“Le dichiarazioni del presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, secondo cui è molto probabile che il padiglione russo alla Biennale non aprirà, confermano purtroppo la gestione caotica del sistema culturale italiano e l’assenza di una linea chiara da parte del Governo. Siamo all’asilo Mariuccia”. Lo dichiara in una nota Irene Manzi, capogruppo del Pd in Commissione Cultura alla Camera.
“Ieri avevamo chiesto al ministro Giuli di chiarire quale fosse l’orientamento del Governo su questa vicenda. Prendiamo atto che a rispondere è stato invece Mollicone: evidentemente c’è stata una sostituzione di ruoli di cui non eravamo stati informati”.
“Il ministro Giuli continua a non indicare una seria politica culturale per il Paese, mentre Mollicone sembra più impegnato a ritagliarsi un protagonismo personale che a garantire il necessario rispetto delle istituzioni culturali. In questo quadro, anche l’atteggiamento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni appare segnato da un’evidente ostilità verso tutto ciò che riguarda il mondo della cultura”.
“Questo caos mette seriamente in difficoltà e rischia di compromettere la credibilità di un’istituzione nobile e prestigiosa come la Biennale di Venezia, che appare a tutti gli effetti commissariata da FdI. Il partito della presidente del Consiglio sta mettendo in scena una guerra di potere tutta interna alla maggioranza, combattuta a colpi di dichiarazioni e manovre per occupare poltrone e ridefinire equilibri. È evidente che le parole di Mollicone finiscono per delegittimare il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco. Servirebbero invece serietà, rispetto e una visione culturale all’altezza del Paese”.
“Per questo referendum costituzionale la destra è pronta a tutto. L’ultimo episodio è di quelli che non si possono ignorare.
A Napoli, nella Biblioteca di Castel Capuano, decine di studenti sono stati convocati per quello che sulla carta era un “evento formativo sul referendum: posizioni giuridiche”. In realtà era un comizio a favore del Sì: ad essere invitati erano il sottosegretario alla Giustizia Ostellari, il senatore leghista Cantalamessa, l’ex parlamentare leghista Urraro e il magistrato ed ex parlamentare di An Bobbio. Ospiti, caso vuole, tutti dalla stessa parte.
Per fortuna i ragazzi hanno capito e hanno abbandonato la sala come dimostrano i video in rete.
Ma l’episodio è gravissimo. Per questo abbiamo appena rivolto una interrogazione parlamentare al ministro Valditara. Proprio a lui che poche ore fa chiedeva pubblicamente che nei dibattiti scolastici sul referendum fosse sempre garantito il contraddittorio. Evidentemente quella regola vale per tutti — tranne che per i suoi amici di governo” così i deputati democratici Marco Sarracino e Irene Manzi.
“Sulla vicenda della partecipazione della Russia alla Biennale di Venezia e sulle possibili conseguenze anche sui finanziamenti europei, il governo chiarisca con urgenza quale sia la posizione ufficiale dell’Italia. Dopo la lettera firmata da numerosi ministri della Cultura europei e le dichiarazioni della Commissione europea sull’ipotesi di sospendere alcuni fondi alla Fondazione Biennale, serve una risposta chiara nelle sedi parlamentari. Non bastano interviste o dichiarazioni informali. Al momento la linea dell’esecutivo appare ambigua: da una parte le dichiarazioni del ministro della Cultura Alessandro Giuli, dall’altra le decisioni e gli atti del presidente della Biennale, nominato dal governo stesso. Due piani che rischiano di trasmettere all’esterno posizioni diverse su una questione che riguarda l’immagine culturale e politica del Paese in Europa. Per questo è necessario che il governo chiarisca ufficialmente quale indirizzo intenda sostenere e quali iniziative intenda assumere, anche alla luce delle possibili ripercussioni sui finanziamenti europei e sulle relazioni culturali con i partner dell’Unione”. Così una nota della capogruppo Pd in commissione Cultura della Camera, Irene Manzi.
“La legge parla chiaro e non lascia spazio a interpretazioni: per ricoprire l’incarico di componente dei consigli di amministrazione dei musei statali è richiesta una comprovata esperienza nella gestione e valorizzazione del patrimonio culturale. Continuare a buttarla in polemica non cambia il punto centrale: ciò che manca sono le competenze specifiche previste dalla normativa. Il requisito professionale non è un dettaglio, ma una condizione essenziale. La questione è esclusivamente il rispetto della legge e dei criteri stabiliti. Tutto il resto è un tentativo di spostare l’attenzione dal merito. Invece di arrampicarsi sugli specchi attraverso comunicato di partito, Giuli fornisca i curricula dei nominati e dimostri che hanno le competenze richieste dalla legge”.
Così la capogruppo del Pd nella commissione cultura della camera Irene Manzi.
La sistematica occupazione politica delle istituzioni culturali che il governo di Giorgia Meloni sta portando avanti è preoccupante. Ed è una deriva che riteniamo anche in contrasto con lo spirito e le finalità della legge. I consigli di amministrazione dei musei statali dovrebbero essere composti da persone di chiara fama e comprovata esperienza nella gestione del patrimonio culturale. Con il ministro Alessandro Giuli questo non sta avvenendo. Assistiamo invece a nomine che sembrano rispondere a logiche di appartenenza politica: figure che non hanno trovato spazio nei passaggi elettorali o esponenti di primo piano del partito di maggioranza vengono collocate ai vertici di istituzioni culturali strategiche. È un’impostazione che mortifica competenze e professionalità. Perché la gestione del David di Michelangelo, delle Ville medicee o dei capolavori custoditi nei Musei del Bargello dovrebbe essere affidata a una mano politica e non a un tecnico capace, autonomo, che sappia fare il proprio lavoro senza eseguire ordini di partito? I Cda dei Musei sono luoghi centrali per la programmazione e approvano i bilanci di istituzioni la cui gestione economica dovrebbe essere fuori dalla discrezionalità politica. Siamo di fronte a una vera e propria “occupazione” che rischia di travolgere l’autonomia delle istituzioni culturali” così Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura alla Camera nel giorno in cui il Mic ha pubblicato decreti di nomina dei componenti dei Cda della Galleria dell’Accademia di Firenze e Musei del Bargello e delle Ville e residenze monumentali fiorentine. “L’ultima infornata di nomine a Firenze – conclude Manzi - conferma un disegno preciso: trasformare luoghi di studio, tutela e valorizzazione del patrimonio in spazi di controllo politico. Chiederemo conto a Giuli anche di questo caso in parlamento”.
“La Commissione Affari Costituzionali ha respinto l’emendamento del Partito Democratico che chiedeva di rinviare la decisione sul dimensionamento della rete scolastica. Una bocciatura grave, che conferma come il governo voglia procedere con una scelta autoritaria, commissariando il dimensionamento e riducendo il ruolo delle autonomie regionali. Il dimensionamento non può essere ridotto a freddi parametri numerici: applicare criteri rigidi rischia di penalizzare le aree interne, montane e insulari, dove la scuola rappresenta spesso l’ultimo presidio pubblico”. Così le capogruppo del Pd in commissione affari costituzionali e cultura della Camera, Simona Bonafè e Irene Manzi. “Il Partito Democratico - concludono le
democratiche - ribadisce la necessità di aprire un confronto serio con Regioni ed enti locali, nel pieno rispetto delle autonomie sancite dalla Costituzione, per proteggere le scuole e garantire equità territoriale”.
Da Petrecca ancora gaffe che umilia patrimonio culturale italiano
“Il sito del Corriere della Sera denuncia un fatto molto grave: nella sigla Rai dei Giochi Olimpici di Milano Cortina l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci è stato manomesso e censurato, con l’eliminazione dei genitali presenti nell’opera originale. Siamo di fronte a una scelta incomprensibile e inaccettabile: davvero la Rai arriva a modificare Leonardo? È possibile che il direttore di Rai sport Petrecca autorizzi ogni giorno la messa in onda di una versione alterata di uno dei simboli universali dell’arte rinascimentale? La Rai, che un tempo era considerata la più importante azienda culturale del Paese, non può ridursi a intervenire su un capolavoro che appartiene al patrimonio mondiale. Alterare l’arte significa umiliarla, impoverirla, non certo tutelarla. Il servizio pubblico ha il dovere di valorizzare la nostra storia e la nostra identità, non di riscriverle per eccesso di prudenza o per interpretazioni burocratiche dei regolamenti.
Chiediamo alla Rai di chiarire immediatamente le ragioni di questa decisione. E chiediamo al Governo, a partire dalla Presidente Meloni, di porre fine a queste continue gaffe che danneggiano la credibilità culturale dell’Italia. Il Ministro Giuli davvero non ha nulla da dire davanti a questo sfregio al patrimonio culturale? Non possiamo presentarci al mondo censurando Leonardo proprio durante le Olimpiadi”. Così Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura alla Camera.
"Vogliamo trasformare l’eredità di Alberto Manzi in un progetto concreto per le nuove generazioni. per questi motivi presenteremo a Montecitorio una proposta di legge per istituire il Centro Studi 'Alberto Manzi' a Pitigliano, nel trentennale della sua scomparsa, per affrontare le sfide dell’analfabetismo funzionale, delle nuove povertà educative e dell’integrazione linguistica e culturale": con queste parole i deputati Pd Marco Simiani e Irene Manzi annunciano il deposito del provvedimento.
"Il Centro Studi non sarà solo un luogo di conservazione, ma un motore di ricerca, formazione e inclusione, con il coinvolgimento delle università del territorio, a partire dall’Università di Siena, l’Università per Stranieri di Siena e il Polo Universitario Grossetano; è prevista inoltre una stretta sinergia e collaborazione con la Rai. Nei prossimi giorni depositeremo il testo alla Camera, chiedendo una rapida calendarizzazione, con l’obiettivo di approvare la legge e realizzare il Centro entro il 2027, anno del trentennale della scomparsa di Alberto Manzi": concludono.
“Ci chiediamo anche noi cosa stia succedendo, perché quando le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina coinvolgono un artista italiano dovremmo essere tutti entusiasti. Invece assistiamo a polemiche scomposte e offensive da parte di alcune forze di maggioranza”. Lo afferma la deputata Irene Manzi, capogruppo Pd in commissione Cultura, commentando, sui canali social dei deputati dem, le tensioni sulla cerimonia d’apertura dei Giochi.
“È una polemica inutile, sbagliata e che ha il sapore di una censura preventiva, nel pieno rispetto ovviamente delle regole che presiedono all’organizzazione delle Olimpiadi. Quello che spaventa il Governo Meloni è forse la libertà degli artisti e dei pensatori, la possibilità di esprimere il proprio pensiero anche in rapporto al potere. Lo abbiamo già visto in passato con altri esponenti della cultura e dello spettacolo: non è una questione di maggioranza o opposizione, ma di libertà di espressione”.
“Le Olimpiadi – conclude Manzi – nascono come un momento di sospensione dei conflitti. In un contesto globale segnato da guerre e tensioni, sarebbe più utile rilanciare il messaggio universale dei Giochi piuttosto che alimentare polemiche dal sapore provinciale e dal contenuto molto basso”.
“Gli attacchi contro Ghali sono del tutto inaccettabili: da una parte il Ministro Abodi, che vorrebbe una censura preventiva, dall’altra la Lega, che lo attacca con insulti inqualificabili. L’arte è libera e non può essere strumentalizzata per motivi politici o ideologici. Il Ministro Giuli batta un colpo: dovrebbe sentire la responsabilità di intervenire e prendere le distanze da queste reazioni. Ghali merita rispetto per il pregevole lavoro artistico e culturale che porta avanti: ogni forma di intimidazione verso un artista è inaccettabile in un Paese civile.” Così Irene Manzi, Capogruppo PD nella Commissione Cultura della Camera.
“La ministra Bernini non risponde alla domanda che le avevamo posto, ovvero se intende o meno modificare la finta riforma del semestre filtro. Una legge bluff che - in assenza del decreto ministeriale del 22 dicembre che ha ammesso alle graduatorie anche chi aveva superato una sola delle prove d’esame - rischiava di avere dopo le prove di novembre e dicembre meno idonei dei posti messi a disposizione. Una legge che ha prodotto incertezze e difficoltà ad università, studenti e famiglie, in assenza di risorse e sedi dove poter svolgere le lezioni. Una riforma che, nell'incertezza generale, ha favorito atenei, come la Link Campus, che nel mese di dicembre hanno svolto esami supplementari per consentire agli studenti di iscriversi, con certezza, a medicina.”. Lo dichiara la deputata e capogruppo PD in Commissione Cultura, Irene Manzi in replica alla ministra Bernini durante il Question Time alla Camera.
“È necessario che la riforma sia rivista in toto e nelle sedi parlamentari. Occorre lavorare ad una proposta equa e coerente con l’interesse pubblico, che coinvolga forze parlamentari e tutti i soggetti interessati. Così come è questa legge resta solo un bluff”, conclude Manzi.
“Quanto accaduto nell’Istituto Chiodo di Spezia, dove un ragazzo è stato accoltellato, è un episodio di una gravità inaudita che mai dovrebbe accadere in un luogo dedicato all’educazione dei giovani. Siamo scioccati e preoccupati. Ci stringiamo attorno al ragazzo, alla famiglia, agli amici alla comunità scolastica di Spezia. La scuola, il luogo in cui i giovani si affacciano al futuro deve essere un posto sicuro. Serve sempre maggiore attenzione ai giovani, supporto al personale scolastico e creare nuove sinergie scuola-famiglia. Bisogna essere più vicini ai giovani per coglierne i disagi e prevenire la violenza”, così i deputati liguri del Pd Valentina Ghio e Alberto Pandolfo e Irene Manzi responsabile PD scuola.
“Il governo ha scelto la strada della forzatura burocratica invece del confronto istituzionale”, lo afferma Irene Manzi, deputata e capogruppo del Partito Democratico in commissione Cultura, sui canali social dei deputati dem, commentando la decisione del Consiglio dei ministri di commissariare Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna per il mancato via libera ai piani di dimensionamento della rete scolastica. “È un atto che comprime le autonomie locali e impone alle regioni accorpamenti e tagli alle autonomie scolastiche senza tenere conto dei bisogni dei territori e delle comunità”.
Manzi ricorda come il tema del dimensionamento sia stato introdotto dalla prima legge di bilancio del governo Meloni e più volte rinviato e modificato dallo stesso esecutivo. “I rigidi parametri numerici sono stati inseriti da quella legge di bilancio e sono stati ripetutamente prorogati nei decreti Milleproroghe, a dimostrazione del fatto che si tratta di criteri inadeguati, calati dall’alto e poco aderenti alla realtà delle scuole”, sottolinea l’esponente dem.
“Lo abbiamo detto più volte anche in Aula: questa misura va rivista nella sua interezza”, conclude Manzi. “Non ha prodotto alcun miglioramento della qualità dell’offerta didattica, ma solo ennesimi tagli contabili. È la cifra dell’azione del governo Meloni sulla scuola: centralizzazione, riduzione delle autonomie e nessuna attenzione reale alla qualità dell’istruzione”.
“Giuli vuole controllare i fondi del Ministero della Cultura a proprio piacimento in modo opaco e senza trasparenza. Riformare il tax credit per correggere storture e rafforzare i controlli è una cosa legittima e necessaria; utilizzare questa riforma come pretesto per introdurre un controllo politico di fatto sulle scelte delle produzioni è tutt’altra cosa ed è inaccettabile. Il Ministro si fermi subito e non ci provi nemmeno. La libertà creativa e l’autonomia del settore cinematografico e audiovisivo non possono essere sacrificate per nessuna ragione. Il Ministero della Cultura non può trasformarsi in un nuovo Minculpop: quella stagione appartiene al passato ed è un incubo che il nostro Paese ha già conosciuto, con conseguenze drammatiche per la libertà culturale e democratica. Il cinema italiano ha bisogno di regole chiare, trasparenti e condivise, non di interferenze politiche che mettono a rischio pluralismo, qualità e indipendenza culturale”. Così una nota di Irene Manzi e Matteo Orfini, componenti democratici della Commissione Cultura della Camera.
“È grave e inaccettabile che proprio nel giorno in cui si celebrano i 50 anni dalla nascita di la Repubblica si debba a ricordare la totale mancanza di chiarezza da parte del gruppo Gedi sul futuro di quotidiani che hanno fatto la storia del giornalismo italiano e che rappresentano un presidio essenziale di democrazia e pluralismo dell’informazione”. Così la capogruppo democratica Irene Manzi nel corso dell’Audizione del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’informazione e all’editoria, Alberto Barachini, sulle problematiche connesse alla vendita del gruppo editoriale GEDI. “Ancora più preoccupante – sottolinea Manzi - è l’atteggiamento tenuto dal gruppo nei mesi precedenti il dicembre 2025: una gestione opaca che non ha informato adeguatamente sulle prospettive future del gruppo e delle singole testate e sulle possibili trattative in corso per la cessione del gruppo. Servono garanzie immediate di trasparenza e rispetto del pluralismo e dell’indipendenza dell’informazione. La garanzia dell’applicazione delle clausole sociali per giornalisti, poligrafici e tecnici deve essere un punto fermo e non negoziabile di qualsiasi trattativa. A questo deve affiancarsi la presentazione di un piano editoriale chiaro e credibile, capace di escludere definitivamente qualsiasi ipotesi di spacchettamento delle testate, che avrebbe effetti devastanti sul pluralismo dell’informazione nazionale e locale. Per queste ragioni chiediamo al Governo chiarimenti puntuali e un monitoraggio costante dell’operazione. Non siamo di fronte a una normale transazione economica, ma al destino di uno dei più importanti gruppi dell’informazione italiana, che va seguito con la massima attenzione e responsabilità istituzionale” conclude Manzi