La capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura alla Camera, Irene Manzi, interviene in merito alle recenti dichiarazioni della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, dalle quali emerge l’intenzione di avviare una diatriba legale con il Teatro La Fenice riguardo alle modalità del suo licenziamento da parte del sovrintendente.
“Siamo di fronte all’ennesimo caso in cui, oltre al danno, si rischia di aggiungere la beffa. La Fenice, una delle più importanti istituzioni culturali del Paese, si troverà ora a dover gestire una vicenda complessa che, indipendentemente dall’esito, comporterà un significativo impiego di tempo e risorse. Per non parlare del danno reputazionale che è sotto gli occhi di tutti. Quanto sta accadendo è il frutto di una gestione della cultura da parte della destra, e in particolare di Fratelli d’Italia, che sta producendo effetti dannosi diffusi. Le istituzioni culturali vengono caricate dei costi di una politica miope e irresponsabile, che considera la cultura come terreno di occupazione anziché come patrimonio da tutelare e valorizzare. Una volta chiariti tutti gli sviluppi della vicenda, chiederemo in Parlamento di fare piena luce sugli eventuali costi che il caso Venezi avrà determinato per le casse dello Stato italiano. Giuli, che ha responsabilità politiche in questo ambito, dovrebbe riflettere seriamente su quanto sta accadendo e assumersene fino in fondo le conseguenze”, conclude Manzi.
"Esprimo, a nome del Partito Democratico, la più piena vicinanza e solidarietà alle musiciste e ai musicisti del Teatro La Fenice di Venezia, oggetto di inaccettabili minacce di morte. Si tratta di episodi gravissimi, che colpiscono non solo le persone direttamente coinvolte, ma l’intero sistema culturale del nostro Paese. Di fronte a questi fatti non si può e non si deve mai abbassare la guardia". Lo afferma Irene Manzi, capogruppo del Pd in Commissione Cultura alla Camera. "Ci aspettiamo una presa di distanza chiara e una solidarietà unanime da parte di tutte le forze politiche. La difesa della libertà artistica e della sicurezza di chi lavora nella cultura deve essere un terreno condiviso, sottratto a ogni ambiguità".
"Ribadiamo con fermezza la nostra posizione su questa vicenda e, più in generale, sul modo in cui il partito della Presidente Meloni, attraverso ministri e figure istituzionali legate alla cultura, sta gestendo le politiche culturali del Paese. Un approccio divisivo, spesso caratterizzato da toni e modalità che alimentano tensioni e contrapposizioni, che il sistema culturale italiano non merita. Il ministro Giuli rivendica a parole l’autonomia della cultura, ma nei fatti assistiamo a un utilizzo delle istituzioni culturali – dai musei ai teatri, fino alle fondazioni liriche – come terreno di scontro identitario e politico. Il caso di Venezia rappresenta purtroppo uno degli esempi più evidenti di questo fallimento".
“Dopo le dichiarazioni della stessa Beatrice Venezi, è evidente che questa vicenda è tutt’altro che chiusa e va chiarita fino in fondo, anche nelle sue conseguenze. Noi non accetteremo che venga sprecato neanche un solo euro di risorse pubbliche”. Lo afferma Irene Manzi, capogruppo del Pd in Commissione Cultura della Camera. “Il continuo rimarcare, nella giornata di oggi, che il licenziamento di Beatrice Venezi dal Teatro La Fenice sia una scelta autonoma del sovrintendente ha tutto il sapore di una excusatio non petita. Giorgia Meloni stamattina e Giuli nel pomeriggio – prosegue – continuano con questo ritornello come a voler far credere che quella di Venezi non sia stata una grandissima operazione politica fallita di Fratelli d’Italia. Hanno fatto di tutto per sostenerla e difenderla, schierandosi apertamente e prendendo posizione contro il mondo della lirica e della sinfonica italiana. Esponenti di FdI hanno partecipato anche a manifestazioni pubbliche, con Mollicone in testa a Venezia, e oggi ci vogliono dire che non era una scelta politica. Se non ci fossero state queste prese di posizione, qualcuno avrebbe persino potuto sollevare dubbi su indebite interferenze in decisioni che dovrebbero restare autonome e proprie delle istituzioni culturali. Ma del resto – aggiunge – è lo stesso schema che Fratelli d’Italia sta applicando ovunque: riempire i consigli di amministrazione delle istituzioni culturali, a partire dai musei, con figure legate alla politica locale. È una brutta pagina per il nostro sistema culturale. Altro che autonomia: siamo di fronte a un’ingerenza continua e sistematica. E oggi si tenta di prenderne le distanze. In modo tardivo e maldestro”, conclude Manzi.
“Il caso del Teatro La Fenice certifica il fallimento del Governo e di Fratelli d’Italia nelle politiche culturali.”
Lo dichiara Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura alla Camera.
“La vicenda legata alla nomina di Beatrice Venezi è il risultato di una scelta politica imposta dall’alto, senza ascolto del mondo della musica e della lirica, che abbiamo contestato fin dall’inizio.”
“È un metodo sbagliato, che mortifica competenze e autonomia delle istituzioni culturali e che oggi presenta il conto.”
“Era stata trasformata in una bandiera da Fratelli d’Italia. Oggi quella bandiera è stata ammainata.”
“Ci auguriamo che tutta questa vicenda non costi neanche un euro allo Stato italiano. Il prezzo sulla credibilità delle nostre istituzioni culturali, purtroppo, è già stato altissimo.”
“Il ministro Giuli, invece di esprimere solidarietà al sovrintendente Colabianchi, dovrebbe richiamarlo per la gestione caotica e gravissima dell’intera vicenda. Non bastano queste tardive marce indietro per nascondere responsabilità ormai evidenti.”
“Attendiamo di conoscere nel dettaglio tutte le conseguenze di quanto sta accadendo, per poi assumere gli atti politici conseguenti in Commissione Cultura alla Camera, la Commissione guidata da Federico Mollicone, che in questi anni si è più volte espresso a favore di Venezi e che oggi dovrebbe trarre le conseguenze di questa grave sconfitta politica, personale e del suo partito, oltre che delle scelte del Governo Meloni.”
“Siamo ormai di fronte a una gestione della cultura e delle istituzioni culturali inadeguata e pasticciata, degna dell’asilo Mariuccia”. Lo afferma la capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura alla Camera, Irene Manzi, commentando la decisione del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, di non partecipare all’apertura della Biennale di Venezia.
“È passato diverso tempo da quando il ministro ha ingaggiato un vero e proprio braccio di ferro con il presidente Pietrangelo Buttafuoco, senza riuscire a trovare una soluzione. Siamo davanti a una gestione personalistica, fatta di gelosie, mancato coordinamento e tensioni che nulla hanno a che vedere con ciò che dovrebbe essere la cura del patrimonio culturale e di uno degli eventi artistici più importanti della scena internazionale”.
“È possibile che, in tutto questo tempo, il ministro non sia riuscito ad avviare un dialogo costruttivo con il presidente Buttafuoco per riportare la situazione a una decisione saggia?”.
“Il gioco dell’autonomia ha raggiunto il suo apice ieri, quando la giuria della Biennale ha addirittura preso le distanze dalla presidenza. Siamo ormai a un tutti contro tutti, dimostrazione evidente del caos che questo governo sta producendo anche nel settore culturale. Un quadro che conferma come, anche in ambito culturale, questa legislatura si stia rivelando un grande fallimento”.”
Ministro sta sottovalutando, colpiti luoghi simboli del nostro patrimonio, inattività Governo crea disagi e truffe
“Dopo quanto accaduto agli Uffizi, apprendiamo ora che anche il Colosseo è stato colpito da un attacco hacker che ha messo in difficoltà il sistema di prenotazione online e il sito. I campanelli d’allarme stanno suonando sempre più forte e ci dicono con evidenza che il nostro patrimonio culturale non è adeguatamente protetto negli ambienti digitali”. Così Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura alla Camera. “Negli ultimi anni il Ministro Giuli ha ereditato risorse ingenti per il rafforzamento digitale del patrimonio culturale italiano e dei luoghi della cultura. Il PNRR prevedeva misure significative proprio su questi ambiti. A pochi mesi dalla chiusura del progetto europeo, chiediamo: quanto di quanto programmato è stato effettivamente realizzato? Qual è oggi lo stato della sicurezza digitale del nostro patrimonio? E cosa sta facendo concretamente il Ministero per prevenire e contrastare questi attacchi? Al momento – prosegue Manzi – abbiamo l’impressione che il Ministro apprenda dai giornali quanto sta accadendo, senza che risultino dichiarazioni o iniziative tempestive per fronteggiare la situazione. Siamo di fronte a una preoccupante sottovalutazione di un fenomeno che invece richiede la massima attenzione. L’inattività di Giuli ha già effetti negativi concreti per cittadini e visitatori: i disagi nei sistemi ufficiali spingono infatti molte persone a rivolgersi a piattaforme non sicure e non ufficiali, con il rischio di pagare costi maggiori e di incorrere in truffe. La sicurezza digitale è ormai parte integrante della tutela del patrimonio culturale. Per questo il Partito Democratico annuncia la presentazione di una nuova interrogazione parlamentare sul caso Colosseo, che si aggiunge a quella già depositata sugli Uffizi. Due luoghi simbolo del nostro patrimonio sono sotto attacco: fare finta di nulla è molto grave. Il Ministro Giuli riferisca al Parlamento cosa sta facendo”.
“Sulla partecipazione della Russia alla Biennale di Venezia, continuiamo a registrare ambiguità da parte del governo. Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, a parole si è schierato, ma tutto si è poi trasformato in un nulla di fatto, eccezion fatta per la sanzione minacciata dalle istituzioni europee. Non è certo a colpi di carte bollate che si gestisce il patrimonio culturale italiano”. Così la capogruppo democratica nella commissione Cultura della Camera, Irene Manzi, che denuncia la “forte preoccupazione per le modalità con cui il governo sta procedendo, che finiranno per determinare un taglio di 2 milioni di euro ai finanziamenti alla Biennale”.
“È lecito chiedersi come sia possibile che il Ministero non riesca a dialogare nemmeno con figure che esso stesso ha contribuito a nominare, per giungere a decisioni di buon senso senza dover ricorrere allo scontro. Questa inattività rischia di tradursi nella perdita di importanti fondi europei, che rappresentano un sostegno essenziale per il sistema culturale e per il prestigio internazionale delle nostre istituzioni”
“La scelta del ministero della Cultura di non finanziare il docufilm dedicato a Giulio Regeni è stata grave e con motivazioni purtroppo deboli e politiche , come sembrano confermare anche le dimissioni avvenute in questi giorni di Paolo Mereghetti, Massimo Galimberti e ieri di Ginella Vocca, componenti delle sottocommissioni Cinema del Mic. Abbiamo posto la questione anche in Aula, durante il question time, con un’interrogazione a prima firma della nostra segretaria Elly Schlein, per chiedere spiegazioni sulle valutazioni compiute dalla sottocommissione ministeriale che appaiono motivate più da intenti politici che da ragioni artistiche ”. Lo afferma Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico in commissione Cultura alla Camera.
“Il ministro – aggiunge l’esponente dem - ha preso le distanze dalle decisioni della commissione, ma il punto riguarda anche le modalità con cui queste commissioni vengono formate. In queste ore emergono notizie giornalistiche che collegano componenti delle commissioni a esponenti della maggioranza, del partito della Presidente del Consiglio Meloni e del ministro Giuli, delineando una vera e propria filiera interna ai processi di valutazione. Il caso del docufilm su Regeni è emblematico e dimostra come il metodo Giuli che vuole la politicizzazione delle commissioni, la riduzione delle risorse e un approccio egemonico rappresentino un mix micidiale per l’industria cinematografica. Un’industria che, giustamente, sta reagendo e alla quale va tutta la nostra solidarietà. La cultura e l’arte cinematografica devono restare libere dalla politica”.
“È un quadro – conclude Manzi - che conferma ancora una volta come questo governo sia più interessato all’occupazione di ruoli e cariche che a sostenere davvero la cultura e l’intero settore cinematografico, come purtroppo i tagli dell’ultima legge di bilancio sembrano confermare”.
Quanta paura può fare un film? Secondo noi può farne molta quando scuote le coscienze. E noi oggi siamo qui a chiedere una spiegazione chiara in merito alla scelta fatta da una delle sottocommissioni ministeriali di non finanziare il docufilm dedicato proprio a Giulio Regeni. Un docufilm premiato con il nastro d’argento per la legalità e che sarà proiettato nei prossimi mesi negli atenei italiani e presentato al Parlamento europeo. Una scelta discutibile e sbagliata che è stata accompagnata dalle dimissioni, ventiquattro ore fa, di due figure di prestigio come Paolo Mereghetti e Massimo Galimberti, che facevano parte di un’altra delle sottocommissioni del ministero. Noi riteniamo quella decisione, oltre che discutibile, fondata su motivazioni politiche e proprio per questo abbiamo chiesto conto al ministro- che è responsabile politico di quel ministero- chiarezza sulle scelte fatte che non possiamo accettare. Perché quel film parla di verità e giustizia, valori non di parte ma patrimonio della coscienza collettiva”.
Lo dichiara Irene Manzi, capogruppo PD in commissione Cultura, durante il Question Time alla Camera con il ministro Giuli.
“A quattro anni dall’inizio della legislatura e ormai agli sgoccioli, Mollicone continua con un ritornello stanco, attribuendo ai governi precedenti responsabilità che sono invece tutte dell’attuale esecutivo. Un goffo tentativo di nascondere l’incapacità del governo di gestire il Ministero della Cultura.
Mai come con il governo Meloni la cultura è stata così politicizzata: piegata a logiche di parte, privata della sua autonomia, compressa negli spazi e colpita da tagli ripetuti in ogni manovra di bilancio, fino a essere utilizzata come un bancomat per finanziare misure estranee alle sue finalità.
Mollicone, insieme a Giuli, dovrebbe fare autocritica. L’acrimonia dimostrata verso un settore strategico come quello cinematografico ha prodotto un disastro, gettando un’intera industria nell’incertezza e nello stallo.
Prendano atto del fallimento e smettano di recriminare e scaricare responsabilità su altri, come stanno facendo adesso sul mancato finanziamento al docufilm su Regeni. La legislatura si chiude con un bilancio negativo sotto gli occhi di tutti, segnato anche dalle continue frizioni interne alla maggioranza e allo stesso partito di Meloni, come dimostrano queste uscite a poche ore dal question time”.
Lo dichiara Irene Manzi, capogruppo PD in Commissione Cultura alla Camera.
“Il governo del merito applichi il merito davvero".
"Il ministero della Cultura- dopo le ultime leggi di bilancio- continua ad essere l fortemente penalizzato, segnando costantemente il segno meno. È un ministero che non riesce a essere protagonista come dovrebbe all'interno del Paese. Ci sarebbe bisogno, innanzitutto, di recuperare quei tagli draconiani a cui abbiamo assistito anche nell'ultima legge di bilancio. L'interesse del governo Meloni per la cultura sembra essere sostanzialmente pari a zero". La deputata Irene Manzi, capogruppo Pd in commissione Cultura, interviene sui tagli fatti dall’ultimo decreto accise ai tutti i ministeri- tra cui anche il ministero della Cultura- e sulle loro ricadute sul mondo della cultura, dal cinema ai musei, denunciando le politiche del governo Meloni.
“Lancio anche un allarme – aggiunge l’esponente dem - per il mondo del cinema: i tagli al Fondi per il Cinema e l’audio visivo stanno penalizzando le produzioni italiane, con conseguenze gravi innanzitutto in termini di lavoro per i professionisti, i tecnici, gli attori e le maestranze che operano in questo settore. Ma non solo, perdiamo competitività rispetto agli altri Paesi, in un ambito in cui l'Italia ha sempre avuto uno dei fattori chiave per la qualità e lo sviluppo della propria offerta culturale".
“In commissione – conclude Manzi - entrerà presto nel vivo l’esame proposte di legge sul settore, tra cui quella a prima firma della segretaria del Pd Elly Schlein. Saremmo molto felici se il governo e la sua maggioranza si sedessero al tavolo per programmare azioni concrete invece di limitarsi all'occupazione di posti, come è avvenuto con le nomine nei CDA dei musei, dove sono stati scelti componenti molto vicini alle forze politiche di governo. Questo governo parla tanto di merito, vorremmo che lo applicasse anche nelle scelte concrete che fa ogni giorno".
“Sul grande capitolo della scuola il lavoro delle opposizioni ha prodotto in questi anni atti parlamentari e proposte concrete che, purtroppo, hanno trovato spesso un muro da parte della maggioranza. Abbiamo avanzato proposte sul welfare studentesco a partire dai costi che famiglie e studenti sostengono per libri e trasporti, e interventi per rafforzare i Patti educativi di comunità, strumenti fondamentali per garantire più tempo pieno e ampliare l’offerta formativa. Parliamo di esperienze che in molte citta’ del nostro Paese hanno già trovato applicazione concreta, grazie alla collaborazione tra scuole, enti locali e terzo settore. Sono tutte proposte che abbiamo cercato di portare all’attenzione del ministero dell’Istruzione, con emendamenti, mozioni e atti parlamentari”. Lo dichiara Irene Manzi, deputata del Partito Democratico e capogruppo in commissione Cultura.
“Purtroppo – sottolinea l’esponente dem – con risultati molto limitati, perché la maggioranza continua a sottrarsi al confronto su temi centrali come quello dell’istruzione. Il governo preferisce imboccare la strada più facile degli slogan o degli interventi annunciati a mezzo stampa, invece di costruire soluzioni strutturali. Lo vediamo anche nelle dichiarazioni più recenti del ministro Valditara di fronte a fatti gravi e drammatici: si insiste su risposte esclusivamente penalistiche, quando servirebbe invece una strategia educativa di lungo periodo, fondata sulla prevenzione”.
“La scuola – conclude Manzi – non può essere lasciata sola. Serve un’alleanza forte tra scuola e famiglia, le due principali agenzie educative, per sostenere docenti, studenti e genitori che oggi si trovano spesso in difficoltà. Solo così si possono affrontare davvero le criticità del sistema educativo”.
“La risposta fornita oggi dal Ministero della Cultura è stata purtroppo parziale e poco soddisfacente. In Parlamento, il sottosegretario Mazzi ha cercato di difendere scelte che appaiono sempre più lontane dal rispetto delle norme vigenti. I regolamenti sono chiari: nei consigli di amministrazione dei musei devono essere nominate personalità di comprovata competenza e riconosciuta autorevolezza nella gestione e valorizzazione del patrimonio culturale. Quanto sta accadendo, invece, racconta tutt’altra storia. Il ministro Giuli continua a procedere con nomine che rispondono a logiche di appartenenza politica: candidati non eletti alle elezioni, dirigenti locali di partito, figure legate a Fratelli d’Italia senza specifici meriti nel settore. Una vera e propria occupazione che investe istituzioni culturali di primo piano, snaturandone il ruolo: dalla Reggia di Caserta, al Museo archeologico nazionale di Napoli, alla galleria dell’accademia di Firenze alle ville mediche l’elenco è ancora più lungo. I musei italiani non possono diventare terreno di spartizione politica. Sono presìdi di cultura, tutela e ricerca, e devono restare autonomi, credibili e indipendenti, nel pieno rispetto anche degli standard internazionali, a partire da quelli dell’Unesco. Aspettiamo - come annunciato oggi dal sottosegretario Mazzi- che le istituzioni coinvolte pubblichino i curricula dei soggetti nominati, resta un dato di fondo in ogni caso: la cultura non è e non può essere una casella da riempire, né uno strumento di consenso”. Così Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura alla Camera
“Il Ministero della Cultura deve rispondere con urgenza alle interrogazioni del Partito democratico sulle nomine nei Consigli di amministrazione dei musei autonomi statali. La normativa prevede che i componenti dei Cda siano scelti tra personalità di chiara e comprovata fama, con competenze specifiche nella tutela e gestione del patrimonio culturale. Per questo chiediamo al ministro Alessandro Giuli di chiarire quali criteri siano stati adottati e se le scelte portante avanti con una strategia sistematica che appare premiare amici di partito siano coerenti con quanto stabilito dal decreto ministeriale sulla governance dei musei”. Lo dichiara la deputata dem Irene Manzi, capogruppo Pd in Commissione Cultura alla Camera.
“Le nomine operate finora dal ministro Giuli - sottolinea la parlamentare democratica _ sollevano forti perplessità e rischiano di configurarsi come scelte fuori dal perimetro previsto dalla legge. È necessario rendere pubblici i curricula dei nominati e spiegare se si ritenga compatibile con i principi di imparzialità e autonomia la presenza nei Cda di figure con incarichi politici o di partito”, conclude. “La gestione dei musei dello Stato non può essere piegata a logiche politiche: è un giudizio negativo su un metodo che mette a rischio autonomia e credibilità delle nostre istituzioni culturali”.
“Le dichiarazioni del presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, secondo cui è molto probabile che il padiglione russo alla Biennale non aprirà, confermano purtroppo la gestione caotica del sistema culturale italiano e l’assenza di una linea chiara da parte del Governo. Siamo all’asilo Mariuccia”. Lo dichiara in una nota Irene Manzi, capogruppo del Pd in Commissione Cultura alla Camera.
“Ieri avevamo chiesto al ministro Giuli di chiarire quale fosse l’orientamento del Governo su questa vicenda. Prendiamo atto che a rispondere è stato invece Mollicone: evidentemente c’è stata una sostituzione di ruoli di cui non eravamo stati informati”.
“Il ministro Giuli continua a non indicare una seria politica culturale per il Paese, mentre Mollicone sembra più impegnato a ritagliarsi un protagonismo personale che a garantire il necessario rispetto delle istituzioni culturali. In questo quadro, anche l’atteggiamento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni appare segnato da un’evidente ostilità verso tutto ciò che riguarda il mondo della cultura”.
“Questo caos mette seriamente in difficoltà e rischia di compromettere la credibilità di un’istituzione nobile e prestigiosa come la Biennale di Venezia, che appare a tutti gli effetti commissariata da FdI. Il partito della presidente del Consiglio sta mettendo in scena una guerra di potere tutta interna alla maggioranza, combattuta a colpi di dichiarazioni e manovre per occupare poltrone e ridefinire equilibri. È evidente che le parole di Mollicone finiscono per delegittimare il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco. Servirebbero invece serietà, rispetto e una visione culturale all’altezza del Paese”.