l’Italia in un vicolo cieco, dove crescono solo le diseguaglianze. Per questo, anche alla Camera, continueremo a batterci”.
Così il deputato democratico, Andrea Casu.
“La manovra economica del Governo Meloni non è una legge di bilancio per il Paese, ma un’operazione che ‘fa cassa’ con un unico obiettivo: finanziare la prossima campagna elettorale. Un intervento miope e opportunistico, che finge rigore oggi solo per potersi liberare dai vincoli europei e tornare domani, in piena campagna elettorale, alla stagione delle spese pazze, senza una visione e senza una strategia”.
Così il capogruppo democratico in commissione Bilancio della Camera, Ubaldo Pagano.
“Senza le risorse del PNRR – aggiunge Pagano - l’Italia sarebbe già in recessione. È un dato di fatto che smaschera il fallimento della cosiddetta “ricetta Meloni”, incapace di affrontare i nodi strutturali del Paese. La crescita è fragile, le crisi industriali aumentano, la pressione fiscale è ai massimi storici e il Governo risponde con nuove tasse: 600 milioni di euro in più solo dai carburanti, colpendo famiglie e lavoratori. Nessun investimento serio su industria, innovazione e sviluppo. Nessun sostegno reale alle famiglie, già al collasso di fronte a una spesa sanitaria sempre più insostenibile. Mentre in Europa si aumenta la spesa per la sanità pubblica, l’Italia va clamorosamente in controtendenza, abbassandola sotto il 6% del PIL e scaricando i costi sui cittadini”.
“Questo Governo si dimostra forte con i poveri e debole con chi ha di più. Rinnega tutti i capisaldi che la destra proclamava quando era all’opposizione: aumenta le tasse, innalza l’età pensionabile, disinveste sulla sanità pubblica. Altro che difesa dei ceti medi e popolari. La chiusura della procedura di infrazione europea viene usata come foglia di fico per una grande farsa politica, che rinvia i problemi reali del Paese e prepara il terreno a nuove spese elettorali tra un anno, nel mezzo della campagna elettorale. Nel frattempo, l’Italia perde competitività, le disuguaglianze crescono e il sistema produttivo viene lasciato solo. Meloni costringe il Paese a una rappresentazione ingannevole, evitando di affrontare le vere emergenze: lavoro, sanità, industria e giustizia sociale. Così non si governa, si galleggia. E il conto lo stanno già pagando cittadini e imprese”.
Così in una nota Silvia Roggiani, dell’ufficio di presidenza del gruppo del Pd della Camera.
“Oggi alla Camera comincia l’esame della legge di bilancio, la più importante legge dello Stato. Ma si tratta di una messa in scena perché non una virgola potrà essere cambiata: la manovra è stata approvata al Senato la scorsa settimana e qui alla Camera sarà solo un passaggio formale perché va licenziata entro il 31 dicembre. Dunque, avremo una legge che oltre a creare ingiustizie, svuota ancora una volta le funzioni del Parlamento. Non una proposta delle opposizioni verrà accolta per migliorare pensioni, sanità, diritti dei lavoratori, non un euro potrà essere spostato per finanziare di più la scuola e i servizi pubblici. Abbiamo comunque presentato 80 emendamenti firmati dal Pd, più 16 condivisi con le altre opposizioni sui temi che ci sono più cari e su cui costruire un'altra idea di paese e una vera alternativa: casa, salute, cultura, lavoro, Sud, pensioni. La manovra del governo Meloni è così: modesta e mediocre, senza visione, fa cassa con chi già fatica. In tre anni e alla quarta legge di bilancio, c’è un'Italia sempre più in difficoltà. Si sentono investiti dalla storia, ma invece saranno travolti dalla loro incapacità e dal dilettantismo di chi non ha mantenuto una sola promessa (abolizione delle accise, cancellazione della Fornero, solo per fare gli esempi più eclatanti…)”.
Lo ha scritto sui social Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera dei Deputati.
Matteo Salvini ha pubblicato sui social una foto con tutti i ministri leghisti, un modo goffo di cercare di mostrare compattezza. Dietro l’immagine di unità, però, le divisioni interne restano profonde. Dalle regionali con Zaia, passando per la manovra e il governo con Giorgetti, le tensioni si sono moltiplicate. Da quando Salvini ha sposato la “linea Vannacci”, sempre più esponenti leghisti sono in fibrillazione contro il segretario, rendendo evidente che l'unità che mostra sui social è più un trucco che una realtà" così il vicepresidente del gruppo del pd della Camera, Toni Ricciardi
Che conclude dicendo “Salvini annaspa, sembra a fine corsa”.