Pdl promossa dalla deputata democratica Valentina Ghio
Mercoledì 18 febbraio 2026, ore 11:30 Sala Stampa della Camera dei Deputati
Mercoledì 18 febbraio 2026 alle ore 11:30, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, si terrà la conferenza stampa di presentazione della proposta di legge sulla Mobilità attiva promossa dalla deputata democratica Valentina Ghio.
L’iniziativa nasce dalla crescente diffusione degli spostamenti a piedi e in bicicletta e dalla necessità di rafforzare il quadro normativo in materia di sicurezza e infrastrutture, al fine di garantire maggiore tutela a pedoni e ciclisti.
La proposta di legge è stata elaborata in collaborazione con FIAB – Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta e con il contributo di Andrea Colombo, esperto di mobilità sostenibile e sicurezza stradale.
Intervengono:
- Chiara Braga, Presidente Gruppo PD Camera dei Deputati;
- Annalisa Corrado, Eurodeputata Pd;
- Anthony Barbagallo, Capogruppo PD in Commissione Trasporti della Camera;
- Valentina Ghio, Vicepresidente Gruppo PD Camera e prima firmataria della PDL;
- Luigi Menna, Presidente nazionale FIAB;
- Massimo Gaspardo Moro, Coordinatore Centro Studi FIAB;
- Andrea Colombo, Esperto di mobilità sostenibile e sicurezza stradale;
- Luca Valdiserri, Giornalista Corriere della Sera;
Modera:
- Alfredo Di Giovampaolo, Giornalista Rai.
"Oggi saremo in piazza per dire no al ddl Bongiorno, un testo che rischia di peggiorare la legge esistente e di riportare indietro di trent’anni le conquiste delle donne nel nostro Paese”. Lo dichiara la deputata Pd Michela Di Biase. “Nel giorno in cui ricordiamo l’anniversario della legge che ha finalmente riconosciuto la violenza sessuale come reato contro la persona, non possiamo accettare passi indietro. La battaglia di allora fu chiara: affermare la centralità della libertà e dell’autodeterminazione delle donne. Oggi quella centralità va rafforzata, non indebolita” aggiunge la deputata.
“Chiediamo alla presidente del Consiglio Meloni di tornare sui suoi passi e di introdurre nell’ordinamento il principio del consenso libero e attuale, quel testo su cui avevamo trovato un accordo alla Camera. Senza consenso è violenza. È questo il punto fermo che deve guidare ogni riforma, senza ambiguità e senza arretramenti” conclude Di Biase, che sulla proposta è stata relatrice a Montecitorio.
“Meloni spieghi se accetta i voti di fiducia di Vannacci. Oggi in aula i 3 deputati di Futuro Nazionale hanno presentato e votato 3 Odg contro il parere del governo. Una evidente rottura della maggioranza su un punto cruciale della politica estera. Il governo deve chiarire se considera Vannacci in maggioranza dopo questa rottura in aula” così il deputato democratico Claudio Mancini a margine delle votazioni del decreto Ucraina alla Camera.
Ogni giorno che passa aumentano danni per imprese italiane
“L’accantonamento del nostro emendamento contro l’assurdo balzello nazionale di 2 euro sui pacchi nel decreto Milleproroghe è una buona notizia per le imprese italiane, per il mondo della logistica e per milioni di consumatrici e consumatori. Dopo tanti annunci finalmente un passo avanti in sede istituzionale per fermare gli effetti negativi di una misura sbagliata e dannosa, che avevamo denunciato con forza sin dall’inizio”.
Lo sottolineano i deputati del Partito Democratico Silvia Roggiani e Andrea Casu, intervenuti nel corso dell’esame del decreto Milleproroghe in seduta congiunta delle Commissioni I e V.
“I dati - hanno dichiarato i deputati Dem - parlano chiaro: a Malpensa l’import è crollato da una media di 5.700.000 kg di dicembre ai 2.500.000 kg di gennaio. Mentre l’Europa sta lavorando a un prelievo di circa tre euro per rafforzare il commercio interno e tutelare il mercato unico, il Governo Meloni ha scelto di introdurre la fallimentare via di un vero e proprio auto-dazio, che colpisce solo le nostre imprese nazionali, deviando i traffici verso altre destinazioni europee. Ora il Governo ritiri definitivamente una tassa in più che sta penalizzando l’Italia proprio nei settori in cui deve correre, non frenare. Continueremo a batterci perché si sostengano innovazione, competitività e diritti dei consumatori e lavoratori, non perché si creino nuovi ostacoli alla crescita”.
“Dal governo Meloni non c'è nessuna azione concreta per difendere il Made in Italy nel mondo e per rilanciare la competitività delle imprese italiane. A tre anni dall'istituzione del ministero delle Imprese e Made in Italy, si vedono solo gli effetti negativi dell'operato del ministro Urso. La produzione industriale è calata quasi del 4%, il costo dell'energia è più alto del 30% rispetto ai competitors europei. Il governo ha tagliato il fondo per l'auotmotive e dimezzato le risorse per Transizione 5.0 che ancora continua a faticare tra incertezze burocratiche. Per non parlare poi del ddl Made in Italy che è una serie di mancette senza strategia e con la promessa di un fondo che non è ancora operativo”. Lo dichiara il deputato PD, Christian Diego Di Sanzo durante il Question Time alla Camera con il ministro Urso.
“Mentre assistiamo al disastro delle politiche industriali, il governo svende alcuni marchi storici italiani come Bialetti e Iveco che passano alla Cina e all'India con un aumento del 5% del fatturato nazionale in mano al controllo di imprese estere. Un vero fallimento”, conclude Di Sanzo.
Così si rischia di affossare una riforma condivisa.
“Il rinvio sine die al Senato del disegno di legge sulla partecipazione popolare nelle società sportive rappresenta un fatto grave e politicamente inspiegabile. La proposta, di iniziativa parlamentare e con prima firma di Riccardo Molinari e da me sottoscritta, è stata approvata all’unanimità alla Camera oltre un anno fa ed è poi arrivata al Senato, dove ha ottenuto il via libera della commissione competente con parere favorevole del ministro Abodi. Un percorso lineare che rende sorprendente e del tutto inusuale il rinvio richiesto in Aula, senza peraltro motivarlo, dal gruppo di Forza Italia”. Lo dichiara Mauro Berruto, deputato e responsabile nazionale Sport del Partito Democratico.
“Il testo – prosegue l’esponente dem - introduce una norma estremamente equilibrata: consente, solo su base volontaria per le società, l’ingresso di associazioni di tifosi fino a una quota massima dell’1 per cento del capitale sociale. Una partecipazione simbolica, esercitabile attraverso associazioni rappresentative di almeno il 10 per cento della media degli spettatori allo stadio. Si tratta di un modello prudente, distante da altre esperienze europee come quella tedesca che prevede il 50 per cento +1 di azionariato popolare, che non altera gli assetti proprietari ma rafforza il legame tra società sportive, territori e comunità”.
“Il rinvio – conclude Berruto - è stato chiesto dal gruppo di Forza Italia, nel quale siedono senatori come Claudio Lotito e Adriano Galliani. È legittimo chiedere soprattutto a loro cosa sia cambiato rispetto a un provvedimento già votato e sostenuto dal ministro Abodi e dal governo. È bene ricordare che questa proposta di legge potrebbe essere approvata anche senza i voti di Forza Italia, perché può contare sul sostegno del Partito Democratico. Non a caso, l’unica forza politica che si è opposta al ritorno del testo in commissione è stata proprio il Pd, ribadendo la necessità di arrivare rapidamente al voto finale. Il rischio concreto è che il provvedimento venga fermato, frustrando ancora una volta le aspettative di tifosi per bene, alcuni dei quali erano sulle tribune del Senato pronti ad applaudire il voto finale. Il Parlamento e il mondo dello Sport meritano trasparenza, spiegazioni chiare sulle responsabilità su una decisione che mette in discussione una riforma di buon senso”.
“C’è una frattura profonda all’interno del governo in materia di politica estera. Giorgia Meloni non ha più una maggioranza solida e la richiesta di fiducia sul decreto Ucraina ne è la prova più evidente”. Lo dichiara Stefano Graziano, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Difesa della Camera. “Si tratta di un decreto che poteva essere approvato senza alcuna difficoltà, senza ricorrere a questo ennesimo trucchetto parlamentare. La scelta di porre la fiducia dimostra invece tutta la debolezza politica dell’esecutivo e le divisioni profonde che lo attraversano. Dopo il caso Vannacci e i continui distinguo della Lega sulla collocazione internazionale dell’Italia, appare chiaro che la stabilità che Meloni continua a rivendicare è solo di facciata. Le dichiarazioni rese oggi in Ziello confermano ulteriormente un quadro di confusione e di mancanza di una linea comune su un tema cruciale come la politica estera”.
"La destra ha provato a riscrivere la mappa dei comuni montani penalizzando gli Appennini e favorendo le Alpi, come il Partito Democratico denunciava da tempo. La proposta iniziale del Ministro Calderoli, fondata su criteri distorti e lontani dalla realtà dei territori, escludeva numerosi comuni che storicamente sono sempre stati riconosciuti come montani, mettendo a rischio risorse fondamentali per servizi, sviluppo e coesione sociale". Lo dichiara il capogruppo Pd in Commissione Ambiente di Montecitorio Marco Simiani.
"Grazie all’iniziativa del Pd e delle opposizioni, e al confronto serrato con le Regioni, il governo è stato costretto a correggere parzialmente il tiro e a reinserire comuni ingiustamente esclusi come Anghiari, Arezzo, Capolona, Castelfranco Piandiscò, Castiglion Fibocchi, Cortona e Monterchi. Resta una legge sbagliata che ha comunque penalizzato molti territori, ma è stato evitato un danno gravissimo per molte aree interne. Ora il governo cambi rotta anche sul dimensionamento scolastico, che continua a colpire gli Appennini e a favorire l’abbandono dei territori. La montagna non è un problema da tagliare, ma una risorsa strategica per il futuro del paese", conclude Simiani.
“La chirurgia romana divide e penalizza l’Abruzzo della montagna, con il placet della Regione Abruzzo: aver portato da 50 a 26 i Comuni montani esclusi dalla Legge n.131/2025 sulla Montagna non può e non deve essere motivo di soddisfazione e di magnum gaudio del Governo regionale di centrodestra, che plaude addirittura del contentino ottenuto dai suoi alleati.
Quella esclusione significa che 26 comuni avranno problemi enormi nella gestione del proprio territorio.
La definizione dei criteri per i
comuni montani rappresenta oggi una sfida complessa che richiede di ampliare il dialogo tra i diversi livelli di governo: Stato, Regioni, Province e Comuni devono collaborare in maniera trasparente e condivisa, affinché le scelte tecniche riflettano non solo parametri altimetrici o
morfologici, ma anche la dimensione valoriale dei territori. In questo senso, la consultazione ampia e il coinvolgimento delle comunità locali non sono un semplice adempimento burocratico, ma un elemento essenziale nel garantire politiche di sostegno efficaci e coerenti. Quel decreto sulle aree montane non va bene”. Lo dichiara il deputato del Pd Luciano D’Alfonso.
“Per l’ennesima volta il governo dimostra la sua totale insensibilità verso il lavoro e l’industria del Mezzogiorno. La chiusura unilaterale dello stabilimento Cargill di Giammoro in provincia di Messina, presidio storico che garantiva occupazione qualificata a decine di lavoratori e all’indotto locale, viene accompagnata dall’inerzia delle istituzioni, senza alcuna strategia né piano di tutela occupazionale. Chi paga il prezzo più alto sono le famiglie e le competenze della Sicilia industriale”: è quanto dichiara la deputata Pd Maria Stefania Marino sul suo ordine del giorno alla Legge Pmi respinto oggi, giovedì 5 febbraio, dall’Aula di Montecitorio. L’atto avrebbe impegnato l’esecutivo ad attivare subito un tavolo istituzionale con parti sociali, Regione e enti locali per tutelare i lavoratori di Cargill, ad utilizzare strumenti di politica industriale per salvaguardare presìdi produttivi strategici nel Mezzogiorno, a promuovere percorsi di reindustrializzazione in caso di chiusura, coinvolgendo imprese e investitori ed a rafforzare le misure contro delocalizzazioni e chiusure unilaterali,
“È inaccettabile che governo e Regione Siciliana non attivino strumenti concreti per salvare il sito: nessun tavolo istituzionale, nessun piano di reindustrializzazione, nessuna politica industriale reale. La multinazionale continua a investire altrove mentre i lavoratori restano soli. Noi continueremo a batterci affinché lo Stato torni a fare il suo dovere, difendendo il lavoro e contrastando delocalizzazioni e chiusure unilaterali”: conclude.
“Il respingimento del nostro ordine del giorno sulla crisi dello stabilimento Beko di Siena lascia aperti interrogativi seri sull’effettiva volontà del governo di affrontare fino in fondo una vertenza industriale che ha già prodotto conseguenze pesantissime. A fronte di circa 300 addetti iniziali, sono già circa 140 i lavoratori che hanno perso il posto, in un contesto segnato da incertezza prolungata e dall’assenza di un piano industriale chiaro e credibile per il futuro del sito”: è quanto dichiara il segretario Dem e deputato Pd Emiliano Fossi sul suo atto alla Legge Pmi respinto oggi, giovedì 5 febbraio, dall’Aula di Montecitorio.
“La provincia di Siena è tra i territori maggiormente colpiti dalla crisi occupazionale e industriale e avrebbe bisogno di un impegno forte e diretto dello Stato. Invece ancora una volta ed anche per il futuro dello stabilimento ex Beko, il governo ha scelto di non assumere impegni vincolanti, lasciando che il peso della gestione della crisi ricada in larga parte sulla Regione Toscana e sul Comune di Siena. Senza un coinvolgimento concreto del governo, con garanzie su investimenti, tempi e livelli occupazionali, il rischio è che il percorso di reindustrializzazione resti incerto, mentre lavoratori e territorio continuano ad attendere risposte”: conclude.
“Le liste d'attesa sono una realtà drammatica, una distorsione strutturale che sta svuotando di fatto il diritto alla salute. Un'inchiesta del Corriere della Sera ha documentato come ai tempi lunghi proposti dai CUP, corrisponda un accesso rapido alle stesse prestazioni, pagando. Così si induce milioni di cittadini a rinunciare alle cure o a pagare per curarsi”. Lo dichiara il deputato Pd-Idp e segretario di Demos, Paolo Ciani durante il Question Time con il ministro Schillaci.
“Il governo Meloni – sottolinea il parlamentare dem - è intervenuto con un decreto annunciando un cambio di passo, cosa che non è avvenuta perché, in realtà, c'è stato solo un dirottamento di risorse dal pubblico al privato, senza alcun beneficio per i cittadini. Mancano ancora i decreti attuativi e la Piattaforma nazionale da poco varata, restituisce dati che non mostrano dove e perché le liste s'inceppano”. “Senza atti concreti e controlli effettivi, il decreto resta un annuncio, le liste d'attesa restano infinite e il diritto alla salute continua a dipendere dal reddito delle persone”, conclude Ciani.
“Il governo sta ripetendo un errore grave, già visto nelle ultime consultazioni, e rischia di limitare in modo strutturale l’esercizio del diritto di voto di milioni di cittadini”. Lo ha detto in Aula alla Camera Toni Ricciardi, vicepresidente del Gruppo Pd, eletto nella circoscrizione Estero, durante l’esame del Dl elezioni.
“Parliamo - ha proseguito l’esponente dem - di oltre 4 milioni di fuori sede, a cui si aggiungono più di 4 milioni di italiane e italiani all’estero: in totale circa 8 milioni di aventi diritto al voto che non vivono all’indirizzo di residenza. Nell’ultima consultazione, a fronte di un fabbisogno stimato tra i 50 e i 55 milioni di euro, il governo ha appostato inizialmente 25 milioni, portati successivamente a 29. Il risultato è stato il dimezzamento delle risorse, con conseguenze concrete: consolati costretti a risparmiare sulla stampa e sulle buste, plichi danneggiati o mai arrivati, schede fuoriuscite dai contenitori”.
“Il punto politico - ha concluso Ricciardi - è chiaro: questo governo sta davvero cercando di garantire il diritto costituzionale di voto a tutte e a tutti o, di fatto, sta limitando scientificamente la partecipazione di milioni di cittadini, dai fuori sede agli italiani all’estero? Poi ci stupiamo dell’astensionismo, senza mai analizzare che una parte consistente del Paese vive altrove. Una democrazia moderna dovrebbe interrogarsi su dove vivono i propri cittadini e mettere in condizione chiunque di votare. Altrimenti, anche dopo i prossimi referendum, continueremo a commentare i numeri senza affrontare il vero nodo: gli interventi strutturali necessari per garantire un diritto costituzionale”.