Golden power non può diventare un’arma politica contro il nostro sistema bancario.
"Il governo Meloni deve smettere di pasticciare e fermarsi. L’uso del golden power nel caso UniCredit–Banco BPM ha superato ogni limite di legittimità e buon senso. È stato già ridimensionato dal TAR, con buone possibilità di essere ulteriormente sconfessato nei gradi superiori di giudizio e contestato apertamente dalla Commissione europea. Andare avanti su questa strada significa aumentare l’incertezza per imprese e risparmiatori e rischiare di consegnare una grande banca italiana come BPM in mani molto meno italiane". Così il deputato Pd Silvio Lai, componente della commissione Bilancio.
"Il golden power - sottolinea l'esponente dem - è uno strumento serio, pensato per proteggere asset strategici da reali minacce alla sicurezza nazionale, non per ostacolare operazioni tra due soggetti italiani sottoposti alle regole delle nostre autorità di vigilanza. Il TAR ha già annullato due delle principali prescrizioni imposte dal governo a UniCredit: quelle relative ai portafogli di project finance e agli investimenti di Anima, riconoscendole come interferenze illegittime nella libertà gestionale di una banca privata.
A questo si aggiunge la posizione chiara della Commissione europea, che ha ricordato che nessun governo può bloccare una fusione bancaria per motivi puramente economici o discrezionali, se l’operazione è conforme alle normative sulla concorrenza e alla vigilanza prudenziale. È un principio basilare del mercato unico e dell’Unione bancaria.
Il paradosso è evidente: mentre si frena UniCredit, si consente a Crédit Agricole di salire oltre il 20% in BPM senza la minima obiezione. Il governo si comporta da sovranista solo quando fa comodo, ma nei fatti favorisce soggetti esteri e ostacola i nostri".
"Infine - conclude Lai - c’è un tema che riguarda tutti. In un momento in cui sarebbe necessario rafforzare il sistema bancario e consolidare la fiducia, si preferisce creare instabilità per calcoli politici di breve periodo. Il governo si occupi piuttosto di ottenere regole europee più eque, di affrontare la questione dei dazi, di difendere l’industria italiana, invece di alterare le regole del gioco nel sistema bancario con forzature istituzionali che rischiano di ritorcersi contro il Paese".
"I dazi di Trump rischiano di piegare la nostra struttura produttiva e bruciare decine di miglia di posti di lavoro. Serve uno scudo a difesa della tenuta occupazionale del Paese, altrimenti rischiamo di avere un ulteriore drammatico scivolamento dei salari. Domani alla Camera inizia l’iter della mozione unitaria delle opposizioni per combattere la povertà lavorativa. Una serie di risposte che intervengono sui rinnovi contrattuali alla necessità di contrastare i contratti pirata e la precarietà, dal sostegno al reddito al salario minimo. Chiediamo al governo di aprire una riflessione su queste proposte: mai come in questa fase il lavoro va protetto". Cosi Arturo Scotto, capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera.
"Mentre Trump minacciava e poi attuava una guerra commerciale contro l’Europa la premier Meloni pubblicava in Usa il suo libro, proprio con la prefazione del figlio del presidente Americano, Donald Trump Junior, che la lodava definendola protagonista di una 'rivoluzione conservatrice mondiale'. Basterebbe questo per inquadrare l'ipocrisia della Presidente del Consiglio, ma ormai per la tutta la destra italiana tutto è lecito: anche svendere l'economia e l'occupazione nazionale per un invito a Mar-a-Lago". Lo dichiara il capogruppo Pd in commissione Ambiente alla Camera, Marco Simiani
«Non possiamo accettare - conclude Simiani - che l’interesse nazionale venga sacrificato in nome di visibilità politica o affinità ideologiche. Chi guadagna dai dazi sono solo lobby americane protette, non certo i nostri imprenditori. A perdere sarebbero le famiglie italiane, il sistema produttivo e il valore dell’export.Il Partito Democratico ribadisce: no ai dazi, sì all’Europa unita. Serve una linea chiara che metta al centro l’Italia che lavora, produce ed esporta".
"Il caos nei trasporti ferroviari continua senza sosta e il governo Meloni si nasconde dietro il numero di cantieri mentre è sempre più evidente che il problema non sono i lavori ma l'assenza di un ministro che continua a negare la realtà invece di affrontarla. Dai dati che abbiamo analizzato, sia le interruzioni di linea sia i minuti di ritardo nel primo semestre 2025, sono aumentati esponenzialmente rispetto al primo semestre dell'anno scorso, con percentuali solo nella tratta alta velocità Roma-Milano superiori al 30% e nessuna voce si è ancora alzata dal governo per cercare di fermare questa deriva che anzi, viene negata e nascosta dall'inutile percentuale del numero di treni in ritardo che non tiene in nessun conto il numero di ore che vengono sottratte alla vita degli italiani". Lo dichiara in una nota il deputato dem Andrea Casu, vicepresidente della commissione Trasporti.
"Se - sottolinea Casu - come giustamente denunciato da Codacons, gli orari estivi adesso porteranno anche il tempo di percorrenza ad agosto ad aumentare mediamente di 100 minuti in più per compiere ad esempio la tratta Roma-Milano, chi rimborserà i passeggeri, anche quelli che hanno comprato il biglietto prima del cambiamento di orario, per questo ritardi? I disservizi non possono continuare ad essere scaricati tutti, su passeggeri e lavoratori, in particolare chi deve raggiungere le aree interne con sempre maggiore difficoltà. Per questo sosteniamo con grande forza la proposta di Assoutenti: serve subito il fondo di indennizzi per i passeggeri per compensare gli enormi disagi che stanno vivendo. Se l'Italia avesse davvero un ministro dei Trasporti, la priorità di Salvini non sarebbe occuparsi d'altro o andare in giro per il mondo a dare martellate, ma restare in Italia a battere i pugni sul tavolo per fermare il record di ritardi e chiedere al suo collega di partito che guida il Mef di autorizzare subito il fondo a sostegno dei passeggeri colpiti dai disagi", conclude.
"I dazi al trenta percento, annunciati da Trump, produrranno un danno incalcolabile all'economia ed all'occupazione italiana e testimoniano, se ce ne fosse ancora bisogno, il fallimento totale del governo. La destra italiana è stata infatti l'unico Paese europeo ad allinearsi sempre e comunque alle decisioni degli Usa non criticando mai le politiche dell'Amministrazione americana e addirittura festeggiando il bluff sui falsi annunci dei dazi al 10 per cento. Per Giorgia Meloni è un fallimento su tutta la linea". Lo dichiara Simona Bonafè, vicepresidente dei deputati Pd.
"Meloni, l’amica 'geniale' di Trump. Per gratificarlo ha firmato spese NATO al 5%, ha garantito alle big tech Usa tassazione agevolata al G7, ha difeso la sua diplomazia da reality. In cambio? Dazi al 30%, un salasso per le nostre imprese. Patrioti contro l’interesse nazionale". Così su X il deputato del Pd Enzo Amendola che posta una foto di Meloni, La Russa, Tajani e Salvini in posa all'Ambasciata americana in occasione della Festa del 4 luglio scorso.
“È ridicolo che Fdi e Lega tentino ora di scaricare sull'Unione Europea la responsabilità dei dazi del 30% imposti da Trump. Salvini e Meloni hanno fatto di tutto per accreditarsi come interlocutori privilegiati del presidente americano e hanno osteggiato ogni fase della trattativa con l’Unione Europea. Sentire oggi che il problema sarebbe 'l’Europa' ha dell’incredibile. I ministri della Lega, con Salvini e Giorgetti in prima fila, insieme a quelli di Fratelli d’Italia, hanno giurato sulla Costituzione ma stanno agendo contro l’interesse del Paese. In altri contesti, questo comportamento verrebbe definito per quello che è: un tradimento. E chi lo compie, dei traditori”. Così il capogruppo Pd in commissione Bilancio alla Camera, Ubaldo Pagano.
“Mi auguro che da qui al primo agosto ci possa essere ancora spazio per una trattativa tra la UE e l’amministrazione americana per giungere ad un accordo commerciale equo e che non penalizzi pesantemente le imprese italiane ed europee come avverrebbe se l’annuncio odierno di Trump non venisse modificato. Un insuccesso significherebbe una guerra commerciale senza senso che avrebbe un peso enorme nelle relazioni transatlantiche e che quindi va scongiurato. Mi auguro si possa giungere ad un’intesa soddisfacente per entrambe le parti ma l’UE sia pronta a reagire con determinazione se ciò non avvenisse. E mi auguro che il governo italiano dia forza all’azione europea anziché inseguire ancora l’illusione di improbabili ruoli da pontieri solitari che è sempre più smentita dai fatti”. Così Lorenzo Guerini del Partito Democratico.
"La diplomazia dei selfie di Meloni ha fallito. Trump ha fatto Trump e ha deciso di imporre dazi al 30% sull’Europa. Una guerra commerciale. Si mettano in campo reazioni o la crisi sarà terribile. Siamo stanchi di patrioti che diventano agnellini quando entrano alla Casa Bianca". Lo scrive su X Arturo Scotto, capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera.
Dai dazi USA un colpo mortale a imprese e lavoratori.
“Donald Trump ha formalizzato dazi del 30% sull’Unione Europea, una scelta gravissima che mette a rischio il nostro export, danneggia il Made in Italy e avrà ricadute pesantissime su imprese, lavoratori e famiglie. Parliamo di meno ordini dall’estero, rischio licenziamenti e un contraccolpo sull’intero tessuto produttivo del Paese”. Così Marco Furfaro, capogruppo Pd in commissione Affari Sociali alla Camera e membro della segreteria del Partito Democratico, commenta la decisione di Donald Trump di fissare al 30% i dazi sull’Unione Europea.
“Meloni, che solo pochi mesi fa si proclamava ‘pontiera’ con Washington e celebrava il suo viaggio come un trionfo diplomatico - aggiunge l'esponente dem - continua a tacere. Salvini, che indossava il cappellino MAGA e salutava la vittoria di Trump come ‘un bel giorno di sole per il mondo’, come sempre scompare. Il governo dei patrioti, quello del ‘prima gli italiani’, non ha il coraggio di dire una parola in difesa dell’Italia”.
“Il governo Meloni - conclude Furfaro - esca dall’ambiguità, dica chiaramente quali contromisure intende prendere in Europa per tutelare le nostre imprese e i nostri lavoratori. Difendere l’Italia non significa fare i sovranisti sui social. Significa alzare la testa quando serve. Non accetteremo che a pagare le loro sceneggiate internazionali siano le persone comuni”.
"Uno scenario preoccupante, più di quello ipotizzato nei giorni scorsi. Tutte le ricadute ipotizzate con i dazi al 10% purtroppo rischiano di peggiorare alla luce dei nuovi annunci. Trump vuole destabilizzare il mondo e lo fa con ogni mezzo, politico e commerciale. Per questo è arrivato il momento che Meloni dica da che parte sta: con chi minaccia la nostra economia, imprese e posti di lavoro. O se, come ci auguriamo, è pronta a fare una battaglia europea per difendere la stabilità e la tenuta economica e politica del continente".
Così in una nota Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera dei deputati.
"Meloni, Tajani, Lollobrigida ed ora? Fiduciosi ed attendisti verso le decisioni dell'America di Trump? I dazi al 30% ai quali sommare la forte svalutazione del dollaro non sono più una minaccia ma l'innesto di una guerra commerciale dagli effetti rovinosi per le merci europee e soprattutto per le produzioni di eccellenza del nostro Paese. La destra ha indebolito l'Unione Europea e gli effetti ora si vedono. Il governo italiano, con i suoi silenzi, ha contribuito maggiormente al fallimento delle trattative. Ci rimetteranno il nostro Paese e le imprese e a pagarne le conseguenze saranno di nuovo i cittadini. Non sono in grado di governare, si facciano da parte". Così il deputato del Pd Silvio Lai, componente della commissione Bilancio.
"È sconcertante la posizione della maggioranza di governo. Apprendiamo dalla autorevole voce di Marco Osnato, responsabile economico di Fratelli d'Italia e presidente della commissione Finanze della Camera, che la maggioranza di governo dà per scontato che a causa dei dazi ci saranno danni per il Paese. Troviamo sconvolgente che invece di battersi per difendere gli interessi degli italiani si accetti con rassegnazione e servilismo l'attacco economico e politico di Trump alle nostre comunità. La drammatica verità è che la subalternità del governo Meloni rispetto a Trump ha portato il nostro esecutivo a svendere gli interessi degli italiani, danneggiando le imprese e i lavoratori e a non articolare nessuna risposta efficace rispetto ai dazi minacciati e a quelli già in parte applicati dall'amministrazione americana. Bisognava mettere in sicurezza la nostra economia e lavorare per una risposta europea unitaria affinché si potesse negoziare con Trump a schiena dritta. Il mantenimento del libero mercato e di scambi aperti, come ha ricordato il presidente Mattarella, rappresentano anche un veicolo di pace, di stabilità e di concordia". Lo dice Piero De Luca, capogruppo Pd in commissione Affari europei alla Camera.
"Invece - conclude De Luca - il governo Meloni ha appaltato la propria linea politica a Trump e ha preferito difendere l'amicizia con il proprio alleato politico piuttosto che le aziende e i lavoratori che rischiano di saltare. Le parole di Osnato, che danno per scontato il danno che sarà arrecato al nostro Paese dall'applicazione dei dazi, danno il senso di quanto questa maggioranza di governo sia inadeguata e incapace di difendere davvero gli interessi del nostro Paese".
L’incontro di oggi sulle politiche industriali promosso dal Pd giunge a conclusione di un lavoro di ascolto sul territorio per conoscere l’industria italiana. Ne esce un quadro preoccupante, ma non disperato perché il paese possiede eccellenze che possono fare la differenza. La necessità di guidare lo sviluppo attraverso la transizione ecologica è a un bivio: cogliere la sfida e accelerare sulla strada della decarbonizzazione oppure attestarsi su una condizione difensiva e conservativa che sottrae spazi di competizione e rallenta il processo di decarbonizzazione. Una transizione che deve essere socialmente accettabile ma che non può avvenire senza una vera e coraggiosa visione industriale. E di cui il Governo deve farsi carico cogliendo tutte le opportunità che essa offre investendo sulle competenze, sulle nuove
tecnologie, promuova strumenti e incentivi e usi la leva fiscale per orientare le scelte.
Su queste basi stiamo costruendo le politiche industriali del nostro programma. Possiamo intanto lavorare per tradurre in iniziative legislative e nella prossima legge di bilancio il lavoro di questi mesi.
È un’occasione da non perdere per costruire l’alternativa. Occorre confronto aperto e coraggioso con il mondo produttivo, del lavoro, della ricerca. E agire nella dimensione europea, che è l’unica in cui possiamo costruire una vera autonomia strategica e una politica industriale capace di guidare una transizione giusta.
Così Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera dei Deputati, intervenendo all’incontro sulle politiche industriali “Le rotte del futuro”.
“La ricostruzione dell’Ucraina non può dirsi completa senza l’inclusione piena e significativa delle donne.” È questo il messaggio chiave emerso durante l’incontro promosso da WIIS (Women In International Security) Italy e dall’OSCE – Gender Issues Programme, ospitato dall’On. Lia Quartapelle presso la Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati. L’iniziativa ha visto la partecipazione di una delegazione di leader ucraine della società civile e di parlamentari italiane provenienti da diversi schieramenti politici, creando un prezioso spazio di confronto trasversale. L’evento si è svolto a margine della Conferenza sulla Ricostruzione dell’Ucraina ospitata dall’Italia.
«La ricostruzione non può limitarsi alla dimensione infrastrutturale, ma deve necessariamente includere anche il tessuto sociale, la fiducia, le relazioni interpersonali, la giustizia e il rafforzamento delle istituzioni democratiche – ha dichiarato Loredana Teodorescu, presidente di WIIS Italy –. Le donne ucraine hanno già dimostrato una leadership fondamentale, guidando la resilienza delle comunità, partecipando alla risposta umanitaria, promuovendo percorsi di pace e rappresentando il loro Paese a livello internazionale.»
«È fondamentale che queste voci femminili vengano ascoltate, riconosciute e coinvolte in ogni fase della ricostruzione – ha sottolineato Lara Scarpitta, rappresentante dell’OSCE Gender Issues Programme –. Integrare le donne nei processi decisionali non è solo una questione di equità, ma una condizione essenziale per costruire una pace duratura e una società più inclusiva.»
«Investire nella leadership femminile è una scelta strategica e necessaria – ha aggiunto l’On. Lia Quartapelle –. Le donne ucraine non sono solo vittime del conflitto: sono protagoniste della ricostruzione del loro Paese. Garantire loro spazio, ascolto e rappresentanza nei processi decisionali significa contribuire concretamente a un’Ucraina più forte, democratica e giusta.»