"Siamo qui a Napoli per dare il nostro contributo di idee all’Italia che vogliamo costruire: un’alternativa credibile, concreta, di governo. Per vincere non basta l’anti-melonismo: non basta parlare contro Giorgia Meloni, bisogna parlare al Paese, dei problemi reali che vivono ogni giorno le persone. Così Simona Bonafè, vicepresidente del gruppo Pd alla Camera, intervenendo all’iniziativa “Idee per l’Italia” promossa da Energia Popolare.
"Proprio sull’economia e sul lavoro - prosegue l’esponente dem - il governo Meloni mostra tutta la distanza tra propaganda e realtà. L’Italia è ferma, non cresce, ma la presidente del Consiglio racconta un Paese che non esiste, parlando dell’occupazione più alta dai tempi di Garibaldi. I dati dicono anche altro: crescono i contratti nei lavori a basso valore aggiunto, aumentano i lavoratori poveri, il ceto medio perde potere d’acquisto sotto i colpi dell’inflazione. Ecco perché la nostra battaglia per il salario minimo è una battaglia di dignità, di giustizia.
"Noi siamo quelli che - aggiunge - credono che senza crescita non ci sia giustizia sociale. Ma servono politiche industriali capaci di ridisegnare le filiere del Made in Italy in un mondo scosso da dazi, da transizioni tecnologiche e climatiche che cambieranno profondamente anche il lavoro. E dobbiamo essere pronti, cambiare anche noi gli strumenti delle nostre risposte.
«La sinistra – conclude Bonafè – troppe volte ha parlato solo ai garantiti. Noi dobbiamo occuparci anche delle partite IVA senza tutele, delle PMI che sono l’ossatura del nostro tessuto produttivo e troppo spesso vengono dimenticate. Dopo tre anni di governo Meloni, gli italiani si sentono più poveri e più insicuri. Tocca a noi parlare con umiltà, pragmatismo, allargando l’orizzonte oltre la curva. Energia Popolare nasce per questo: perché un partito plurale e unito è un partito più forte".
“Le parole del ministro Nordio all’apertura della anno giudiziario confermano un attacco diretto a un principio fondamentale della Costituzione: l’indipendenza della magistratura. Con il referendum è in atto un tentativo di delegittimarla e di piegarla al controllo del potere politico”. Lo ha detto a Sky Chiara Braga, Capogruppo Pd al Camera dei deputati.
“Per questo - ha sottolineato l’esponente dem - votare no significa difendere la Costituzione e lo Stato di diritto. Questa riforma non migliora il funzionamento della giustizia né rende i processi più efficienti, ma vuole creare una nuova super casta di pm che inevitabilmente sarà poi assoggettata al controllo dell’esecutivo”.
Sulla frana di Niscemi Braga ha ribadito che “le parole del ministro Musumeci sono offensive verso le famiglie sfollate e ancora più gravi perché arrivano da chi ha avuto precise responsabilità, prima come presidente della e oggi come ministro”.
“La Sicilia - ha aggiunto - è un territorio fragile che, come tutto il Paese, avrebbe bisogno di un vero piano di messa in sicurezza. Invece il governo taglia le risorse per la prevenzione e il contrasto al dissesto idrogeologico e trova miliardi per il Ponte sullo Stretto, per accontentare Salvini. È uno schiaffo ai territori colpiti: 100 milioni per tre Regioni a fronte di danni per oltre 2 miliardi”. Chiediamo il blocco dei tributi e delle scadenze fiscali e interventi immediati. La nostra proposta di usare i fondi bloccati dai rilievi della Corte dei Conti per il Ponte sullo Stretto - 1,3 miliardi solo nel 2026 - per opere essenziali ha trovato consenso anche nel centrodestra siciliano".
"Basta tradire il Sud. Occorre fermare scelte dissennate, a partire dai condoni edilizi che aggravano i disastri e che la destra continua a proporre senza nessuna vergogna. Servono risposte immediate a chi ha perso tutto, responsabilità e prevenzione”, ha concluso Braga.
È stata presentata un’interrogazione parlamentare a risposta in Commissione Giustizia rivolta al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro della Giustizia per fare chiarezza sulla decisione dell’Ordine dei Giornalisti di impedire l’approvazione e il riconoscimento dei corsi di formazione sul referendum in materia di giustizia durante il periodo di par condicio. L’iniziativa è promossa dalla responsabile Giustizia del Partito Democratico, Debora Serracchiani, ed è sottoscritta da numerosi componenti del gruppo del Partito Democratico della Camera dei deputati.
Nel testo dell’interrogazione si ricorda che, in base a una circolare dell’Ordine dei Giornalisti diffusa a tutti gli Ordini regionali il 22 gennaio scorso, “Si comunica che con l’avvio del regime della par condicio non potrà essere approvato alcun corso formativo che tratti il tema del referendum c.d. “sulla giustizia”. Nella stessa circolare si specifica inoltre che “Tale prescrizione sarà tassativa e valida a prescindere dal pluralismo informativo eventualmente garantito”.
A seguito di tale decisione, numerose iniziative formative sono state annullate o modificate. Tra queste, il corso organizzato dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio previsto per il prossimo 19 febbraio, che presentava un profilo di assoluta imparzialità con un numero paritario di relatori favorevoli alle ragioni del Sì e del No. Un’iniziativa analoga in Liguria è stata invece trasformata in convegno, senza riconoscimento di crediti formativi. Secondo i firmatari dell’interrogazione, risulta “incongruente impedire l’erogazione di crediti per attività di natura esclusivamente formativa, penalizzando in particolare i giornalisti che si occupano quotidianamente di giustizia, ai quali viene di fatto preclusa un’adeguata attività di approfondimento professionale in vista del referendum. Nel testo dell’interrogazione si chiede quindi se, a giudizio del Governo, questa decisione non leda il diritto dei giornalisti all’attività formativa e non incida negativamente sulla qualità dell’informazione su un tema di particolare rilevanza costituzionale. Si chiede inoltre quali iniziative il Governo intenda assumere, per quanto di competenza e nel rispetto dell’autonomia dell’Ordine dei Giornalisti, affinché il principio della par condicio non venga utilizzato come pretesto per impedire una normale e indispensabile attività di formazione professionale riconosciuta con crediti.
“Autonomia e indipendenza della magistratura sono un pilastro irrinunciabile della nostra Costituzione, un pilastro fondamentale della democrazia. Come PD lo ribadiamo con grande passione, oggi nel giorno dell'inaugurazione dell'anno giudiziario e ci schieriamo convintamente contro la riforma costituzionale e al referendum votiamo no”. Lo dichiara il deputato e capogruppo PD in Commissione Giustizia, Federico Gianassi sul voto al prossimo referendum costituzionale del 22 e 23 marzo.
"A Niscemi, come in tante zone della Sicilia, c’è chi ha perso tutto. Case, strade, attività distrutte dal maltempo. E mentre la gente chiede aiuto, il Governo guarda altrove. Il Partito Democratico ha fatto proposte concrete, subito ma Meloni continua a negare i fondi del Ponte alle comunità colpite". Così la vicepresidente del Gruppo PD alla Camera, Simona Bonafè sui sui canali social.
"Un’ostinazione incomprensibile, che racconta bene la distanza di questo Governo dai bisogni reali delle persone, in questo momento di estrema difficoltà. I soldi ci sono, vanno usati ora. Per chi è rimasto senza nulla. Per rispetto, per giustizia, per responsabilità", conclude la deputata dem.
“È molto grave che il governo abbia motivato ieri e ribadisca oggi la bocciatura dell’emendamento sul voto ai cittadini fuori sede con la presunta assenza dei tempi tecnici. È un’argomentazione semplicemente assurda”.
Lo dichiara Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Partito Democratico.
“È stato proprio il governo – prosegue – a forzare i tempi, correndo per anticipare la data del referendum. Ora ci viene detto che non si può garantire il diritto di voto perché il tempo è poco: una contraddizione evidente, che smaschera la verità politica di questa scelta”.
“Altro che problemi tecnici: la presidente Meloni ha paura del voto, ha paura della partecipazione e soprattutto ha paura del voto delle nuove generazioni, degli studenti, dei lavoratori e dei cittadini costretti a vivere lontano da casa. Negare il voto ai fuori sede è una scelta politica precisa, che colpisce la democrazia e restringe i diritti”, conclude Serracchiani.
“La morte del detenuto ventinovenne nel carcere di Sollicciano è l’ennesima tragedia annunciata dinanzi alla quale silenzio e latitanze non possono avere cittadinanza. Parliamo di una persona con gravi problemi di tossicodipendenza e fragilità psichica, che non avrebbe mai dovuto essere rinchiusa in un istituto sovraffollato e strutturalmente compromesso come Sollicciano, ma seguita in una struttura alternativa. Da anni il Ministro Nordio annuncia misure per i detenuti vulnerabili, ma la realtà è che le Rems mancano, le comunità terapeutiche non sono operative e il Decreto Carceri del 2024 non ha prodotto alcun risultato concreto, smentendo clamorosamente le promesse di riduzione dell’affollamento nelle case di reclusione”: è quanto dichiara il capogruppo Pd in Commissione Giustizia di Montecitorio Federico Gianassi annunciando una interrogazione sulla tragica vicenda.
“Chiediamo al Ministro della Giustizia interventi immediati su una situazione ormai incompatibile con i principi costituzionali. A Sollicciano si continua a morire: nel solo 2025 si sono registrati cinque decessi, suicidi e decine di atti di autolesionismo, in un carcere con celle inagibili, infiltrazioni d’acqua, riscaldamenti malfunzionanti e condizioni climatiche disumane. Il governo deve intervenire: servono subito misure alternative reali per i detenuti fragili e un piano straordinario, con risorse e tempi certi, per restituire dignità, sicurezza e legalità al carcere di Sollicciano e al sistema penitenziario nel suo complesso”: conclude.
“Il governo continua a ignorare una crisi che colpisce migliaia di piccole e medie imprese del settore moda. Dopo il Decreto Anticipi, è stato respinto il mio emendamento volto a risolvere la vicenda del credito d’imposta per ricerca e sviluppo anche alla Legge di Bilancio e al Milleproroghe, lasciando le imprese sole di fronte a richieste di restituzione di agevolazioni fiscali legittimamente utilizzate. Parliamo di Pmi già duramente colpite da una crisi strutturale che dura da anni e che oggi si trovano a dover affrontare contenziosi e oneri insostenibili a causa di un’improvvisa incertezza normativa”. Così la deputata Simona Bonafè, vicepresidente vicaria del Gruppo Pd.
“La nostra proposta - conclude Bonafè - era ed è una misura di semplice buon senso: un’interpretazione autentica della disciplina del credito d’imposta per ricerca e sviluppo prevista dal Decreto-Legge 145 del 2013. Dopo la risoluzione numero 41 del 2022 dell’Agenzia delle Entrate, che ha applicato retroattivamente una lettura più restrittiva al periodo 2015-2019, molte imprese, in particolare del comparto moda, sono state ingiustamente penalizzate. Nonostante i ripetuti no del governo, il Partito Democratico non si fermerà: continueremo a riproporre questa soluzione in ogni provvedimento utile, fino a quando non verrà sanata un’ingiustizia”.
“È evidente che il governo non ha visto la trasmissione Report o, comunque, non ha capito quello che ha visto. Nel senso che il problema non è che l’Ecm sia disabilitato, perché tutti sono disabilitati se non fanno l'aggiornamento. La questione centrale è che nonostante siano disabilitati l’inchiesta della trasmissione televisiva, attraverso la testimonianza del giudice Tirone, ha svelato che un informatico da remoto riesce a leggere esattamente quello che sta scrivendo il magistrato sul suo computer. E questo nonostante l’Ecm sia disabilitato e l'accesso da remoto sia fatto senza alert e senza richiesta di autorizzazione. Adesso, se il governo ha capito che questo meccanismo può creare problemi alla segretezza e alla sicurezza, perché insiste nel dire che va tutto bene e non interviene per le opportune modifiche? E siccome il governo, sempre rispondendo alla nostra interrogazione, dice che sono in corso accertamenti al ministero della Giustizia, allora non è vero che il ministro Nordio non se ne sta preoccupando: perché se ci sono degli accertamenti, vuol dire che ha deciso di verificare ciò sta succedendo. Allora delle due l’una: o Nordio c’è o ci fa”.
Così la deputata e responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani, commentando la risposta del governo in commissione Giustizia all’interrogazione del Pd sulla vicenda Ecn svelata dalla trasmissione Report.
“Non molto tempo fa, in quest’Aula, abbiamo celebrato i suoi cento anni. In quell’occasione, sappiamo di essere riusciti a strappargli un ultimo sorriso. Discreto, appena accennato, ma autentico. Oggi quell’immagine ci accompagna, perché ci ricorda che la memoria della Repubblica non è mai astratta. Ha un volto, una storia, una responsabilità. Antonio Gramsci odiava gli indifferenti, e credeva che vivere volesse dire essere partigiani. Sergio Flamigni è stato esattamente questo. Mai spettatore, mai neutrale, sempre partigiano, dalla parte della Costituzione, del lavoro, della giustizia, della verità. Anche quando la sua ricerca lo portava controcorrente, anche quando veniva frainteso o attaccato. E in un tempo in cui l’indifferenza sembra spesso prevalere, la sua lezione resta attuale e necessaria. Coltivare la memoria, difendere le istituzioni, non distogliere lo sguardo dalle zone d’ombra della nostra storia, perché è lì che la democrazia viene messa alla prova. A nome del Partito Democratico, voglio rivolgere alla sua famiglia, a tutte le persone che lo hanno affiancato nel Centro di Documentazione Archivio Flamigni presenti sulle tribune, il nostro più sentito cordoglio e il ringraziamento di un Paese che gli deve molto”.
Così il deputato democratico e segretario di Presidenza della Camera, Stefano Vaccari, intervenendo nell’Aula di Montecitorio.
“Il Partito Democratico voterà a favore della proposta di legge in memoria delle vittime della strage di Gorla perché rappresenta un atto di giustizia, di verità e di ricucitura della memoria collettiva”. Lo ha detto in Aula alla Camera la deputata milanese del Pd Lia Quartapelle, nel corso delle dichiarazioni di voto finale.
“Il 20 ottobre 1944 il bombardamento del quartiere milanese di Gorla colpì anche la scuola elementare ‘Francesco Crispi’ – ha aggiunto l’esponente dem - causando la morte di 198 persone, di cui 184 bambini e 14 insegnanti. Una storia rimasta a lungo scomoda e nascosta, segnata da errori tragici e da un riconoscimento arrivato troppo tardi, con le condoglianze ufficiali degli Stati Uniti giunte solo 75 anni dopo. La storia di Gorla è la storia dei fratelli e delle sorelle rimasti sotto le macerie, di chi è sopravvissuto per una coincidenza o per un minuto, portando per tutta la vita il peso di essere vivi. È anche la storia delle madri che hanno perso i figli, per le quali non esiste nemmeno una parola capace di nominare una perdita contro natura. Il dolore delle famiglie e del quartiere è un dolore così grande da rendere insopportabili persino le voci dei bambini sopravvissuti nei mesi successivi alla strage, come hanno raccontato tanti tanti anni dopo, Silvia Nucini e Mario Calabresi nel documentario ‘Finché sono al mondo’.
“Oggi – ha concluso Quartapelle - votiamo questa legge all’unanimità in una giornata simbolica, quella del ricordo della Shoah in tutta Europa. Questo provvedimento è un risarcimento morale e una ricucitura della memoria, rafforzata anche dalla recente visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Milano per l’80° anniversario della strage. Come Pd, abbiamo voluto estendere il senso di questo ricordo a tutte le piccole vittime della guerra. Ricordare Gorla restituisce la materialità della guerra dalle macerie di ieri a quelle di oggi, dai rifugi di Gaza a quelli di Kharkiv, fino ai conflitti dimenticati in Africa. Bambini che non hanno nulla a che fare con la guerra e che ne sono soltanto vittime”.
“Come è possibile che il patto stretto al vertice tra la premier Meloni e la segretaria del Pd Schlein venga calpestato in questo modo dalla volontà di Salvini, attraverso la presidente della Commissione Giustizia al Senato? Come è possibile che la volontà unanime di tutte e tutti i deputati di tutte le forze politiche, che alla Camera hanno votato il loro sì sul “consenso”, sia stata negata dai loro stessi colleghi e colleghe al Senato? Tutte e tutti al cospetto della misoginia salviniana? Dichiareranno di non sapere cosa avevano votato? O che si erano sbagliati e sbagliate? Lo hanno capito che stanno tradendo non solo un accordo politico, ma soprattutto le donne? Le vittime di violenza, che faranno più fatica di oggi ad essere credute? Perché stravolgere la nostra proposta di legge volta a introdurre nel diritto italiano il concetto di consenso libero e attuale nei rapporti sessuali, trasformandolo in dissenso da provare?
Ignorando la paura che paralizza, negando voce e credibilità alle esperienze vissute da migliaia di donne.
Cosi le deputate dem della Commissione femminicidio e violenza, Sara Ferrari, Antonella Forattini, Valentina Ghio: ci auguriamo che ci sia ancora spazio per un’assunzione di responsabilità e uno scatto di dignità, in primis delle donne parlamentari, nei confronti delle altre donne. Colleghe e colleghi, ascoltate e rispettate la voce dei centri anti violenza e delle associazioni che tutelano le donne, che oggi erano numerose davanti al Senato a chiedervi di non cancellare il consenso, di dare valore e attendibilità al racconto delle donne, perché “SOLO SÌ è SÌ”.
La risposta del governo alla mia interrogazione conferma purtroppo quello che temevamo: nessuna certezza per il futuro dei lavoratori precari della Giustizia assunti con il Pnrr. Un testo evasivo, che non presenta impegni chiari e che di fatto non assicura la stabilizzazione di professionalità che oggi sono indispensabili al funzionamento degli uffici giudiziari. In Sicilia parliamo di centinaia di persone – da Palermo a Catania, da Trapani ad Agrigento, fino a Ragusa e Siracusa – che in questi anni hanno consentito di ridurre l’arretrato, velocizzare i procedimenti e migliorare i servizi ai cittadini. Senza di loro, i tribunali della nostra regione rischiano un grave passo indietro”: è quanto dichiara la deputata Pd Maria Stefania Marino sulla risposta al suo atto di controllo.
“Il Partito Democratico ha invece da tempo indicato una strada chiara: anche al Decreto Milleproroghe è stato infatti presentato un emendamento per stabilizzare tutti i precari del Pnrr del settore Giustizia. È una scelta necessaria per non disperdere competenze e per garantire una giustizia rapida ed efficace in Sicilia e in tutto il paese. Non si può parlare di riforma della giustizia continuando a lasciare nell’incertezza chi ha reso possibili i risultati del Piano nazionale di Ripresa e resilienza. Il governo smetta di rinviare e si assuma la responsabilità di una vera stabilizzazione: senza personale stabile, la giustizia non funziona”: conclude.
“Si tratta di una grande occasione persa, che farà compiere un grave passo indietro al nostro ordinamento”, dichiara Michela Di Biase (PD), relatrice del testo approvato all’unanimità a Montecitorio. “La Presidente della Commissione Giustizia del Senato, senatrice Giulia Bongiorno, ha presentato e anche votato — aspetto questo che non può passare inosservato — un emendamento che compromette totalmente la proposta di legge sul consenso, già approvata all’unanimità alla Camera e che, recependo la Convenzione di Istanbul, avrebbe rappresentato un salto in avanti per la legislazione italiana, adeguandola a quella di numerosi altri Paesi che lo hanno già fatto”.
“Il testo dell’emendamento è stato scritto da una donna ma dettato dal patriarcato”, aggiunge Di Biase, “lo giudico retrogrado e pericoloso, perché si allontana dal solco tracciato dalle sentenze della Corte di Cassazione, che riconoscono il consenso come elemento centrale. Con questo emendamento, il consenso scompare dall’ordinamento, rappresentando un arretramento inaccettabile per la tutela delle donne”.
"In vista del referendum sulla giustizia, ribadiamo con chiarezza che questa riforma non migliora assolutamente l’amministrazione della giustizia nel nostro Paese.
Non affronta, infatti, le criticità strutturali che i cittadini vivono ogni giorno: non interviene sul sovraffollamento carcerario, non riduce la durata dei processi, non rafforza le garanzie effettive per le persone, non colma i vuoti di organico della magistratura, né mette in campo investimenti adeguati su infrastrutture, digitalizzazione e funzionamento degli uffici giudiziari.
Al contrario, si tratta di un intervento che produce un unico effetto, smantellare la separazione dei poteri alla base del nostro equilibrio costituzionale, incidendo in modo negativo su un principio fondamentale: l'autonomia e indipendenza della magistratura.
L’autonomia della magistratura è una garanzia democratica, a tutela dei cittadini e dello Stato di diritto.
Per questo riteniamo che la riforma della destra non rappresenti una risposta efficace alle esigenze reali del Paese, ma un pericoloso attacco alla Costituzione e alla nostra democrazia". Così Piero De Luca, deputato del Pd e capogruppo in commissione politiche europee, ai microfoni di RaiNews.